Archivi autore: Walter Brandani

LIBRI PER BAMBINI: I classici- Età di lettura: da 8 anni

Elenco – segue breve riassunto libri.

  1. Gli sporcelli di Roald Dahl
  2. Il GGG di Roald Dahl.
  3. Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare di Luis Sepúlveda
  4. Le streghe Copertina di Roald Dahl
  5. La magica medicina di Roald Dahl
  6. Matilde di Roald Dahl
  7. La tela di Carlotta di E. B. White
  8. Cion Cion Blu di Pinin Carpi
  9. L’ Incredibile storia di Lavinia” di Bianca Pitzorno
  10. “La magica casa sull’albero” SERIE DI LIBRI di Mary Pope Osborne
  11. CLASSICI VERSIONE RIDOTTA EDIZIONE EL – I CLASSICINI
  1. Gli sporcelli di Roald Dahl Se ci guardiamo intorno, possiamo renderci conto che non sono infrequenti le persone brutte o cattive o sporche: ma ci sono anche persone insieme cattive, sporche e brutte, come gli Sporcelli. Sembrerebbe poco interessante occuparsi di loro, e invece no. Gli Sporcelli hanno un’indole malvagia e fanno scherzi orribili: come quando la signora Sporcelli mise il suo occhio di vetro nel boccale di birra del marito, per fargli sapere che lo teneva sempre sotto controllo! Fortunatamente, gli Sporcelli non sono inesauribili nelle loro trovate, e alla fine, sia pure in modo del tutto involontario, rimangono vittime della loro stessa cattiveria…
  2. Il GGG di Roald Dahl. Sofia non sta sognando quando vede oltre la finestra la sagoma di un gigante avvolto in un lungo mantello nero. È l’Ora delle Ombre e una mano enorme la strappa dal letto e la trasporta nel Paese dei Giganti. Come la mangeranno, cruda, bollita o fritta? Per fortuna il Grande Gigante Gentile, il GGG, è vegetariano e mangia solo cetrionzoli; non come i suoi terribili colleghi, l’Inghiotticicciaviva o il Ciuccia-budella, che ogni notte s’ingozzano di popolli, cioè di esseri umani. Per fermarli, Sofia e il GGG inventano un piano straordinario, in cui sarà coinvolta nientemeno che la Regina d’Inghilterra.
  3. Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare di Luis Sepúlveda Dopo essere capitata in una macchia di petrolio nelle acque del mare del Nord, la gabbiana Kengah atterra in fin di vita sul balcone del gatto Zorba, al quale strappa tre promesse solenni: di non mangiare l’uovo che lei sta per deporre, di averne cura e di insegnare a volare al piccolo che nascerà. Così, alla morte di Kengah, Zorba cova l’uovo e, quando si schiude, accoglie la neonata gabbianella nella buffa e affiatata comunità felina del porto di Amburgo. Ma come può un gatto insegnare a volare? Per mantenere la terza promessa, Zorba dovrà ricorrere all’aiuto di tutti, anche a quello di un uomo. In una storia che ha la grazia di una fiaba e la forza di una parabola, il grande scrittore cileno toccai temi a lui più cari: l’amore per la natura, la generosità disinteressata e la solidarietà, anche fra «diversi».
  4. Le streghe di Roald Dahl Chi sono le vere streghe? Non quelle delle fiabe, sempre scarmigliate e a cavallo di una scopa, ma signore elegantissime, magari vostre conoscenti. Portano guanti bianchi, si grattano spesso la testa, si tolgono le scarpe a punta sotto il tavolo e hanno denti azzurrini… tutto per nascondere gli artigli, le teste calve, i piedi quadrati e la saliva blu mirtillo: i segnali distintivi delle vere streghe. Ora che lo sapete potrete evitare di essere trasformati in topi, ma solo se terrete gli occhi bene aperti. La realtà non è sempre quella che sembra…
