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Uniti alla meta

Rugby Rebels - Uniti alla meta rugby

Marchio: Einaudi RagazziCollana: Storie e rime
N° Collana: 451
Autore: Pau Andrea
Illustratore: Vinci Jean Claudio
Età: 10+
Pagine: 208
Formato: 10,9 x 18,3 cm
Prezzo: 10,00 Euro
Codice: 9788879269605

 

 

 

Diego ha dodici anni e vuole vincere il campionato giovanile di rugby. Può farcela perché ha talento, tenacia e gioca nei Warriors, la squadra più forte della città. Inoltre a sostenerlo c’è Elly, la fi glia del coach Chambers.

Tutto sembra andare per il meglio... finché, dopo una partita, Diego colpisce un compagno di squadra che aveva deriso il suo fratellino disabile. Il coach espelle Diego dai Warriors, e impedisce a Elly di parlare con lui. In un attimo tutte le speranze del ragazzo sembrano andare in frantumi.

Ma Diego non è tipo da lasciarsi abbattere. E nel campionato c’è un’altra squadra che ha la sua stessa grinta. Una squadra che in passato è stata protagonista di vittorie gloriose, e ora è relegata in fondo alla classifica. La squadra dove un tempo ha giocato anche il padre di Diego: i leggendari Rebels. Insieme a loro, e con l’aiuto della stramba allenatrice Mighty Keira, Diego cercherà di vincere il campionato e riconquistare Elly. Per realizzare il suo sogno.

La tenerezza e la paura. Ascoltare i sentimenti dei bambini.(Bernardi-Tromellini 2004)

la-tenerezza-e-la-paura_31288La tenerezza e la paura. Ascoltare i sentimenti dei bambini

Bernardi Marcello - Tromellini Pina

Prezzo € 9,00

EditoreTEA

Anno pubblicazione2004

Numero pagine150

«Questo libro è nato dalla condivisione di un’unica concezione del bambino, del suo mondo e del suo futuro. Un bambino libero, potente, costruttore che ha tante cose da dire e da insegnare anche ai grandi. Un bambino affascinante che, a sua volta, può essere affascinato o spento dal contesto in cui ha avuto la fortuna o la sfortuna di nascere.»

Due guide d’eccezione - Marcello Bernardi, il grande pediatra italiano recentemente scomparso, e Pina Tromellini, pedagogista nelle scuole materne di Reggio Emilia - hanno raccolto, interpretato e commentato i pensieri e i sentimenti dei bambini sulla base delle proprie differenti esperienze professionali. Senza essere un vero e proprio manuale, ma piuttosto una lunga conversazione, questo libro ci suggerisce cosa e come fare per entrare nel meraviglioso mondo dell’infanzia: fermarsi un istante, partire dalle esperienze di tutti i giorni e ascoltare le voci dei bambini.

Marcello Bernardi, scomparso nel 2000, fu professore di Puericultura all'Università di Pavia e di Auxologia all'Università di Brescia, e inoltre, presidente del Centro Educazione Matrimoniale e Prematrimoniale Italiano.

Pina Tromellini, pedagogista e specialista in terapia familiare e infantile, ha lavorato a lungo nell'équipe del professor Loris Malaguzzi. Da oltre vent'anni inoltre opera presso le strutture pubbliche per l'infanzia di Reggio Emilia. È consulente di case editrici e riviste specializzate.

“Caro Babbo Natale”, nelle letterine i sogni e le paure dei bambini

“Caro Babbo Natale”, nelle letterine al Corriere i sogni e le paure dei bambini

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Caro Babbo, fai ricrescere la betulla che si è spezzata nel mio giardino?». «Caro Babbo, vorrei che la mia mamma e il mio papà smettessero di litigare e tornassero insieme». «Ehi, Babbo, porti un regalo anche al mio amico Redi, che è musulmano?». «Ma le tue renne puzzano davvero? E tu, quando giochi con me?» Disegnate. Via mail. Su cartoncini colorati o figli di quaderno. Sognanti, confidenziali o piene di richieste.....

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Home (Meier 2008)

 000dfa8f_mediumTitolo originale HOME

Produzione Francia, Svizzera, Belgio

Anno 2008

Durata 98 min

Genere commedia drammatica

Regia Ursula Meier

 

 

Trama

La vita di una famiglia, composta da madre, padre e tre figli, scorre tranquilla e allegra nella loro isolata casa di campagna, situata a pochi metri da un’autostrada mai terminata. Ma la loro quiete viene interrotta da una notizia che speravano non dovesse mai arrivare: la strada verrà ultimata ed aperta al traffico in brevissimo tempo. Ciò accade e in pochi giorni l’autostrada viene invasa da migliaia di automobili. È la fine della serenità di questa famiglia; la confusione e il frastuono provocano il caos all’interno della loro casa, portando Marthe, la madre, ad un esaurimento nervoso, mentre Judith, la figlia più grande, fugge di casa. Il clima familiare si fa soffocante e Michel, il padre, decide di assecondare la moglie e tutti insieme prendono una decisione drastica e al tempo stesso suicida: barricarsi in casa, murando porte e finestre e isolandosi di fatto dal mondo. Ma proprio quando sembra che la situazioni diventi una tragedia e la famiglia sia condannata a morte per asfissia, è proprio la madre che abbatte una delle porte e permette all’aria di entrare. Tutta la famiglia, senza uno scopo, si allontana a piedi dalla casa, seguendo il sole.

