Educatori

C’MON C’MON

C'mon C'mon - Film (2021) - MYmovies.it

Regia di Mike Mills.-

USA, 2021,

durata 108 minuti.

Età+13

  1. Sinossi
  2. Recensioni
  3. Video

1 Sinossi

John è un giornalista radiofonico dal buon cuore, impegnato in un progetto di interviste ai bambini attraverso gli Stati Uniti sul futuro incerto del mondo. Sua sorella Viv gli chiede di guardare Jesse, il figlio di 8 anni, mentre lei si prende cura del padre del piccolo, affetto da problemi di salute mentale. Dopo aver accettato, Johnny si ritrova a legare con Jesse in maniera inaspettata, vivendo con lui un indimenticabile viaggio da Los Angeles a New York a New Orleans.

2 Recensioni ( 2.1 IL BEL SENTIRE – 2.2 ROAD MOVIE)

2.1 C’mon C’mon: il bel sentire di Mike Mills DI ALESSANDRO CAVAGGIONI npcmagazine.it

Parole, parole, parole. Quanto seduce il blabla nell’ultimo lavoro di Mike Mills, regista dall’intransigente compassione votato a un’indulgenza dei sentimenti. C’Mon C’Mon è un compendio di ipersensibilità impressionista, e apre tutti i cassetti che ci portiamo dentro. Si piange solo alla fine, quando il film finisce e si lascia realizzare.

La storia di uno zio (Joaquin Phoenix nel post-joker è un dono) chiamato a occuparsi del nipote mentre la sorella cerca di ricucire le ferite di una crisi famigliare inscritta nel dolore, poggia sulla formula vincente di Marriage Story: sincerità, semplicità, empatia.

Sembra studiato in un laboratorio di hipsterismo, con un bianco e nero che si proclama importante e una sceneggiatura di piccoli dettagli e grandi espressioni. Ma se questo è il marchio di una comunicazione diffusa nell’autorialismo prodotto dalla A24, il risultato non è certo da sottovalutare.

C’Mon C’Mon è invece un film gentile. Non ti fa piangere, ti da il permesso di farlo. Solo se vuoi. Se te la senti. “It’s ok to not be fine”. Una compassione che arriva al punto giusto, studiata in vitro ma reale, lasciata scorrere in un traffico di immagini che invita a concedersi un momento per lasciare il volante e ascoltarsi.

C’mon C’mon ci chiede di ascoltare

È l’udito il protagonista sensoriale di C’Mon C’Mon. Johnny, lo zio interpretato da Joaquin Phoenix, è un conduttore radiofonico impegnato in uno speciale documentario dedicato ai bambini. A Detroit ne incontra molti e porge loro domande fondamentali: “hai paura del futuro? cosa pensi degli adulti? Cosa cambieresti di te stesso?”. Le interviste alternano le vicende dei due protagonisti, formando un film a parte e un sostegno imprescindibile. Sui titoli di coda, quando la storia è finita, proseguono le parole dei bambini. Mike Mills non li fa recitare e le risposte sono reali e folgoranti. Per seguirle dobbiamo affidare noi stessi all’orecchio, lanciandolo oltre lo schermo come l’amo teso a caccia di parole sincere.

Lo zio affida il microfono al nipote Jesse, che scopre la città in un magma distinto di immagini sonore. Lo sferragliare deciso e ripetuto della metro coesiste nella schiuma dell’onda e nel vociferare da spiaggia, in un’educazione all’ascolto che diventa sentire e si avviluppa nel sentimento.

Due occhi non bastano e in C’mon C’mon si parla alzandoli al cielo, come a girarli verso se stessi quando si cercano le risposte giuste. Il fatto che parte del film sia composto da interviste reali, volti che agiscono liberamente, ci permette di confrontare e confermare poi la veridicità delle ottime interpretazioni attoriali. Jess e John sono una coppia straordinaria, perché fedeli ai loro sentimenti sono Joaquin Phoenix e il piccolo (struggente) Woody Norman. Cogliamo la difficoltà dell’abbinata, con lo zio chiamato nel ruolo mai interpretato di genitore e modello, ma viviamo anche la naturalezza di un incontro umanamente sincero e intellettualmente vivace. Nel confronto vince però la realtà di parole non scritte. I bambini, molto più che lo zio sofferto o l’inusuale nipote, esibiscono una partecipazione strenua alle cose del mondo. Uno in particolare, Duante, si esprime nascondendo ciò che più lo tocca. Perché il sacro non si rivela.

In C’mon C’mon le parole fioccano libere e multiforme. Ci sono le interviste, poi zio e nipote in perenne confronto – spesso in scontro -, i messaggi della madre e i titoli dei libri, scritti su immagini traboccanti di messaggi. Il bianco e nero di Mike Mills, di natura più commerciale che estetica, non dirada in alcun modo il peso di un film densissimo.

Quando i protagonisti giganteggiano goffi con dialoghi sulla vita e sulla morte – a cui lo zio si fa spesso trovare impreparato d’innanzi all’educazione sensibile del bambino – Mills stacca sulla città. Detroit, Los Angeles e poi New York. La poetica statunitense delle due coste è l’occasione per parole incise tra palazzi che tracciano discorsi. Le strade si dividono, intrecciano, seguono l’andamento del film in un’architettura emotiva che osserviamo a volo d’uccello.

Sentiamo del giudizio dal gravare muto della città, osservatrice ospitale e tela per quel “blablabla” che imperversa a bufera in un film che ci sorprende logorroici. Siamo interrogati dal film, che di rado lascia il tempo allo spettatore, ignorando la possibilità che abbia qualcosa da dire. In Manhattan, i cui forti contrasti che eliminano il soggetto rientrano nel film di Mike Mills a monito di una presenza superiore, c’è una splendida scena in cui Woody Allen – microfono alla mano – si interroga sulle “10 cose per cui vale la pena vivere”. Una domanda a cui John, forse, non saprebbe rispondere.