  5. La magica medicina di Roald Dahl George ha una nonna egoista, prepotente e insopportabile, che lo disgusta raccontandogli come sono buoni da mangiare bruchi, lombrichi e soprattutto scarafaggi, che scrocchiano così bene sotto i denti, e lo spaventa lasciandogli credere che lei possa essere una strega. Cosa può fare allora il povero George se non preparare una magica medicina che cambi almeno un po’ il carattere della nonna? Mescola in un enorme pentolone tutto quello che trova in casa, dal deodorante alla polvere antipulci, dall’olio del motore alla cera da scarpe. La nonna cambia, eccome! Peccato però che George non riesca a ricordarsi gli ingredienti e le dosi del suo magico beverone…
  6. Matilde di Roald Dahl Matilde ha imparato a leggere a tre anni, e a quattro ha già divorato tutti i libri della biblioteca pubblica. Quando perciò comincia a frequentare la prima elementare si annoia talmente che l’intelligenza deve pur uscirle da qualche parte: così le esce dagli occhi. Gli occhi di Matilde diventano incandescenti e da essi si sprigiona un potere magico che l’avrà vinta sulla perfida direttrice Spezzindue, la quale per punire gli alunni si diverte a rinchiuderli in un armadio pieno di chiodi, lo Strozzatoio, o li usa per allenarsi al lancio del martello olimpionico, facendo roteare le bambine per le trecce e lanciandole lontano. L’intelligenza e la cultura – sembra dire l’autore – sono le uniche armi che un debole può usare contro l’ottusità, la prepotenza e la cattiveria.
  7. La tela di Carlotta di E. B. White. Wilbur, un maiale vivace e curioso, abita in una fattoria. Gli altri animali lo evitano, ma lui stringe amicizia con Carlotta, un ragno intelligente e affettuoso. Sarà proprio lei a salvare la vita dell’amico, grazie alla sua abilità nel tessere la tela e a un piano fantasioso. Un inno all’amicizia e alla profonda saggezza della natura. Un capolavoro per tutte le età.
  8. Cion Cion Blu di Pinin Carpi Il protagonista di questo libro è Cion Cion Blu, un contadino che veste solo di arancione e blu, infatti ha un ombrello arancione e blu; ha anche un cane arancione che si chiama Blu, un gatto blu che si chiama A Ran Cion e un pesciolino blu che si chiama Bluino, che nuota in una vaschetta piena di aranciata. Un giorno Cion Cion Blu fa amicizia con l’imperatore e lo aiuta a trovare una ragazza che si chiama Gelsomina, e quando l’hanno trovata dopo un po’ Gelsomina e l’imperatore si sposano, ma prima Gelsomina incontra la fata Biancaciccia, invece, Cion Cion Blu e l’imperatore incontrano la fata Valentina Pomodora. Quando si ritrovano tutti insieme vogliono liberare il padre e la madre di Gelsomina dal maleficio di una strega di nome Dentuta. Per farcela ci dovranno mettere tutto il loro impegno.
  9. L’ Incredibile storia di Lavinia” di Bianca Pitzorno Un Natale freddissimo a Milano, ai giorni nostri. Lavinia, sette anni, è una piccola fiammiferaia sola al mondo che, come da copione, sta per morire di fame e di freddo. Ma a salvarla arriva in taxi una fata che le regala un anello magico, grazie al quale la bambina non solo risolve alla grande tutti i suoi problemi di sopravvivenza, ma si vendica allegramente della indifferenza e delle prepotenze degli adulti.
  10. “La magica casa sull’albero” SERIE DI LIBRI di Mary Pope Osborne La magica casa sull’albero” è una serie di libri per ragazzi in cui i protagonisti, Jack e Annie, scoprono una casa sull’albero misteriosa piena di libri. Sfogliando i libri, vengono magicamente trasportati in luoghi e tempi diversi, dal passato al futuro, e vivono avventure emozionanti.
  11. CLASSICI VERSIONE RIDOTTA EDIZIONE EL – I CLASSICINI