 Recensione

Marthe, Michel e i loro tre figli vivono isolati lungo un’autostrada costruita da anni e mai inaugurata. Quel tratto d’asfalto è dunque parte del prato davanti a casa, o meglio ancora, parte di un gioco. Quando però l’autostrada viene messa in funzione e migliaia di macchine iniziano a sfrecciare, la famiglia attraversa impensate difficoltà ma alla fine scopre la solidarietà e l’amore al di sopra di tutto. Eccentrico e tenero, graffiante e a tratti esilarante,Home si candida come una delle commedie più originali dell’anno, grazie alle avventure di una famiglia bizzarra a cui è impossibile non affezionarsi. Accolto con entusiasmo all’ultimo Festival di Cannes, il film ha per protagonista una straordinaria Isabelle Huppert.La piccola casa nella prateria contro la volgare strada che sparge rumore e inquinamento: la metafora sembra chiara e il confronto manicheo, ma la posta in gioco di Home è ben altra. La lotta che si vede nel film è tutta interiore. Perché il fiume di macchine va soprattutto a incrinare l’equilibrio di questa famiglia, gettandola in una trincea estrema. Incapaci di rinunciare alla loro isola, i vari componenti della famiglia entrano in crisi e abbandonano il buon senso fino a perdere la ragione. La sceneggiatura si sposa perfettamente con la recitazione, la camera a spalla e il montaggio tagliente delle prime sequenze vengono poi sostituite con una realizzazione più statica e contenuta: scelte perfettamente adeguate al cambiare delle atmosfere e dei contenuti.

La scelta dei piani, come delle stesse immagini tendono a delineare l’isolamento dei personaggi. Anche la fotografia mostra questo scendere agli inferi dei vari membri della famiglia: i colori caldi iniziali vengono via via sostituiti dall’oscurità e da colori freddi.
Anche i rumori, il rumore dei motori e delle radio in lontananza sono solo l’eco di un mondo esterno vissuto come pericoloso.

Un film che ha come sua centrale caratteristica la mescolanza di toni (oltre che, come si è detto di colori e di suoni): momenti di dramma e di comicità di alternano con perfetta armonia compositiva così da dare allo spettatore un messaggio molto forte e chiaro sui contenuti autentici del film.

La critica francese

Thierry Méranger – Cahiers di Cinéma

«Se di favola si tratta, il suo contenuto non è così semplice. Nel film di Ursula Meier non c’è traccia di paradisi perduti o parabole ecologiste. Qualche scena d’interni, come quella della sala da bagno, è rivelatrice. Il luogo è decisivo, poiché mostra insieme l’apparente libertà dei corpi e la vertigine del soffocamento. La nudità originaria, infatti, non può essere accettata da tutti. La giovane Marion, coscienza pudica e sofferente della famiglia, non riesce ad adattarsi alla promiscuità dei corpi. Ed è così che dal frutto nasce il verme: la rinascita del traffico sull’autostrada non farà altro che svelare il carattere disfunzionale, i disaccordi e gli squilibri del sistema famigliare originale, mostrandone l’utopia e il pericolo mortale insito nella sua inscindibilità.
Ci si accorge, allora, che la figlia grande, Judith, egoista e fuori di testa, all’improvviso è uscita dal gruppo. Che la nevrosi materna e la devozione paterna – l’uomo non smette mai di alimentare la follia della moglie – costituiscono il collante dell’unità famigliare. Splendida e inquietante la complementarietà della Huppert e di Gourmet, rispettivamente musa e artefice di un ideale da incubo che fa scivolare il film da Tati verso Haneke. (…)
La sindrone buñueliana dell’angelo sterminatore, tipica della regista, si ritrova anche in Home, attraverso la dissezione dell’amour fou e la costante trasgressione della nozione di genere. Road movie dell’impasse, Shining del terzo tipo, Trafic* del settimo continente. Ci si rammenta anche che la meravigliosa Ursula ha di recente dato vita a un ritratto di Pinget, “re della contraddizione”. E tira fuori il meglio proprio dalle crepe di una sceneggiatura che ha il suo punto di forza nel fatto di non raccontare tutto».

Le Monde

«Sono rari i film capaci di tirare le fila di un intreccio imprevedibile. Il primo lungometraggio di Ursula Meier, una volta assistente di Alain Tanner, è al tempo stesso drammatico e burlesco, satirico e fantastico. Questa favola è immersa in un’estetica iperrealista che ricorda le pubblicità americane dedicate a glorificare gli elettrodomestici. (…)
Home segue il processo infernale di una famiglia che, nel voler coltivare la propria felicità marginale, non solo è braccata dai peggiori aspetti della civilizzazione (calca, mancanza di privacy, frastuono, inquinamento) ma si ritrova letteralmente imprigionata. Poiché la vita quotidiana di questi falsi Robinson diventa un incubo, i problemi nascosti della famiglia vengono a galla, e il film diventa la storia di una resistenza suicida. Non ci si comprende più, si dorme tutti nella stessa stanza che dà sul giardino, imbottiti di sonniferi, con le finestre sbarrate. Fino al soffocamento».