Tutto quel “blablabla” che ci portiamo dentro

Il “blablabla” con cui il nipote riprende lo zio è una trovata sottile. Mike Mills rifiuta il film stesso, salvandolo dalle critiche all’eccesso di discorsi. Quel “bla bla bla” è imprescindibile per rispondere alle domande fondamentali. Anche se pedante, ricorsivo, barocco.

Per quanto ostenti profondità, il film è uno sguardo ottimista e permissivo a quelle stesse difficolta che racconta. Alla fine tutto è accolto, tutto è vita, e l’ultimo voiceover ammanta immagini meravigliose, volti morbidi, sorrisi soffusi. C’è una calma placida, che coccola un po’ troppo per le ambizioni sciorinate lungo la vicenda. Ma è solo una parte del film. La storia dello zio, l’adulto in cerca di fantasie infantili.

Se si rivolge l’attenzione al piccolo si è invece sorpresi da una ferocia sincera. È sua la battuta che ci lascia al pianto: “mi ricorderò di tutto questo?”. Non ci preoccupiamo mai della memoria dei bambini, come se il loro vissuto fosse in trasparenza alla vita vera, quella che segue. Il personaggio di Jesse è invece una notevole dichiarazione di presenza, e fa eco ai bambini realmente intervistati da Mike Mills. Jesse reclama un ruolo da protagonista nella sua stessa educazione, aprendo a un dialogo equo da cui ogni parte trae vantaggio. Alcune frasi scoccano con veemenza: “Ho saputo che mamma ha avuto un aborto”. Ecco, C’mon C’mon ci risveglia spesso da quel sogno di coccole materne che gravitano nella forma scelta da Mills. Arrivano parole che sono “bla bla” difficili da digerire. “E ora che cazzo gli dico”, si chiede lo zio, “non puoi dire la verità a un bambino di 9 anni”.

Imparare a essere genitori

Joaquin Phoenix interpreta un personaggio naive, con cui empatizziamo perché genuinamente indisposto al ruolo di genitore. La madre di Jesse, Vivs, è molto più lucida e conscia del fratello John. Lei, che affronta fuori campo il bipolarismo del padre di Jesse, è armata di realtà. In brevi flashback scopriamo che i due hanno a lungo litigato per la madre malata. John assecondava le fantasie della malattia, Vivs no. Al contrario ora John non vuole, anche se invitato da Vivs, seguire Jesse nella sua inusuale abitudine di fingersi orfano in cerca di casa. È il ruolo del padre il vero assente, che John non riveste mai scegliendo invece il solco preparato dalla sorella. La genitorialità improvvisata cambia le prospettive e apre a una messa in discussione dei ruoli educativi come mitici monoliti da replicare.

C’mon C’mon è un film che amiamo con facilità. Ci stringe a sé e dedica ogni istante concessogli a perifrasi sui grandi temi di sempre. Lo sappiamo che il bianco e nero è un trucco, che il voice over è un semplice sussurro e che in fondo è un percorso senza meta. Eppure non è una truffa. Per quanto ridondante e privo di intuizioni inedite, C’mon C’mon è un’antologia di meditazioni erette a monumento: entriamo da turisti, già consci di ciò che ci attende, ma il biglietto vale il tour e alla fine ci rende un po’ più vivi.

2.2 Il road movie (auto)analitico di C’mon C’mon di Mike Mills (Fabio Vittorini duels.it)

Che cosa succede se un adulto parla con un bambino come un bambino e quel bambino parla con quell’adulto come un adulto, scambiandosi le parti? Cosa succede se vengono sovvertiti gli stereotipi sui quali poggiano i muri spesso invalicabili tra infanzia ed età adulta, o meglio tra il modo di vedere e agire di un bambino e quello di un adulto? Che cosa succede se proviamo a ricostruire la transizione dimenticata che ha fatto diventare adulto un bambino? Che cosa succede se proviamo a chiederci quando e perché diventare adulti ha cominciato a implicare non solo il superamento, ma anche la rimozione di ciò che siamo stati da bambini? Cosa succede se proviamo a riallacciare una relazione di fisiologica consecuzione e conseguenza tra il pensiero magico e inarrestabile del bambino e quello razionale e autolimitante dell’adulto? Sono queste alcune tra le domande che Mike Mills si pone nel suo ultimo film, di cui ha curato sceneggiatura e regia, C’mon C’mon, facendo interagire un adulto un po’ infantile, Johnny, un giornalista radiofonico che viaggia per gli Stati Uniti intervistando bambini sulle loro vite e sui loro pensieri sul futuro, e un bambino precoce, Jesse, il figlio di 9 anni di Viv, la sorella con la quale Johnny non parla dalla morte della madre demente avvenuta più di un anno prima.

Mentre è a Detroit Johnny chiama Viv, che gli chiede se può andare a Los Angeles per badare a Jesse durante il weekend, mentre lei va a Oakland per prendersi cura del suo ex marito Paul, alle prese con un disturbo psichico invalidante. Dal momento in cui Johnny e Jesse si incontrano, inizia un viaggio sia fisico che interiore. Mentre Johnny porta il nipote con sé a New York e poi a New Orleans per registrare delle interviste, i due cominciano a conoscersi e, tra difficoltà prevedibili, complicità spontanee e qualche piccola diffidenza, a stringere un legame sempre più profondo. Mentre vengono macinati migliaia di chilometri sulla carta geografica degli Stati Uniti, tratteggiati con leggerezza coscienziosa dalla fotografia di Robby Ryan grazie a un luminosissimo bianco e nero, fiumi di parole avvolgono e svolgono il rapporto tra zio e nipote, creando una sorta di road movie (auto)analitico: Johnny e Jesse, interpretati da Joaquin Phoenix e dallo sbalorditivo Woody Norman in stato di grazia, non smettono mai di parlare, di provocarsi, di interrogarsi, di soccorrersi, aiutati a distanza dalla sorella/mamma Viv, una dolcissima Gaby Hoffmann, costruendo da zero una relazione autentica, basata sul dialogo paritario, sullo sforzo di capirsi, sulla capacità di mettersi in discussione e sfidarsi a vicenda senza volersi fare del male. Capita così che, mentre l’adulto aiuta il bambino ad affinare i suoi strumenti di comprensione della vita a venire, il bambino aiuta l’adulto a rivedere gli strumenti usati per archiviare la vita passata. Capita così che l’adulto e il bambino scoprano di avere le stesse fragilità e le stesse paure: Johnny sta ancora elaborando il lutto per la perdita della madre, mentre Jesse quello per l’assenza del padre, e in entrambi i casi la mancanza è resa più incomprensibile e dolorosa dal mistero della malattia mentale. Capita così che un film apparentemente facile si riveli una gemma rara di delicatezza e comprensione della vita.