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segue elenco di alcuni titoli edizioni EL – I CLASSICINI:

 “L’isola del tesoro” di L. Stevenson
 Robin Hood di Silvia Roncaglia
 “I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift
 “Il giro del mondo in 80 giorni” di Jules Verne
 “Il giardino segreto” di Francis Hodgson Burnett
 “Ventimila leghe sotto i mari” di Jules Verne
 “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain
 “Viaggio al centro della terra” di Jules Verne
 “Le avventure di Robinson Crusoe”
 “I tre moschettieri” di Alexandre Dumas
 “Piccole donne” di Louisa May Alcott
 Il fantasma di Canterville” di Oscar Wilde

LIBRI PER BAMBINI 6-9 anni

Elenco libri – segue breve sintesi

  1. Misha. Io, i miei tre fratelli e un coniglio di Edward Van de Vendel e Anoush Elman
  2. Hedvig di Frida Nilsson, Ilaria Mancini, IllustrazioniIlaria Mancini
  3. Niente draghi per Celeste! di Nikolaus Heidelbach , Ole Könnecke
  4. Il teschio di Jon Klassen
  5. Streghetta nocciola – Un anno nella foresta di Phoebe Wahl
  6. Morris di Bart Moeyaert
  7. Jole di Silvia Vecchini
  8. La traversata degli animali di Vincent Cuvellier
  9. Ellen e il leone di Crockett Johnson
  10. Tricorno si restringe di Florence Parry Heide

1.Misha. Io, i miei tre fratelli e un coniglio di Edward Van de Vendel e Anoush Elman, illustrazioni di Annet Schaap, pp. 144 f.to 14×21.

La piccola Roya è dovuta fuggire dal suo paese, come accade a tanti. E quando finalmente con la sua famiglia entra nella sua nuova casa, nel paese che li ha accolti, pensa che sia davvero ora di avere un animale domestico: arriva così un simpatico coniglietto nano che si chiama Misha e che conquista l’amore della bambina e dei suoi tre fratelli maggiori. E poi, un giorno, Misha scompare improvvisamente.

2. Hedvig di Frida Nilsson, Ilaria Mancini, IllustrazioniIlaria Mancini pp136 F.to14,5 x 21,5 cm.

Hedvig è una bambina intraprendente e il suo comportamento impulsivo la mette regolarmente nei guai. Le sue avventure sono divertenti ma anche incredibilmente reali e, in qualche modo, guidate da una logica bizzarra e buffa. Non vi sembra una buona idea, per esempio, versare un po’ di sapone nella borraccia di un bulletto? O evocare un fantasma nei bagni della scuola?

3. Niente draghi per Celeste! di Nikolaus Heidelbach , Ole Könnecke pp 32

Un albo illustrato unico nel suo genere, che intreccia fumetto e illustrazione per raccontare la storia di Celeste, una bambina vivace e coraggiosa, e del fratello maggiore incaricato di accompagnarla a letto. Le storie della buonanotte che dovrebbero spaventarla si trasformano invece in un’avventura domestica fatta di ironia, ribaltamenti di ruoli e fantasia sfrenata.

4. Il teschio di Jon Klassen pp 105 F.to 15.5 x 1.7 x 21 cm

Nel cuore della notte, in una foresta coperta di neve e avvolta dalle tenebre, una bambina, da sola, sta fuggendo da qualcosa. Si perde, ha paura, cade, si rialza. Si imbatte in una casa, una grande villa che pare disabitata. È invece la dimora di un teschio. Anche il teschio, come Otilla, è minacciato da qualcosa. E nasconde un segreto.

Un’avventura, tra torri, sale da ballo, tazze di tè, maledizioni e ossa spezzate, perfetta per tutte le lettrici e i lettori che amano quelle storie che non ti raccontano proprio tutto, che ti lasciano immaginare, che si possono leggere più e più volte e che ad ogni lettura acquistano una sfumatura diversa.

Una storia misteriosa ed enigmatica che sembra richiamare alcuni elementi del fiabesco e infatti Jon Klassen, in una nota in appendice al testo, spiega di essere stato ispirato, per la scrittura del libro, proprio da un racconto popolare tirolese, trovato sullo scaffale di una biblioteca in Alaska

5. Streghetta nocciola – Un anno nella foresta di Phoebe Wahl pp 96 F.to 23×28

Streghetta Nocciola è molto impegnata: deve prendersi cura di tutte le piccole creature che popolano Bosco Muschio. È un’intrepida esploratrice, una grande lavoratrice e un’amica gentile. Per ogni stagione, Nocciola vive un’avventura diversa, regalandoci quattro storie: un uovo abbandonato da mettere in salvo; una festa d’estate; il mistero di un ceppo infestato; una notte d’inverno in cui è facile perfere la strada di casa.

Il libro per tutti gli amanti della natura che credono nei valori dell’amicizia, della cura e dell’accoglienza.