Di Grazia Casagrande wuz.it

Trailer

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Ernest & Celestine (Aubier 2012, )

Ernest & Celestine (2012)

 E’ un film di genere animazione della durata di .

diretto da: Aubier,  Patar, Renner .

Sacher Distribuzione – .

 

 

 

Sinossi

Intervista a Daniel Pennac

Video

 

Sinossi
Questa è la storia di Ernest e Celestine, un orso grande e grosso che sogna di fare l’artista e di una topolina che non vuole fare la dentista.

Nel convenzionale mondo degli orsi, fare amicizia con un topo non è certo cosa ben vista. Nonostante questo, Ernest, un orso che vive ai margini della società facendo il clown e il musicista, accoglie in casa sua la piccola topolina Celestine, orfanella fuggita dal mondo sotterraneo dei roditori. Questi due esseri solitari cercando sostegno e conforto uno nell’altra sfidano le regole dei loro rispettivi mondi e scompigliano così l’ordine stabilito…

Intervista a Daniel Pennac

Il film d’animazione Ernest e Celestine di Stéphane Aubier, Vincent Patar, Benjamin Renner (presentato a Cannes 65 nella sezione  Quinzaine des Réalisateurs, ottenendo una mezione speciale) e sceneggiato dal grande scrittore francese Daniel Pennac che era qui a Roma a presentare il film insieme al doppiatore italiano di Ernest, ossia Claudio Bisio.


L’animazione di questo film ha richiesto più di 4 anni di lavoro, come e quando è stato coinvolto? Lo considera una vacanza dal suo lavoro di scrittore?

 

La storia è lunga, ma ve la faccio breve. Nel 1983 una scrittrice belga, Monique Martan (in arte Gabrielle Vincent), scrisse un libro che mi piacque moltissimo. Così è nata una corrispondenza epistolare durata 10 anni, parlavamo di molte cose, ma non ci siamo mai nè incontrati nè sentiti per telefono.  Poi purtroppo Monique morì e 10 anni dopo i produttori di questo film mi hanno chiamato per scrivere una sceneggiatura tratta dalla serie di Ernest e Celestine scritta ovviamente da lei. Loro pensavano che nemmeno conoscessi queste opere che in fondo in Francia non erano così famose. Io ovviamente ho accettato e ho scritto sia la sceneggiatura che un romanzo che spazia un po’ con questi personaggi.
L’universo tipico di Pennac sembra gettare qualche ombra sui personaggi originali di Gabrielle Vincent, è vero?

Gli originali Ernest e Celestine disegnavano un mondo ideale, attraverso piccoli momenti di quotidianità nella relazione adulto/bambino. Racconti che tra l’altro mi hanno ricordato il mio stesso rapporto con mia figlia. Ma sarebbe stato impossibile trarre un film solo da quei brevi momenti paradisiaci. Io volevo raccontare una storia che raggiungesse quel Paradiso partendo però dall’Inferno per quei personaggi.
Tu Claudio hai già portato a teatro qui in Italia due spettacoli tratti da Pennac, è una felice collaborazione?

 

Bisio: Non solo ho fatto quei due spettacoli, ma conosco interamente e approfonditamente tutta l’opera di Daniel. E concordo che in questo caso la firma di Pennac si sente molto nella differenza culturale tra orsi e topi nel film: la multietnicità è una chiave fondamentale delle sue opere. Ho tentato per tanto tempo di portare al cinema uno dei suoi romanzi, ma non voglio fare il passo più lungo della gamba, sono romanzi molto difficili da immaginare e non si è mai trovata la chiave giusta per una trasposizione soddisfacente. In più so bene quanto lui sia esigente.

 

Pennac: Io ho visto solo 15 minuti di film doppiato in italiano. Ma mi sarebbe piaciuto vederne di più, per apprezzare il lavoro di Claudio. Una volta l’ho ascoltato a teatro su uno dei miei testi, è stato grandissimo! In Francia i doppiatori sono Lambert Wilson e Pauline Brunnier che ha confessato di essere molto affezionata aErnest e Celestine perchè suo padre le leggeva i racconti da piccola prima di andare a dormire.
Il tema della paura entra qui sin dalla primissima sequenza, mi sembra fonadamentale, come l’hai affrontato?

Pennac: La paura è una delle passioni della mia vita. Perchè da scrittore è interessante pensare che le cose peggiori che succedono derivano unicamente da quella. Mi interessa sempre la paura come la passione. Io poi non voglio mai dare dei messaggi, voglio essere me stesso, detesterei un film o un romanzo che si proponesse di demandare un semplice messaggio. Al di là della sceneggiatura che ho scritto che può essere interpretata in vari modi, la bellezza del film sta nella pittura ad acquerello che è magnifica.