3 Video

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Perché sei solo? …..bla …bla

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Less is more – Le parole dell’educare

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Quando pronunciamo alcune parole come amore, desiderio, regola, ne conosciamo il significato più profondo? Sappiamo farci accompagnare da loro nel nostro agire quotidiano e nelle relazioni con l’altro?

L’autore ha approfondito la natura di tredici vocaboli a lui cari, convinto che chiarire il loro significato originario, cercando di coglierne le potenzialità educative, possa non solo ridare senso alle parole ma anche parlare di noi stessi e del nostro rapporto con alcuni concetti pedagogici fondamentali. Perché le “nostre” parole, come conchiglie silenziose sulla spiaggia, aspettano di essere raccolte e portate all’orecchio per svelare un mare di ricordi ed emozioni.

LA PROGETTAZIONE EDUCATIVA

LEGGI

IN BREVE

INDICE

GLI AUTORI

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In vendita in tutte le librerie e anche on line

In breve
Che cosa significa “progettare in campo educativo”? Soprattutto, che cos’è concretamente un progetto in un servizio sociosanitario e come lo si realizza? Chi sono gli attori in gioco e quali le fasi del progetto? Il libro, rivolto a tutti gli operatori sociali e in particolare agli educatori, intende rispondere a queste domande. Nella prima parte, teorica, si propone un modello di costruzione di un progetto, prendendone in esame tutte le fasi. Nella seconda si analizzano alcuni progetti scritti e realizzati da educatori e operatori sociali per fornire delle esemplificazioni valide per la pratica operativa. Questa nuova edizione approfondisce il tema della progettazione anche in rapporto alle nuove complessità educative e alla realtà virtuale.

Indice


Prefazione di Alessandra Vecchi
Introduzione. Perché parlare di progettazione nelle professioni socioeducative?


Parte prima
La teoria

1.La progettazione: aspetti teorici
Che cosa significa progettare/Perché è indispensabile progettare: la progettazione come strumento per vivere nella complessità/Il progetto: una risposta al problema/Il luogo del progettare/Progettare nel mondo virtuale

2. Come si costruisce un progetto
Il percorso di costruzione del progetto/La fase di qualificazione: l’osservazione/La fase di qualificazione: individuazione della situazione problema, definizione degli obiettivi e verifica della fattibilità/La fase di definizione/La fase di realizzazione 63. La verifica e la valutazione/La costruzione di un progetto e l’educatore/La supervisione.


Parte seconda
La pratica

3. La progettazione: aspetti pratici
Dal soggetto al territorio: l’applicazione di una metodologia/La progettazione con l’adulto gravemente disabile, ovvero progettare al limite del “compito impossibile” /La progettazione in un servizio di assistenza domiciliare ai minori, ovvero progettare nell’evoluzione/La progettazione di un servizio. Il progetto educativo della cooperativa “La casa davanti al sole”/La progettazione di un servizio in una complessità


Bibliografia

GLI AUTORI

Walter Brandani, educatore professionale e mediatore familiare, insegna nella scuola primaria di Tradate (VA).

Manuela Tomisich è psicologa-psicoterapeuta e mediatrice di comunità. È docente nel corso di laurea specialistica in Psicologia presso l’Università Cattolica del S. Cuore di Milano e di deontologia presso università Milano Bicocca

LEGGI LA PREMESSA

WELCOME

Regia di Philippe Lioret. Francia, 2009, durata 110 minuti. Età: più 12

Welcome" un film di Philippe  immigrazione adolescenza

  1. SINOSSI
  2. RECENSIONE
  3. VIDEO
  1. SINOSSI

Welcome racconta la storia del giovane rifugiato curdo . A soli diciassette anni, il ragazzo ha vagato per mesi in Europa, nel tentativo di ricongiungersi con la sua amata fidanzata, che ha emigrato con la famiglia in Inghilterra. Il viaggio per Bilal è stato molto duro, ma finalmente riesce a raggiungere il nord della Francia, da dove spera di prendere una nave per attraversare il mare e approdare nel Regno Unito.
Proprio lì la polizia ferma il ragazzo: a causa delle leggi in vigore sull’immigrazione, il giovane curdo non può oltrepassare il canale della Manica. Senza perdersi d’animo, Bilal progetta di superare le fredde acque del mare del Nord nuotando, ma per riuscirci deve prepararsi. Così, con i pochi soldi che ha si iscrive in una piscina dove inizia l’allenamento.
Lì Bilal incontra Simon , un istruttore di nuoto di mezz’età in piena crisi, a causa dell’imminente divorzio con la moglie Marion . Nonostante le evidenti differenze, i due scoprono in realtà di avere molto in comune: nasce così una forte amicizia che darà la forza a entrambi di lottare per i loro sogni di un avvenire migliore.