6. Morris di Bart Moeyaert pp. 64 f.to 17×20

Su una montagna c’è una tempesta di neve. In mezzo alla tempesta ci sono due ragazzi, uno più piccolo e uno più grande. Il più piccolo sta cercando il suo cane Houdini e odia sentirsi dare del piccoletto. Quello più grande, invece, dice: «Siamo una banda. Ajax e io e mio padre. Ci sono poche persone che possono raccontare di averci incontrati per caso». Pensava a una parola da poter usare come punto esclamativo. Alla fine disse: «Piccoletto!»

7. Jole di Silvia Vecchini pp 61 F.to 17.5 x 1.1 x 24 cm

Una nipote e una nonna unite da un legame molto speciale. Un orto, un ospedale, un mazzo di chiavi che si perde, un paio di stivali da pioggia, un cane magico, una talpa parlante… In questa fiaba contemporanea, un tragitto da scuola a casa si trasforma in un viaggio iniziatico, avventuroso e fantastico in cui realtà e fantasia mescolano fatti, personaggi, luoghi, trascinando il lettore sotto la superficie delle apparenze per andare a fondo e affinare lo sguardo. Silvia Vecchini e Arianna Vairo hanno dato forma a un racconto che trasforma l’ignoto in strumento di conoscenza. Per lettori amanti dei nonni, degli orti e dei misteri della vita.

8. La traversata degli animali di Vincent Cuvellier pp 64 F.to 23 x 33 cm

La traversata degli animali è una bellissima storia poetica sul senso della libertà, raccontata con intelligente ironia e immagini magiche. Il testo, infatti, racconta di una fredda notte d’inverno in cui, uno strano branco di animali, decide di evadere dallo zoo di Mosca. Guidati da un possente orso, arrancano tra la neve e il vento. Camminano, volano, trottano, anche se non sanno bene dove andare. Ma più camminano, più volano, più trottano e più riscoprono ciò che sono per natura: animali liberi da gabbie e catene.

9. Ellen e il leone di Crockett Johnson pp 96 F.to 15.5 x 22.6 cm

Insieme a Harold c’è una bambina tra i personaggi più celebri creati da Crockett Johnson. È Ellen, protagonista di questa raccolta di racconti insieme al suo inseparabile amico, un leone di pezza. Ellen, ideale sorella maggiore di Harold, intavola articolate conversazioni con il suo leone e lo coinvolge in avventure di ogni tipo. La sua fantasia prende le strade più ardite, ma il leoncino di pezza è sempre pronto a controbattere, impersonando la voce della ragione e della realtà

10. Tricorno si restringe di Florence Parry Heide

Una mattina Tricorno si accorge che sta cominciando a restringersi: i pantaloni sono troppo lunghi, le camicie troppo larghe, non arriva più al tavolo o al predellino dell’autobus. E le reazioni dei grandi non sono quelle che Tricorno si aspetta: i genitori ne sono stupiti ma di certo non sconcertati, e la maestra lo spedisce addirittura dal preside…

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Racconto di due stagioni

Racconto di due stagioni. La recensione del film

Regia di Nuri Bilge Ceylan. Titolo internazionale: About Dry Grasses.  TurchiaFranciaGermaniaSvezia2023durata 197 minuti. 

Sinossi

Samet, un giovane insegnante d’arte, sta terminando il suo quarto anno di servizio obbligatorio in un remoto villaggio dell’Anatolia e ambisce a essere ricollocato a Istanbul. Dopo una serie di eventi a cui non riesce a dare un senso, perde le speranze di sfuggire alla triste vita in cui sembra essere bloccato.

Recensione

l campo lungo con il paesaggio innevato. E poi stacco, verso il finale, l’estate. CONTINUA A LEGGERE

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L’Innocenza: La verità a tre voci nel nuovo film di Kore’eda

Regia di Kore’eda Hirokazu. Titolo originale: Mostro

Giappone, 2023, durata 126 minuti. Età: dai 13 anni

TRAMA

Minato che ha 11 anni e vive con sua mamma vedova, inizia a comportarsi in modo strano e torna da scuola sempre più avvilito. Tutto lascia pensare che il responsabile sia un insegnante, così la madre si precipita a scuola per scoprire cosa sta succedendo. Ma la verità, come spesso accade nei film di Kore-eda, si rivelerà essere un’altra e i fatti sveleranno una profonda e toccante storia di amicizia.