VIDEO

TRAILER

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Monsieur Lazhar (Falardeau 2011)

Monsieur Lazhar di Philippe Falardeau.

Titolo originale

Bachir LazharDrammatico, 

durata 94 min. –

Canada 2011. –

Officine Ubu uscita venerdì 31 agosto 2012. 

 

 

INDICE

trama

Recensioni

– Vivere con un fardello

– L’elaborazione del lutto

Trailer

 

 

Trama
Bachir Lazhar, immigrato a Montréal dall’Algeria, si presenta un giorno per il posto di sostituto insegnante in una classe sconvolta dalla sparizione macabra e improvvisa della maestra. E non è un caso se Bachir ha fatto letteralmente carte false per avere quel posto: anche nel suo passato c’è un lutto terribile, con il quale, da solo, non riesce a fare i conti. Malgrado il divario culturale che lo separa dai suoi alunni, Bachir impara ad amarli e a farsi amare e l’anno scolastico si trasforma in un’elaborazione comune del dolore e della perdita e in una riscoperta del valore dei legami e dell’incontro.
Il film è un racconto semplice, sia dal punto di vista della struttura che dell’estetica, assolutamente naturalistica, ma suscita emozioni forti perché sembra uscito da un passato più autentico, incarnato dal personaggio del titolo, che delle nuove locuzioni per l’analisi logica non sa nulla ma conosce la sostanza, quella che non muta. Un passato, soprattutto, in cui l’insegnamento era anche iniziazione e cioè trasmissione di una passione prima che di un sapere e in cui l’abbraccio tra maestro e bambino, così come lo scappellotto, non era proibito ma faceva parte di un relazione profonda, che non poteva non contemplare anche le manifestazioni fisiche. Monsieur Lazhar è dunque un film commovente, non pietistico né moraleggiante, che riflette sulla perdita ma fa riflettere anche noi su cosa ci siamo persi per strada.
Le istanze sociali, quali il rischio di espulsione del maestro dal paese o la solitudine famigliare di molti bambini, contribuiscono al clima del film ma non sgomitano per emergere là dove non servono. Il cuore del film resta la relazione tra i bambini –Alice (Sophie Nelisse) in particolare- e il maestro, ovvero l’incontro con l’altro, la scoperta reciproca delle storie personali che stanno dietro un nome e un cognome sul registro, da una parte e dall’altra della cattedra. È questa simmetria, infatti, che, se inizialmente può suonare un po’ meccanica, diviene poi responsabile della forza e della bellezza del film, specie perché il regista e sceneggiatore Philippe Falardeau non pone tanto l’adulto al livello dei bambini quanto il contrario. Posti di fronte alla necessità di superare un trauma che alla loro età non era previsto che si trovassero sulla strada, gli alunni di Bachir sperimentano il senso di colpa, la depressione e la paura esattamente come accade all’uomo, nel suo intimo.
Insegnando ai bambini e a se stesso a non scappare dalla morte, Lazhar (si) restituisce la vita. (Cappi mymovies.it)

 

Recensioni

Vivere con un fardello
In una Montreal di incolore luminosità, una giovane insegnante si suicida nella sua classe. Panico fra colleghi, dirigenti, genitori. Mentre si cerca di tornare alla normalità e di fronteggiare i possibili danni riportati dai bambini, alla Preside in crisi si presenta Monsieur Lazhar, un garbato signore sulla cinquantina, di origine algerina e dal francese impeccabile, proponendosi come sostituto per la classe colpita dal lutto. Ha i suoi metodi, un po’ particolari, e se trova sintonia con alcuni alunni e colleghi, con altri il rapporto genera frizioni, mettendolo in rotta di collisione con l’autorità scolastica. Lazhar del resto sotto la scorza affabile anche se riservata, nasconde la sua tragedia personale: è infatti un sans papier ancora in attesa che la sua posizione di rifugiato politico sia accettata, dopo essere fuggito dall’Algeria dove sono morte la moglie e le due figlie, in seguito a un attentato durante la lunga guerra civile che è costata al paese migliaia di morti.