2. RECENSIONE

di Simone Emiliani sentieriselvaggi.it

I limiti invalicabili della frontiera prendono forma in Welcome, diretto dal francese Philippe Lioret che in Italia si era fatto conoscere per Mademoiselle (2001) ma che a France Cinéma, nel 2006, ha presentato uno dei suoi film più belli, Je vais bien, ne t’en fais pas. Il canale della Manica, che divide la Francia dall’Inghilterra, rappresenta infatti un ostacolo insormontabile per numerosi immigrati clandestini. Bilal è un ragazzo di 17 anni originario dell’Irak che ha lasciato il suo paese per raggiungere la ragazza che ama, Mina. Lei vive a Londra con la sua famiglia e suo padre non vuole che frequenti il ragazzo. Con alcune persone, ha tentato di nascondersi dentro un camion che stava per imbarcarsi da Calais, ma è stato scoperto dalle autorità. A questo punto il ragazzo pensa all’impresa disperata: cercare di attraversare la Manica a nuoto. Inizia così a prendere lezioni nella piscina locale e il suo insegnante Simon (Vincent Lindon) inizia a prendersi cura di lui ospitandolo di nascosto a casa sua e aiutandolo a mettersi in contato con Nina. Welcome è un film disperato, senza speranza, ma di un’intensità tale che non lascia indifferenti. Lioret mette innanzitutto in maniera straordinaria le forme differenti di razzismo che serpeggiano a Calais: il vicino di casa di Simon che avverte la polizia dopo che ha visto il maestro di nuoto entrare nella sua abitazione con Bilal; lo sgombero degli immigrati nei pressi del porto; un addetto di un supermercato che impedisce a due uomini di entrare. La macchina da presa attraversa il porto di notte, luogo di provvisorie speranze ma anche impermeabile verso l’esterno, avvolto da un blu sospeso tra il malinconico e lo spettrale. Al tempo stesso però Welcome è anche una struggente storia di amori impossibili. Ciò è evidente nei continui tentativi di Bilal di mettersi in contatto con la ragazza ma anche nella sofferta separazione tra Simon e l’ex-moglie, ancora emotivamente coinvolti e attratti ma ormai distanti. Per certi aspetti, le forme di un nomadismo, anche sentimentale, congelate dentro lo spazio provvisorio del porto, ricordano Lontano di André Téchiné. Rispetto a quel bel film, però Welcome va oltre e raggiunge continuamente momenti emotivamente mai esibiti ma che catturano e lasciano i suoi segni. Basta vedere lo sguardo di Vincent Lindon su un ragazzo che nuota in piscina. Non è più Bilal ma un’altra persona. Lui lo osserva come stordito, rivedendo in quel corpo l’altra immagine. Forse di un desiderio di paternità negato, forse un inconscio tentativo di desiderio, dove nella ricerca della felicità del ragazzo c’è dentro anche la sua.

3. VIDEO

TRAILER

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I MISERABILI

Regia di Ladj Ly. Francia, 2019, durata 100 minuti. Età V.M. 14

Recensione “I Miserabili” (“Les Miserables”, 2019) – Una Vita da Cinefilo
  1. SINOSSI

2. RECENSIONE

3. IMMAGINI

  1. SINOSSI

Miglior film francese dell’anno e Premio della Giuria al Festival di Cannes, I miserabili, acclamata opera prima del regista Ladj Ly. Girato esattamente dove Victor Hugo aveva ambientato il suo romanzo, a Montfermeil, nella periferia a un’ora dal cuore di Parigi si consuma un thriller dal ritmo avvincente e adrenalinico. Stéphane, insieme a due colleghi veterani di una squadra anticrimine, si trova a fronteggiare una guerra tra bande, membri di un ordine religioso, ragazzini in rivolta. Un semplice episodio di cronaca diventerà il pretesto per una deflagrante battaglia per il controllo del territorio, in un tutti contro tutti senza pietà

2. RECENSIONE

CINEFORUM.IT Chiara Borroni

Victor Hugo con  I miserabili aveva cercato di mettere in un libro “il destino e in particolare la vita, il tempo e in particolare il secolo, l’uomo e in particolare il popolo, Dio e in particolare il mondo”; l’ispirazione della prima opera di finzione di Ladj Ly (dopo la coregia del bellissimo documentario A voce alta – La forza della parola) è dunque dichiarata fin dal titolo che ricalca letteralmente quello di uno dei monumenti della storia della letteratura e non solo perché è ambientato nella Montfermeil dove Hugo fa muovere parte dei suoi personaggi intorno alla locanda dei Thénardier. La vocazione – vedi ambizione – del giovane regista nato e cresciuto nella stessa banlieue, è infatti realizzare un affresco storico, sociale, politico (come lo era d’altra parte anche il documentario sulla competizione di arte oratoria all’università di Saint-Denis) e di metterlo, questa volta, in forma di finzione narrativa. Per questo Ladj Ly sceglie di calare la sua materia nel poliziesco e di farlo spingendo sugli stilemi del genere (inteso in una declinazione action decisamente più americana che europea) che adatta a mettere in scena la vita dei quartieri della periferia parigina. Il destino, la vita, il tempo e soprattutto l’uomo sono al centro del racconto che ruota intorno a tre flic incaricati di tenere sotto controllo la situazione tra i casermoni di periferia in cui l’equilibrio è sempre sul punto di saltare. I tre (uno nero e uno bianco radicati, ognuno a suo modo, nelle dinamiche del quartiere, e poi il novizio appena trasferito da Cherbourg), a bordo della loro Peugeot grigia si muovono nel dedalo degli hlm tra le vie ingombre di detriti, il campo da calcio, i giardinetti, l’ufficio del cosiddetto “Sindaco”, il kebabbaro punto di riferimento della comunità islamica: osservano, controllano, intervengono dalla strada. Non vegliano perché vegliare prevede di mantenere una distanza che non possono avere in mancanza di una soluzione sistemica. Si muovono dal basso, allo stesso livello degli abitanti, non dissimili, mai davvero uguali, tutti parte dello stesso meccanismo in cui l’unica via è assecondare le pressioni e le tensioni per evitare che esplodano. Questa negazione della possibilità di un ordine sociale ri-stabilito diventa per Ladj Ly anche la negazione di uno sguardo esterno agli avvenimenti (oggettivo si potrebbe dire): tutto è portato dentro all’azione continuamente e senza sosta, la narrazione è totalmente immersa, la macchina da presa segue, incalza, racconta, senza prendere mai posizione perché non ci sono in fondo né buoni né cattivi. Gli unici che provano a reagire riprendendosi quella distanza necessaria sono i bambini, i soli – non a caso – che riescono a osservare da “fuori”, dall’alto, dai tetti, attraverso un drone o dietro uno spioncino, i soli a poter provare – forse – a scardinare questo ordine non costituito. La scelta di Ladj Ly diventa però anche il limite del film che asseconda la narrazione senza riuscire a dominarla fino in fondo, ritrovandosi a più riprese a svicolare, scegliendo la soluzione più semplice, senza osare davvero, senza, appunto, prendere per davvero una posizione.