RECENSIONE di STEFANO LO VERME movieplayer.it

Se soltanto alcuni possono averla, quella non è felicità: non ha senso. La felicità è qualcosa che chiunque può avere.

È con queste parole che Makiko Fushimi (Yuko Tanaka), direttrice di una scuola elementare, tenta di rassicurare Minato Mugino (Soya Kurokawa), l’alunno che le ha appena rivelato una parte del suo segreto. Il dialogo fra i due personaggi avviene in prossimità della conclusione de L’innocenza e rappresenta un momento in cui le barriere della prudenza e del sospetto vengono scavalcate dal bisogno di una condivisione autentica e sincera. E nel cinema di Hirokazu Koreeda, da sempre improntato a un profondo umanesimo, la connessione fra gli esseri umani costituisce un ingrediente fondamentale: la chiave di volta necessaria su cui sperare di erigere la propria felicità e quella altrui. La dicotomia tra la forza delle connessioni e il muro dei pregiudizi è dunque al centro del nuovo film del più celebrato regista giapponese della scena contemporanea.

Ma la condivisione e, di conseguenza, l’empatia sono obiettivi quanto mai difficili da raggiungere: non a caso l’intreccio de L’innocenza si sviluppa come un’ideale corsa a ostacoli tra fraintendimenti, menzogne e accuse, in cui spesso sembra che sia la società stessa a ingabbiare e reprimere gli istinti più genuini dei protagonisti. Un’impressione accentuata dalla peculiare struttura narrativa adottata da Hirokazu Koreeda, che per la prima volta dalla sua opera d’esordio (Maborosi, del 1995) sceglie di dirigere un copione firmato da un altro autore, Yuji Sakamoto, vincitore del premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 2023. Lo script di Sakamoto, infatti, si ammanta a più riprese di un’aura di mistero, inducendo gli spettatori, così come i personaggi, a elaborare dubbi e ipotesi. Chi ha appiccato l’incendio mostrato nella scena d’apertura? Quali sono le ragioni del malessere dell’undicenne Minato? E perché il suo compagno di classe Yori Hoshikawa (Hinata Hiiragi) è convinto di essere un mostro?

Tre punti di vista sulla verità

Monster (Kaibutsu), del resto, è il titolo originale del film, in cui il concetto di ‘mostruosità’ si affaccia alla mente più volte, ma con sfumature via via differenti. Un potenziale atto mostruoso è alla radice delle angosce di Saori Mugino (Sakura Ando), giovane vedova e madre di Minato, che vede crescere le preoccupazioni per lo strano comportamento del figlio, fino a convincersi che a scuola gli sia accaduto qualcosa di terribile. Il primo segmento de L’innocenza aderisce completamente alla prospettiva di Saori, sconvolta dalle frasi deliranti di Minato (“Il mio cervello è stato scambiato con quello di un maiale”) e determinata a individuare il responsabile del suo disagio. E mentre l’istituzione scolastica si trincea dietro una cortesia di facciata, ad emergere è l’ambiguo ruolo svolto da un insegnante, Michitoshi Hori (Eita Nagayama), il quale pare aver colpito – per errore? – Minato, ma che imputa allo studente di essere un bullo a danno di Yori, bersaglio delle discriminazioni omofobe dei compagni.

Ma la verità, ci suggerisce Koreeda, è una faccenda molto più complicata di quanto appaia a prima vista. La diversa percezione di rapporti e sentimenti è un tema già esplorato in precedenza dal regista, a partire dal titolo emblematico del suo film francese del 2019, Le verità; e in questa occasione, Yuji Sakamoto costruisce la storia mediante tre capitoli che ripercorrono di volta in volta gli stessi eventi da tre punti di vista distinti: prima quello di Saori, poi del maestro Michitoshi e infine di Minato. Si tratta di un tòpos entrato nel codice genetico del cinema nipponico (e non solo) fin dai tempi dell’ormai mitico Rashomon di Akira Kurosawa: in questo caso, però, non si tratta di sottolineare l’inaffidabilità dei narratori, ma piuttosto di mettere in evidenza la parzialità inesorabile dello sguardo, e pertanto l’impossibilità di giungere a una piena comprensione del reale. Perlomeno, fin quando non si è disposti ad abbracciare anche le prospettive degli altri, ad accoglierne l’esperienza e a capirne le ragioni.