Inoltre non è nemmeno un insegnante, solo un uomo colto e sensibile, che sta cercando di sopravvivere con i pochi strumenti a sua disposizione. Monsieur Lazhar è un bellissimo esempio di film che, senza comporre manifesti, senza enunciare tesi, riesce a comunicare svariate sensazioni e riflessioni (e a commuovere), sorprendendo quasi lo spettatore per l’intensità della sua reazione. Il tema dominante è quello del dolore, dell’elaborazione del lutto, da parte degli adulti, ma soprattutto da parte dei bambini, dei quali il film traccia alcuni ritratti di grande delicatezza. Amore è protezione. Ma quando non funziona? Non sarà con ipocrite menzogne né con rigide regole formali (come se l’elaborazione del lutto passasse attraverso una serie di istruzioni per l’uso) che gli adulti calmeranno il tumulto nei cuori dei loro figli. Monsieur Lazhar ci prova con metodi dettati dalla sua umanità, forgiata dai fatti tragici della sua esistenza, che naturalmente finiscono per cozzare contro il formalismo con il quale autorità e famiglie si affannano a “proteggere” i bambini, ma soprattutto se stessi, dalla responsabilità di spiegare, di far accettare. Quando si può parlare a un bambino come a un adulto, qual è quel momento che si tende sempre a rimandare, lasciandoli nel frattempo soli nel guado tragico di certi eventi? Così che gli adulti genitori sono ben contenti di scaricare sugli adulti “stipendiati” quello che dovrebbe essere un loro compito. Ma guai a uscire dalle regole. E così con un sottile parallelo, altrettanto difficile sarà la comunicazione della tragedia più intima di un emigrato con l’algida e impersonale burocrazia che dovrebbe accettarlo, proteggerlo. La sceneggiatura infatti descrive con pochi tocchi efficaci anche i rapporti fra gli adulti, fra Lazhar e il resto del mondo, un mondo dove il “politicamente corretto” sta diventando un ostacolo alla reciproca conoscenza e comprensione, dove la discrezione è scusa per evitare coinvolgimenti. In un mondo fondamentalmente chiuso e cattivo, c’è ancora la possibilità che la semplice bontà, la generosità d’animo, facciano la differenza? Presentato a Locarno con gran successo l’anno scorso, il film, diretto daPhilippe Falardeu, è pronto per raccogliere soddisfazioni ai Golden Globe e anche agli Oscar. Grandi interpreti, fra gli adulti e i ragazzini. Si impone la bravura del protagonista Mohamed Fellag, attore e scrittore algerino, già interprete del lavoro teatrale di Evelyne de la Chenelière da cui è tratto il film. Ma vanno segnalati anche i due giovanissimi protagonisti Sophie Nélisse e Émilien Néron. Monsieur Lazhar racchiude fra un inizio e una fine di rara, toccante efficacia una vicenda che resterà nel ricordo dello spettatore più sensibile. (Molteni moviesushi.it)
l’elaborazione del lutto

Fu Elizabeth Kübler Ross a trattare, nel 1970, il sistema di elaborazione del lutto attraverso le cinque fasi del dolore. Philippe Falardeau eredita il modello per portare al cinema il romanzoBachir Lazhar di Evelyne De La Chenelière che tenta di descrivere la parabola di crescita emotiva di un gruppo di studenti sulla soglia dell’esistenza, testimoni di un gesto estremo, egoistico e plateale, che rimane sospeso nel regno dell’incomprensibile. Candidato ai premi Oscar come miglior film straniero, Monsieur Lazhar è la vicenda dell’evoluzione di esseri umani per troppo tempo intrappolati nel proprio corpo e nel proprio status, in una sorta di dimensione di mezzo: una situazione pericolosamente simile a quella della crisalide raccontata da Balzac prima, e poi dallo stesso Lazhar.In una scuola del Canada francese, il piccolo Simon (Émilien Néron) si reca in aula con un cesto di latte. Trovando la porta chiusa, il ragazzino spia dal vetro: lo scenario che si apre davanti ai suoi occhi è sconcertante. Il corpo di Martine, l’insegnante tanto amata dalla classe, pende con un cappio stretto al collo. Il suicidio della docente spinge l’intero consiglio scolastico a fronteggiare il lutto del gruppo di bambini traumatizzati. Seguendo le direttive del ministero, la preside (Danielle Proulx) decide di affiancare una psicologa alla classe e, nel frattempo, assume Bachir Lazhar (Mohamed Fellag), che si offre volontario per prendere il posto di Martine. Cittadino clandestino scappato dall’Algeria, Bachir si improvvisa maestro e, nel tentativo di salvare il proprio posto di lavoro, finirà con l’affezionarsi alla classe, in particolar modo ad Alice (Sophie Nélisse), bambina molto matura che, a differenza dei compagni, è l’unica a parlare apertamente del suicidio di Martine e delle ferite che il tragico evento ha lasciato nella sua giovane anima.È la negazione la prima reazione dell’essere umano di fronte alla perdita di una persona cara; proprio il rifiuto della tragedia avvenuta nell’aula scolastica spinge la politicamente corretta signora Vaillancourt a stendere un velo di silenzi sull’improvvisa scomparsa dell’insegnante. Una morte che il regista Falardelau mostra solo per brevi istanti, quasi carezzando e rifuggendo l’immagine statica di una vita che si spegne e che, nel frattempo, rimane impressa negli occhi di un bambino. Su questa sequenza fuggevole e al tempo stesso impossibile da dimenticare si basa tutta la drammaturgia di Monsieur Lazhar, pellicola che si fa forte di una sceneggiatura saldamente ancorata a un’idea coraggiosa e ben sviluppata, che fa emergere i personaggi senza bisogno di rincorrere facili artifizi. Descritta in pochi, eccelsi minuti di cinema, la morte di Martine è una presenza che emerge grazie ad un forte senso di assenza: di spiegazioni razionali, di capacità di elaborare il lutto, di comunicazione volta a superare il trauma. E che grava sulla mente dei bambini, costretti giorno dopo giorno a rientrare nel teatro della tragedia, a vivere nel luogo della non-vita. In questo senso Falardelau dimostra una magistrale capacità di raccontare una storia non solo attraverso la trama, ma tramite un uso consapevole del mezzo cinematografico snudato da artifizi inconsistenti, che mostra la crudeltà di un mondo pieno di indifferenza, dove i bambini spesso vengono lasciati in balìa di se stessi.Grazie ad una messa in scena asettica come l’aula in cui si svolge gran parte della diegesi,Monsieur Lazhar commuove e affascina per la sua disarmante semplicità nel descrivere la quotidianità della società contemporanea. Attraverso la dialettica maestro-alunni, il regista racconta la disperata ricerca dei piccoli protagonisti di una valvola di sfogo. Trattati con condiscendenza, come se non capissero quello che accade intorno a loro, i bambini rincorrono al contrario un modo per esprimere il proprio lutto e, insieme, il proprio trauma. Bachir Lazhar è l’unico disposto ad offrir loro quello di cui hanno veramente bisogno: maestro improvvisato per scacciare i propri fantasmi personali, l’insegnante algerino non rimane veicolato ad alcuna circolare ministeriale e si rapporta con i propri alunni attraverso un atteggiamento quasi paritario, pur non rinunciando alla propria posizione di autorevolezza. Eppure anche questa autorità alla fine decade, nella struggente scena finale, dove alunno e insegnante si fondono, in un continuo e reciproco arricchimento. Forte di un ottimo cast capitanato dall’eccelso Mohamed Fellag, Monsieur Lazhar è un film che parla alle corde più intime di un’umanità da sempre spaventata dall’idea della morte e del suo superamento. Senza retorica o clichè, il film di Falardeau è il ritratto sentito di un’infanzia violata, che trova nella cultura e nella comunicazione l’unico modo per sperare in un domani in cui la crisalide della favola possa dispiegare le ali di una splendida farfalla. ( Pomella silenzio-in-sala.com)