3. IMMAGINI

Trailer

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Clip “Noi non giochiamo”

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SORRY WE MISSED YOU

Regia di Ken Loach.
Gran Bretagna, Francia, Belgio, 2019
durata 100 minuti.
età dai 13 anni
1. SINOSSI
2. RECENSIONI
3. VIDEO
  1. SINOSSI

Sorry We Missed You, film diretto da Ken Loach, è la storia di Ricky (Kris Hitchen) e Abby Turner (Debbie Honeywood), che, dopo il crollo finanziario del 2008, lottano contro la precarietà degli ultimi anni in quel di Newcastle, cercando di non far mancare nulla ai loro bambini. Proprio la loro disastrosa condizione lavorativa – lei badante a domicilio, lui fattorino mal pagato – e conseguentemente finanziaria li mette di fronte a una dura relatà: non diventeranno mai indipendenti e non avranno mai una casa di loro proprietà, se continueranno ad agire così.
Ma un’allettante opportunità irrompe improvvisamente nella loro vita, quando Abby vende la propria auto per permettere a Ricky di acquistare un furgone. Con il nuovo mezzo l’uomo inizia a fare consegne per conto proprio, purtroppo sorgeranno nuovi problemi che metteranno gravemente a rischio l’unità, finora così solida, dei Turner.

2. RECENSIONE ( di Valentina Giua )

Da “I, Daniel Blake” a “Sorry We Missed You”: un nuovo tipo di sfruttamento.
Ken Loach il “Rosso”, ha iniziato la sua carriera di regista con la BBC, per poi firmare decine di film e vincere due volte a Cannes, dedicando tutta la sua opera cinematografica alla descrizione delle condizioni di vita dei ceti meno abbienti. Dopo aver finito I, Daniel Blake e vinto la Palma d’Oro, Loach era sul punto di ritirarsi. Ma i risultati delle ricerche fatte per il film, erano solo la punta dell’iceberg. Quello che Loach stava scoprendo era «un nuovo tipo di sfruttamento» che valeva la pena approfondire e raccontare in un nuovo film che fosse in qualche modo legato al primo.

L’esperienza di I, Daniel Blake ha dato lo slancio per realizzare Sorry We Missed You. Se I, Daniel Blake raccontava il complicato sistema dei sussidi e delle indennità, Sorry We Missed You (al cinema dal 2 gennaio) ruota attorno al mondo del lavoro e delle persone che – per dirla con Theresa May – «riescono a stenta a cavarsela». Quello che Loach vuole raccontare in questo film è il nuovo tipo di sfruttamento su cui si basa la gig economy ma soprattutto le conseguenze che questo sfruttamento causa nella vita famigliare del lavoratore.

La famiglia Turner.

Una scena del film Sorry We Missed You.
Il lavoratore scelto da Loach come protagonista è Ricky Turner – Kris Hitchen -, uno stacanovista per definizione. Lui e la moglie, avevano risparmiato abbastanza da riuscire a comprare una casa, ma il crack finanziario del 2008 gli ha impedito di sottoscrivere un mutuo. Ricky ha perso il lavoro e ha dovuto vendere la casa. La moglie, Abby – Debbie Honeywood – non è da meno, lavora come badante per un’agenzia e non è pagata a ore bensì in base al numero di visite. Per raggiungere le case dei suoi assistiti, sparse per la città di Newcastle, non può fare a meno dell’auto; Ricky però ha un piano per fare un sacco di soldi, decide così di venderla e acquistare un furgone per iniziare il suo business “personale”.

Il piano di Ricky consiste nel lavorare come un cane, superare anche se stesso per procurarsi i fondi necessari a comprarsi una casa e permettere alla famiglia di andare avanti come desidera. L’idea del fattorino per lui è l’ultima chance, anche perché le tensioni famigliari aumentano sempre di più e il figlio Seb – Rhys Stone -, sta per deragliare. La situazione peggiora ulteriormente quando Ricky inizia a essere sempre fuori. Seb rimane spesso con la sorellina Liza Jane – Katie Proctor -, che è molto sveglia e vuole solo che tutti siano felici.

In Sorry We Missed You ogni dettaglio è autentico.
Gli attori, tutti emergenti, non sapevano come sarebbe andata a finire la storia. Ogni episodio era una scoperta anche per loro. Loach infatti è da sempre ossessionato dalla credibilità dei suoi film. «Ogni dettaglio doveva essere autentico. Nessuno doveva fingere.» Lo stesso Hitchen ha dovuto lavorare 20 anni come idraulico prima di fare l’attore e ottenere la parte di Ricky. Le scenografie e gli ambienti sono stati realizzati con lo stesso obiettivo di ottenere credibilità: lo stile estremamente sobrio consente alla narrazione e agli attori di prevalere e prendere vita.