È quanto prova a fare Michitoshi, la cui visione ribalta quella di Saori: se per la madre Minato è la vittima, per Michitoshi al contrario il ragazzo è il bullo che si accanisce su Yori, la cui delicatezza lo rende inerme – ma forse anche immune – di fronte alle angherie dei coetanei (“Quando vieni attaccato, abbandoni tutta la tua forza e ti arrendi… non provi più niente”, afferma lo stesso Yori nella gara a indovinelli con Minato). Né Saori, né Michitoshi hanno un quadro completo della realtà, ma Hirokazu Koreeda evita di giudicare – e tantomeno condannare – i propri personaggi, motivati da nobili intenzioni. La ‘mostruosità’, semmai, è negli occhi di chi non riesce a provare amore né empatia, come il padre di Yori, Kiyotaka (Shido Nakamura), che a proposito del figlio sostiene: “Lui è un mostro. Il suo cervello non è un cervello umano, è il cervello di un maiale”. Nel titolo italiano, l’attenzione si sposta invece sulla purezza dei più piccoli, immersi in un microcosmo in cui faticano ad accettare davvero se stessi e il proprio universo emotivo.
E i due giovanissimi co-protagonisti, Soya Kurokawa e Hinata Hiiragi, lasciano meravigliati per la spontaneità e l’intensità con cui prestano volto e voce ai turbamenti di Minato e Yori: il primo con un’inquietudine in cui si mescolano rabbia e paura, il secondo con la granitica dolcezza che manifesta in ogni situazione. Nell’ultimo segmento de L’innocenza, lo sguardo di Minato non soltanto aggiunge i tasselli mancanti al nostro mosaico, ma carica il racconto di nuove sfumature: dall’incertezza insita nell’abbandono dell’infanzia per fare ingresso nell’adolescenza all’avventuroso romanticismo della foresta che lui e Yori trasformano in uno spazio privato e ‘magico’. Uno spazio in cui pensieri e sentimenti possono esprimersi in piena libertà, al riparo dalle pressioni e dai soprusi del mondo degli adulti, e in cui a una furiosa notte di tempesta può far seguito al mattino un’esplosione di gioia e di rinascita.

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Un gioco innocente

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Kinds of Kindness

Regia di Yorgos Lanthimos- Gran Bretagna, 2024, durata 165 minuti. Età dai 16 anni

  1. Recensione
  2. trailer e video

RECENSIONE di Martina Belluscio pubblicato su dasscinemag

In matematica, la proprietà commutativa insegna che se cambi l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Yorgos Lanthimos sembra averlo capito molto bene, specie se il risultato è un bel film. Presentato a Cannes, Kinds of Kindness (trailer) segna il ritorno al cinema del regista dopo i fasti che hanno inaugurato il 2024. Una dichiarazione d’amore al proprio modo libero di rappresentare la realtà, quasi a ricordarlo a chi l’avesse scoperto solo recentemente.

Chi si aspettava però la magnificenza di Povere Creature! è rimasto inevitabilmente deluso. Kinds of Kindness è un film ridotto all’osso, che va diretto al punto. Dimentica la coerenza narrativa e la speranza del suo ultimo lavoro e torna a raccontare uomini e donne in frammenti. Smette di viaggiare tra le epoche storiche (anche se l’epoca vittoriana de La Favorita sembra andare molto di moda) e si ferma nella contemporaneità.

Il film è infatti composto da una serie di quadretti che dipingono la realtà, dove i protagonisti si alternano per raccontare tre storie: un uomo che lascia che le proprie scelte di vita siano dettate da un’altra persona, che pretende la sua libertà a tal punto da costringerlo a commettere un omicidio, un uomo che non riconosce più la moglie di ritorno da una spedizione, e una setta che cerca un’eletta guaritrice.