Trailer

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Manuale a uso dei bambini che hanno genitori difficili

Manuale a uso dei bambini che hanno genitori difficili

Autore: Van den Brouck J.
Raffaello Cortina Editore - Pagine: 118

Anno: 1993

Prezzo: 9,00

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con molto humour, Jeanne Van den Brouck, pseudonimo dietro cui si nasconde una psicoanalista parigina, cerca tutte le situazioni familiari in cui possono incappare i bambini di ogni età, attraverso le quali essi devono costruire la propria personalità e “educare” i loro genitori difficili, questi immaturi, bugiardi, timidi, superdotati, assenti, stremati, gelosi, delinquenti, pasticcioni, sadici.

“Questo libro è indirizzato ai bambini, come dice il titolo, ma io lo raccomando agli adolescenti e agli adulti. E se per caso qualche genitore vuole essere à la page, come me che ho trovato questo libro geniale, scommetto che farà altrettanto

"Educare i propri genitori - è questa da sempre la responsabilità dei figli autenticamente vitali, ma che nessuno ha mai spiegato loro... Non dimentichiamo che, mentre l'educazione di un figlio richiede in media da quindici a diciotto anni, l'educazione dei genitori può durare mezzo secolo e qualche volta di più".

Françoise Dolto

Mià e il Migù (età dai 8 anni)

Mià e il Migù

Un film di Jacques-Rémy Girerd. Con Dany Boon, Garance Lagraa, Charlie Girerd, Laurent Gamelon, Pierre Richard.

 Titolo originale Mia et le MigouAnimazione, Ratings: Kids, durata 92 min. – Francia, Italia 2008
indice:
SCHEDA
SCHEDA

Mià è una bambina di 10 anni orfana di madre. Pedro, suo padre, lavora in un enorme cantiere nel quale si sta trasformando un’area della foresta tropicale in un grande centro alberghiero per ricchi. Una notte la bambina ‘sente’ che suo padre è in pericolo (è rimasto sepolto da una frana in una galleria mentre cercava di individuare l’origine di strani
rumori). Decide di partire da sola per un lungo e non facile viaggio al fine di rivederlo. A proteggerla, lei pensa, basteranno i suoi portafortuna.
Nel frattempo Monsieur Jekhide (l’uomo che ha insediato il cantiere) tiene una riunione in città per convincere alcuni possibili facoltosi partner a investire nell’impresa in vista di facili guadagni futuri. Ma nel corso della riunione viene interrotto dall’annuncio del rinvenimento di misteriose orme. Il contratto però non viene firmato perché due possibili
investitori desiderano visitare il luogo.
Jekhide sta per accompagnarli con il suo jet privato quando sua madre, in partenza a sua volta, gli lascia l’incarico di occuparsi di Aldrin, suo figlio. Jekhide infatti è separato dalla moglie ma si occupa pochissimo del figlio il quale ha una grande ammirazione per la madre, una scienziata che si trova da un mese sulla banchisa polare per studiare il fenomeno del surriscaldamento del pianeta. Aldrin dovrà viaggiare con il padre. Nella foresta li attendono i Migù, spiriti dell’ambiente dotati di poteri magici.