Così la famiglia Turner, dalla propria casa in affitto a Newcastle, riesce a diventare il microcosmo che rappresenta l’intera Gran Bretagna e non solo, data la diffusione del lavoro precario in tutta Europa. Il film, con i suoi protagonisti-simbolo, diventa il ritratto di un sistema che ha ripercussioni soprattutto sui figli di genitori stremati dal lavoro, che non hanno sufficientemente tempo per loro.

Impossibile non affezionarsi.

La lucida accusa del sistema che Loach fa in Sorry We Missed You, non è certo nuova o sorprendente rispetto ai suoi lavori precedenti. Chi lo accusa di essere troppo freddo e ideologico, potrebbe leggere questo film come l’ennesimo manifesto politico del regista. Ma la forza di un film come Sorry We Missed You, al quale è impossibile non è affezionarsi, merita ben altre considerazioni. Milioni di spettatori, come già è accaduto con I, Daniel Blake, si ritroveranno nei protagonisti del film, sentendosi meno soli e, finalmente, compresi nell’umiliazione che sono costretti ad affrontare ogni giorno. Per citare la produttrice Rebecca O’ Brian:

«Se si mettono insieme, i film di Ken costituiscono una sorta di lunga storia delle nostre vite. Mi piace pensare che tra 200 anni, se qualcuno vorrà farsi un’idea della storia sociale della nostra epoca, potrebbe trovare una risposta guardando cinquant’anni di film di Ken Loach e dei suoi sceneggiatori.»

3. VIDEO

TRAILER

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SCENE DAL FILM

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scena dal fim

BUONA VISIONE – educare con i film –

SINOSSI

PRESENTAZIONE AUTORE

LEGGI INDICE E INTRODUZIONE

DOVE ACQUISTARE IL LIBRO:  

SINOSSI

Perché si ama tanto il cinema?

Perché i film, entrando a far parte della nostra vita con le loro storie – drammatiche, romantiche, divertenti o tristi – sono capaci di coinvolgerci ed emozionarci. È quindi inevitabile pensare ai film come ad uno strumento pedagogico.

In questo libro, l’autore mette in evidenza le potenzialità educative di un film e come possa essere utilizzato, sia da professionisti dell’educazione che dai genitori, per favorire una riflessione.

Presenta inoltre una rassegna di settanta film che affrontano alcuni grandi temi educativi, perché “non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. (Ingmar Bergman)
Buona lettura … anzi buona visione!

PRESENTAZIONE AUTORE

Walter Brandani insegnante, educatore professionale, mediatore familiare e allenatore di rugby. Ha lavorato in vari servizi educativi per minori e adulti.

Per l’Associazione Nazionale Educatori Professionali è stato consigliere nazionale e referente del Centro Studi; attualmente insegna nella scuola primaria di Tradate (VA). Autore di libri per educatori, insegnanti e genitori,  è appassionato di cinema.

LEGGI INTRODUZIONE E INDICE (clicca qui)

 DOVE ACQUISTARE IL LIBRO

L’ordine delle cose

Regia di Andrea Segre

Italia, Francia, Tunisia, 2017

durata 112 minuti

1) SINOSSI E NOTE DI REGIA

2) INTERVISTA

3) SITO E PAMPHLET

4) TRAILER

 

1. SINOSSI E NOTE DI REGIA

LA STORIA

Corrado è un alto funzionario del Ministero degli Interni italiano specializzato in missioni internazionali contro l’immigrazione irregolare. Il Governo italiano lo sceglie per affrontare una delle spine nel fianco delle frontiere europee: i viaggi illegali dalla Libia verso l’Italia. La missione di Corrado è molto complessa, la Libia post-Gheddafi è attraversata da profonde tensioni interne e mettere insieme la realtà libica con gli interessi italiani ed europei sembra impossibile. Corrado, insieme a colleghi italiani e francesi, si muove tra stanze del potere, porti e centri di detenzione per migranti. La sua tensione è alta, ma lo diventa ancor di più quando infrange una delle principali regole di autodifesa di chi lavora al contrasto dell’immigrazione, mai conoscere nessun migrante, considerarli solo numeri. Corrado, invece, incontra Swada, una donna somala che sta cercando di scappare dalla detenzione libica e di attraversare il mare per raggiungere il marito in Europa. Come tenere insieme la legge di Stato e l’istinto umano di aiutare qualcuno in difficoltà? Corrado prova a cercare una risposta nella sua vita privata, ma la sua crisi diventa sempre più intensa e si insinua pericolosa nell’ordine delle cose.

NOTE DI REGIA

2. INTERVISTA

WALTER BRANDANI: “Com’è nata l’idea di realizzare il film L’ordine delle cose?”

ANDREA SEGRE: Il film si inserisce all’interno di un percorso di ricerca e di narrazione che, ormai da una decina d’anni, cerca di capire quali sono le direzioni di sviluppo del sistema di protezione europeo e quali sono le conseguenze nella vita delle persone. Dopo aver raccontato, in diversi film e anche diversi articoli, le conseguenze sulla vita dei migranti, mi interessava capire le conseguenze sulla vita degli europei.

Allora ho utilizzato la figura dei funzionari ( che si occupano di costruire questo sistema ) per riuscire a parlare un po’ anche di come stiamo NOI, anche se questo NOI, così come il pronome LORO, sembra troppo generalizzante.

Sicuramente ci sono diverse definizioni sia per NOI che per LORO. C’è però certamente un NOI e un LORO causato dall’appartenere a chi ha il diritto di muoversi e a chi questo diritto non ce l’ha.

Il NOI che ha il diritto di muoversi è attraversato da un sentimento, che parrebbe maggioritario, di limitare il numero di LORO che arrivano.