RECENSIONE Mymovie

Mià è una bambina di 10 anni che vive in un villaggio dell’America del Sud, sotto la tutela di tre piccole vecchiette centenarie. La madre è morta da tempo mentre il padre, Pedro, è stato costretto a partire per poter lavorare come operaio in un cantiere. Una notte, svegliata di soprassalto da un brutto presentimento, la bambina decide di mettersi alla ricerca del genitore, con il timore che gli sia successo qualcosa e che possa avere bisogno di lei. Così, dopo aver recuperato i suoi tre amuleti (un dado, una piuma e un guscio di lumaca), parte per un viaggio che la porterà a incontrare i Migù (strani spiriti della foresta) e, grazie a loro, a conoscere la forza e le meraviglie della natura.
Jacques-Rémy Girerd, al suo secondo lungometraggio dopo il fortunato La profezia delle ranocchie (La Prophétie des grenouilles, 2003) confeziona un film dolce, impegnato, pedagogico e anti-convenzionale. Lontano anni luce dalla tridimensionalità e dagli ultimi ritrovati in materia di computer grafica, Mià e il Migù si caratterizza per il tratto artigianale dei disegni e per un sapiente uso dei colori – quasi sempre caldi – che ricorda la pittura impressionista di Van Gogh, di Cezanne ma soprattutto di Gauguin, da cui il regista riprende il grande tema della riscoperta della naturalezza.
Una scelta stilistica, dunque, perfettamente in linea con le tematiche affrontate, originali ed inneggianti ad un ritorno alla natura inviolata. Quello della graduale devastazione del pianeta è di fatto un argomento poco trattato nei recenti prodotti cinematografici per ragazzi. Qui, invece, diventa l’elemento cardine dell’intero racconto: il cantiere in cui lavora Pedro è situato al centro della foresta amazzonica, un paradiso naturale che Jekhide, imprenditore edile senza scrupoli, vorrebbe trasformare in un lussuoso complesso alberghiero. A difendere la foresta vi sono però i Migù, buffi personaggi dotati di poteri magici (oltre che della voce di un sempre ottimo Dany Boon) e incaricati di custodire un maestoso albero piantato alla rovescia, cuore dell’intero pianeta. Degna di merito è la decisione di aggiungere alla tematica ecologista anche quelle, non meno importanti ed altrettanto attuali, relative alle differenze economiche tra Nord e Sud del mondo e al difficile rapporto dei figli con genitori troppo presi della propria carriera.
La storia pensata da Girerd può essere considerata a tutti gli effetti una fiaba (lo dimostra la quasi perfetta aderenza con i personaggi e le funzioni teorizzate negli anni venti dal linguista russo Propp) costruita intorno a due protagonisti, entrambi bambini (sebbene appartenenti a contesti socio-culturali assai differenti) ed entrambi impegnati a compiere un importante percorso iniziatico. Se Mià, partendo alla ricerca del padre, offre allo spettatore la possibilità di esplorare la bellezza di una natura e di una cultura incontaminate, Aldrin, figlio intelligente e curioso dell’imprenditore Jekhide, diventa l’inconsapevole chiave per il riscatto di certi valori ormai dimenticati. Saranno così proprio gli adulti, guidati dalla sensibilità naïf dei più giovani, coloro che in conclusione impareranno maggiormente la lezione.
Il finale della storia – ovviamente lieto, com’è d’obbligo per ogni fiaba che si rispetti – infonde nello spettatore un po’ di speranza, non dimenticando però di ricordare quanto sia rischioso rimanere ancora per molto con le mani in mano. Un concetto, questo, ribadito chiaramente nel brano su cui scorrono i titoli di coda (“Arrêtons tous les blablas” di Serge Besset, cantata da Mickey): “Gli uomini fanno tutto ciò che possono per danneggiare il pianeta […] Gli uomini sono diventati così potenti che non ci metteranno tanto a distruggere tutto ciò che la Terra ha impiegato un’eternità per creare”. L’invito allo spettatore – piccolo o adulto che sia – è a darsi da fare concretamente perché del resto, come ripete il ritornello: “Un piccolo Migù sta proprio dentro di noi”.
Fa piacere sapere, infine, che in Mia e il Migù, premiato nel 2009 con l’Oscar europeo per il miglior film d’animazione, vi sia anche un po’ d’Italia. Alle case di produzione francesi (tra cui Folimage, fondata dallo stesso Girerd), si aggiunge infatti, per un 10% del budget complessivo (8,4 milioni di euro), il contributo di due aziende nostrane: la torinese Enarmonia e la milanese Gertie. Una speranza che si accende dunque, oltre che per le sorti del pianeta, anche per quelle – un po’ meno astratte – della nostra industria cinematografica. Luca Volpe

RECENSIONE Arrivanoifilm

Mià e il Migù è stato realizzato dallo stesso regista de La profezia delle ranocchie, un professionista del mondo dell’animazione da sempre attento a rapportare la qualità del disegno a influssi che derivano dal mondo della pittura. È così che questo nuovo film rinvia alle opere di Cézanne e Van Gogh pur conservando una propria originalità di tratto.

Il film sviluppa il tema ecologico in modo complesso e al contempo semplice e lineare. La complessità è offerta dalla molteplicità delle tematiche affrontate. La salvaguardia dell’ambiente è il tema centrale che viene sviluppato grazie a una serie di elementi talvolta contrastanti. Si parte infatti dallo sfruttamento della Natura a scopo di lucro incarnato nel personaggio di Jekhide, il cui nome non a caso rimanda alla duplice personalità del protagonista di un classico della letteratura come “Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mister Hyde” di Robert Louis Stevenson. Jekhide è’ l’uomo indurito da un affarismo senza scrupoli che si trova progressivamente a fare i conti con la paternità e quindi con i sentimenti e i valori più importanti.

C’è poi (in anticipo su Avatar) la magia della Natura rappresentata dai misteriosi Migù. La magia non significa però solo bucolica pace ma anche capacità di ribellarsi e lottare contro gli abusi e gli scempi. Non mancano poi tematiche sociali come quella dello sfruttamento del lavoro (il padre di Mià e i suoi compagni non vivono certo in condizioni ottimali) a cui si accompagna una riflessione mai didascalica sulla problematica degli infortuni sul lavoro. A tutto questo si aggiunga la lettura in parallelo delle due modalità di rapporto genitori/figli. Mià ama (riamata) così tanto il padre da intraprendere un lunghissimo viaggio per aggiungerlo mentre Aldrin ha, per buona parte del film, un padre che ‘sopporta’ il peso di un figlio che scaricherebbe ben volentieri sulla ex moglie.

Si tratta di un film semplice e lineare adatto ai più piccoli in cui la semplicità e la coerenza sono da intendere rapportandole alla dimensione del viaggio che Mià compie per raggiungere il genitore che ha percepito in pericolo. Nel percorso ci saranno, come ogni narrazione fiabesca prevede, ostacoli da superare. La bambina conta su se stessa e sulla propria determinazione ma trova anche la collaborazione degli altri (anche di chi poteva sembrare potenzialmente pericoloso). Il film finisce così con il presentare duplici possibilità di lettura, ognuna delle quali adatta a una fascia d’età. I più piccoli (pubblico di elezione) coglieranno maggiormente l’avventura (con il ruolo del ‘cattivo’ assegnato al padre di Aldrin), il messaggio

di salvaguardia della Natura e l’elemento fantastico costituito dai Migù con i loro poteri e la loro predisposizione alla discussione. I bambini un po’ più grandi avranno la possibilità di affrontare anche almeno alcuni dei temi più complessi evidenziati sopra. Giancarlo Zappoli

SPUNTI DI RIFLESSIONE

–          Rispetto e sfruttamento della natura.

A quali personaggi del film si collegano questi due atteggiamenti ecomportamenti?

–           Nella vicenda sono presenti il tema dello sfruttamento del lavoratore equello degli infortuni sul lavoro. In proposito cosa sostiene il film e tu che cosa ne pensi?

–          Cosa porta Mià a raggiungere il proprio obiettivo. Rifletti sulla determinazione personale della bambina e sulla collaborazione da parte di chi incontra nel viaggio.

–          Componenti realistiche e fantastiche nel film

 

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Educare con lo sport

Educare con lo sport

Conferenza pubblica 13 aprile 2012- ore 21.00  Centro Culturale Ferraroli – Cogliate (MB) p.zza Giovanni XXIII

Relatore prof. Raffaele Mantegazza

 

 

 

 

La pratica sportiva rappresenta un elemento fondamentale per lo sviluppo psicofisico dei  bambini e un’opportunità per confrontarsi con alcuni importanti valori quali amicizia, solidarietà, lealtà, lavoro di squadra, autodisciplina, autostima, fiducia in sé e negli altri, rispetto degli altri, leadership, capacità di affrontare i problemi, ecc.  Eppure molti bambini abbandonano dopo pochi anni la pratica sportiva perdendo così un importante occasione educativa. Con questa conferenza vogliamo non solo riportare al centro della pratica sportiva il tema dell’educare ma anche riflettere su come vivono i bambini lo sport e quanto le proposte sportive che ricevono siano veramente a misura di bambino.

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La squadra scolastica di rugby e l’Istituto Cesare Battisti di Cogliate organizzano in collaborazione con il Centro culturale Ferraroli, i comitati dei genitori, rugby Lainate, rugby Seregno, Tennis Club Ceriano e il circolo Strafossati  una conferenza pubblica per genitori, insegnanti, educatori, allenatori, dirigenti sportivi  e tutte le persone interessate agli aspetti educativi della pratica sportiva. Per informazioni e per richiedere l’attestato di partecipazione rugbycogliate@gmail.com

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R. Mantegazza è professore di Pedagogia presso l'Università di Milano Bicocca e autore di vari libri  sui principi educativi dello sport.

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