Allora come si fa a limitare questo numero? Chi lo fa? E che cosa succede a chi lo fa? Come si sente? Qual è la sua vita?

Da queste domande è iniziato un lungo percorso di ricerca. Abbiamo incontrato alcuni dei funzionari che fanno questo lavoro e abbiamo costruito la figura di Corrado Rinaldi (il protagonista del film), che serve non solo a dare informazioni su quanto succede al confine con la Libia e a raccontare quali sono gli sviluppi di quella situazione.

Corrado Rinaldi serve anche a riflettere su quali sono le conseguenze di quella che sembrerebbe appunto la scelta maggioritaria ed inevitabile, cioè, la scelta di cercare di fermare e di diminuire il numero di LORO.

Ecco che quando quel numero diminuisce NOI ci sentiamo più felici. Ma quali sono le conseguenze di ciò?  Quali sono le ferite che questa scelta apre? Corrado racconta anche questo.

 

WB: Quando si parla di immigrazione se ne parla spesso in termini problematici e catastrofici, come causa del disordine. Eppure i flussi immigratori sono sempre esistiti. Sono quindi inevitabili? Sono cioè come la pioggia, i cui effetti dipendono anche dalla “qualità” del terreno?

AS: Questo è vero, ma quello che sta avvenendo oggi è qualcosa di più della inevitabile volontà delle persone di muoversi. Quello che sta succedendo in questa epoca storica è un aumento costante delle diseguaglianze economiche e di condizioni di vita, una crescita molto forte della comunicazione globale e della globalizzazione delle merci e una tendenza dei più ricchi a proteggersi.

All’interno di questo scenario non ci si aspettava che i più poveri si mettessero in cammino creando un movimento tellurico non irrilevante.

Il come rispondere a questo movimento ha a che fare sicuramente con la metafora dell’acqua ed è innegabile che le cause di questa tensione migratoria siano profondamente interconnesse con noi, perché siamo noi la parte che gestisce la globalizzazione delle merci, siamo noi la parte che produce spettacolo e spettacolarizzazione del nostro stile di vita, siamo noi che vogliamo la protezione.

Ecco quindi che non possiamo esimerci dall’avere un ruolo in questa storia.

I modi per affrontare l’immigrazione sono di fatto due.

Il primo modo è quello di cercare “cattivi” alleati, che possono fare i cattivi senza avere pudori democratici, e a loro si affida il lavoro sporco. Perché per fermare esseri umani, che non hanno nulla da perdere, c’è un unico modo: essere violenti. Ed è quello che l’Europa sta facendo, con una capacità di rompere il senso del pudore esagerata, perché ormai possediamo anche le informazioni di come agiscono i nostri “cattivi” alleati, ma il fatto che agiscano “di là” ci rasserena.

Il secondo modo è quello di reagire a queste cause di oggettiva ingiustizia e di trovare un modo affinché questa esigenza migratoria entri all’interno di un flusso di movimento regolare e controllato, perché l’individuo si muova, secondo una norma, in un percorso documentabile.

Invece oggi nessuno ha la possibilità di andare in un consolato e dire: “io vorrei andare in Germania perché c’è mio fratello” o “io voglio trovare lavoro in Europa, aiutatemi a capire dove posso trovarlo”. Nessuno ha la possibilità di avere un visto per partire regolarmente, cosa che consentirebbe di sapere dov’è e cosa fa.

L’angoscia legata agli arrivi delle persone in barcone è una angoscia che io capisco. Ma non voglio pensare a quelle persone come povere vittime che hanno bisogno di aiuto.

Voglio pensare a loro, come a persone che non devono viaggiare in quel modo perché, così facendo, prima di tutto mettono a rischiano loro vita, secondo pagano e finanziano organizzazioni criminali molto pericolose e, terzo, ci mettono nella condizione di essere o angosciati (e quindi mossi verso pulsioni xenofobe ) o spinti a istinti umanitari.

Istinti Umanitari che, negli ultimi tre anni, hanno obbligato centinaia di uomini e donne a fare domanda d’asilo, quando volevano semplicemente cercare lavoro, e a bloccarsi in luoghi dove non hanno nessuna intenzione di stare.

Questo è stato un grave errore, sicuramente molto meno grave di chi ordina blocchi stradali o di chi li vorrebbe eliminare, perché è un errore mosso da un sentimento di bontà, ma la bontà in questa storia deve fare un passo indietro.

Credo che invece sia importante accorgersi che tutto ciò è conseguenza di un sistema molto chiaro, di un potere che vuole proteggere il proprio privilegio, che è poi la causa delle disuguaglianze e delle tensioni immigratorie.

 

WB: Ho trovato un forte legame tra il suo film e il film L’intrusa. In entrambi i protagonisti sono in dubbio se mantenere l’ordine delle cose o cambiarle, e in ambedue i film mi sembra che allo spettatore venga posta la domanda: “TU AL POSTO DEL PROTAGONISTA COME AVRESTI AGITO?” Può, secondo lei, il cinema favorire una riflessione per meglio definire i problemi della nostra società?

AS: Nei due film la struttura narrativa e il rapporto emotivo con lo spettatore è simile, ma quello che io vorrei è che le persone si chiedessero non solo che cosa io avrei fatto ma anche che cosa io sto già facendo?

Cioè se io non sto facendo nulla di esplicitamente contrario all’ordine che Corrado (il protagonista del film ) applica, io sono correo di Corrado in quella storia, perché Corrado non è un singolo individuo che agisce per interesse privato, è un funzionario di polizia che sta applicando un ordine.

Un ordine che corrisponde ad una scelta politica che, se noi non contestiamo o non smontiamo chiaramente, fa di noi i datori di lavoro di Corrado.

L’intrusa, che è un bellissimo film, è un film sociale. L’ordine delle cose è un film politico.

L’intrusa si occupa della scelta individuale di una donna che ha un peso civico e sociale: scegliere di far stare l’intrusa ha un peso nella comunità. L’ordine delle cose è un film politico, nel senso che decidere che cosa avrei fatto non dipende solo dalla mia scelta ma dipende anche dall’ordine che è sopra.

Se si generasse davvero una pressione di opinione in grado di affermare che questa cosa non la vogliamo per tre motivi

– perché non funziona e perché è una cosa che reitera costantemente  un meccanismo molto costoso e non efficiente;

– perché genera violenza e perché  ha bisogno della violenza di forze di polizia non democratiche per fermare corpi inermi;

– perché non affronta la causa  rispetto alla quale noi siamo corresponsabili

 

Ecco se riuscissimo a generare un movimento di opinione partendo da questi tre punti,  si creerebbe anche una spinta per cambiare L’ORDINE DELLE COSE.

3 SITO E PAMPHLET

Qui trovate l’edizione integrale del pamphlet “Per cambiare l’ordine delle cose”, ma vi chiediamo di leggerlo solo dopo aver visto il film. Leggerlo prima della visione del film rischia di non renderne chiara la sua funzione.

SCARICA IL PAMPHLET 

4. TRAILER E VIDEO

 

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IL CLIENTE

Risultati immagini per il cliente film

Regia di Asghar Farhadi. Genere Drammatico – Iran, Francia, 2016, durata 124 minuti Consigli per la visionei: +13

INDICE: 1. Trama; 2. Recensione; 3. Video

TRAMA

Emad (Shahab Hosseini) e Rana (Taraneh Alidoosti), sono una giovane coppia di attori costretta a lasciare la propria casa al centro di Teheran a causa di urgenti lavori di ristrutturazione. Un amico (Babak Karimi) si offre di affittargli un suo appartamento, tralasciando però dei particolari “importanti” sulla precedente inquilina che sarà causa di un incidente che segnerà le loro vite

 

RECENSIONE ecodelcinema.com

“Il cliente” di Asghar Farhadi racconta di una giovane coppia di attori che si trovano a dover cercare improvvisamente un posto dove abitare poiché il palazzo dove vivono, al centro di Teheran, è pericolante. Un amico trova loro un alloggio temporaneo, omettendo di dire loro che la casa ha un ‘passato’, purtroppo foriero di disavventure, che porteranno la coppia a rivalutare persino il proprio rapporto.

Premiato a Cannes 2016 per la migliore sceneggiatura, frutto dell’estro dello stesso regista, il film è il racconto asciutto, a tratti quasi teatrale, di come gli ‘incidenti’ della vita possano mostrare lati di ciascuno che rimangono sopiti, pronti però a destarsi quando sollecitati da qualcosa di imprevisto che irrompe nelle nostre giornate.

Il cliente: un notevole script elevato ad arte da regia e cast
“Il cliente” mostra chiaramente come la sofferenza possa cambiare anche gli animi miti, portandoli a meditare persino vendetta. Il protagonista Emad è interpretato con maestria da Shahab Hosseini, giustamente premiato a Cannes come miglior interprete maschile. L’attore porta sullo schermo la muta trasformazione del suo personaggio, le sue multisfaccettature emotive, il suo pudore, un sentimento quasi in disuso in un mondo occidentale dove l’apparire sta al centro di ogni attività relazionale.

Il disastroso ‘incidente’ che investe la coppia quasi tramortisce l’uomo, che si trova annichilito anche nei confronti della moglie Rana, egregiamente interpretata da Taraneh Alidoosti, che vive invece la propria difficoltà in modo intimo e personale, desiderosa soprattutto di andare avanti, ma non per questo non bisognosa di compagnia e conforto.

Gli eventi imprevisti alterano le dinamiche relazionali fra tutti i personaggi, fino ad un drammatico epilogo che vedrà la coppia costretta ad una resa dei conti inevitabile.

Il cliente: l’occasione per Farhadi di offrire uno sguardo di un Iran che cambia
Il regista iraniano premio Oscar come Miglior Film Straniero per “Una separazione”, sceglie anche di proporre la finzione nella finzione, mostrando il lavoro della coppia sulle tavole teatrali: quel “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller, la cui critica sociale ben può essere applicata all’Iran di oggi, richiamato nel titolo originale, “The Salesman”. Tante quindi le chiavi di lettura di un film che si presenta come un thriller, con momenti di grande tensione, per lasciare poi spazio ad un’analisi intima dei personaggi che popolano la storia.

Farhadi realizza un film avvincente, intenso, coinvolgente, specchio di un paese che cambia, lontano nei modi dal nostro mondo, ma più che mai specchio di quello che l’occidente era, prima dei terremoti sociali che hanno annientato privacy e relazioni umane non virtuali.

Il cliente: le difficoltà possono esasperare i rapporti e far emergere reazioni impreviste
Ne “Il cliente” il carnefice diventa vittima e la vittima carnefice, portando ciascuno di noi a chiedersi fino a quanto le circostanze ci possono spingere? Da vittime riusciremmo a lasciar emergere la nostra umanità al di sopra del dolore?

Basterebbe l’inquietudine che instilla nello spettatore a fare del racconto di Farhadi un film di alto livello, ma le sue qualità sono tante: la valenza dei contenuti è ben supportata da una regia puntuale che indaga le situazioni e i personaggi, lasciando che pian piano la matassa si dipani, in un crescendo emozionale.

“Il cliente” di Asghar Farhadi, che ha anche ricevuto la ‘designazione di interesse’ da parte del sindacato critici cinematografici italiani, è un film che consigliamo a tutti coloro che non hanno paura di storie forti.

Maria Grazia Bosu

VIDEO

TRAILER

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IL CLIENTE – Il nuovo appartamento

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IL CLIENTE – L’inquilina precedente
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IL CLIENTE – Dialogo tra i coniugi

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IL CLIENTE – Nella stanza

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IL CLIENTE – In teatro

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