Lanthimos gioca con la follia quotidiana, ne racconta le sfaccettature con una particolare forza propulsiva, quasi un rito bacchico, dove il confine con la normalità è continuamente sfumato e il racconto equivale a una sorta di liberazione. L’incapacità di scegliere e la necessità di avere una sorta di divinità che ci guidi all’interno delle scelte di ogni giorno, l’impotenza di un uomo di reagire al cambiamento di una donna e la costrizione a farsi dare tutto ciò che vuole fino ad ucciderla (e ritrovarla solo nel sogno), l’inganno dell’uomo di credersi vicino alla divinità. Una fotografia a colori del mondo di oggi, moderni Icaro che si avvicinano troppo al sole e sciolgono fragili ali di cera. L’unico veramente immortale è R.F.M: l’uomo comune, nascosto dietro un nome fittizio, diventa il collante della storia. Il solo personaggio fisso, forse a suggerirci che solo attraverso la normalità delle azioni quotidiane possiamo sopravvivere ai continui stimoli che ci portano fuori strada.

Kinds of Kindness va oltre la lettura del presente, crea l’immagine di un’epoca usando come filtro una sorta di suggestione allucinatoria che si vede fin dai primi secondi. Un espediente per permettere al messaggio di passare più velocemente.

Kinds of Kindness recensione film di Yorgos Lanthimos DassCinemag
Il regista torna a dirigere un cast che sembra ormai essersi plasmato al suo modus operandi, una vera e propria famiglia artistica. Dopo Povere creature! ritroviamo una magnetica Emma Stone (anche qui diventa ballerina per un attimo), Willem Dafoe in un’angosciante sete di potere e tutta la grazia sensuale di Margaret Qualley. Si aggiungono Jesse Plemons (che con questo film porta a casa il premio alla migliore interpretazione maschile della kermesse) e Joe Alwyn. Ognuno di loro è un pezzo intercambiabile all’interno dei singoli episodi, quasi come se fossero universi paralleli intrappolati in un eterno presente senza scampo.

È un film estremamente silenzioso, che usa la musica solo nei titoli di testa e coda: esemplare l’uso di Sweet Dreams degli Eurythmics, musica disco che stride con le dissonanze classiche del resto del film, ma che sembra anticipare la potenza emozionale e quasi inquietante che impregna ogni secondo. Le numerose inquadrature ai dettagli, ai gesti meccanici, importanti soprattutto nel primo episodio, restituiscono la soffocante società moderna e il suo controllo, per poi dimostrare quanto il tutto sia effimero.

Lanthimos non prende una netta posizione, non può permettersi di fare un ennesimo film di critica sociale. Ce ne sono fin troppi. Restituisce senza troppe costruzioni il ritratto destabilizzante del nostro quotidiano, a prima vista semplice, ma in realtà resta impresso e risulta quasi inevitabile, qualche giorno dopo la proiezione, non ripensare a quelle due ore e mezza disturbanti, tra un swipe up e l’ennesimo consigliato “per te” di Netflix. La kindness richiamata nel titolo è quindi, forse, la delicatezza del regista nel farci credere che tutto il racconto sia solo un sogno, lontano, mentre aspetta che, prima o poi, ci sveglieremo.

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KINDS OF KINDNESS | Clip dal Film | “Andiamo tutti su in camera”

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GREEN BORDER

Regia di Agnieszka Holland

– durata 147 min.

– Polonia, Germania, Francia, Belgio 2023

– Età dai 14 anni

TRAMA

Nelle gelide foreste che ricoprono il confine tra la Bielorussia e la Polonia, teatro dal 2021 della crisi migratoria istigata dal governo bielorusso, si incrociano le vicende di una famiglia di rifugiati siriani che lotta per attraversare il confine, della loro compagna di viaggio afghana, di una giovane guardia di frontiera polacca che sta per avere un bambino e di un gruppo di attivisti che aiuta i migranti respinti al confine.

RECENSIONE

Annalisa Camilli, internazionale.it
“Ho cominciato a girare Green border pochi mesi dopo che il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko aprisse una specie di corridoio per i profughi verso la Polonia. È stata la prima volta che la violenza e i respingimenti al confine polacco sono stati tollerati in questa forma in Europa”, afferma Agnieszka Holland, regista e sceneggiatrice del film, nelle sale italiane dall’8 febbraio. La contatto su Zoom, mentre è a Parigi e sta lavorando al suo nuovo progetto.

“Ovviamente respingimenti di questo tipo ai confini europei si verificavano anche prima: in Grecia, Croazia, Italia e Francia. Ma questa volta mi è sembrato che ci fosse un accordo generale sul fatto di permetterli, sono stati ‘normalizzati’. Il piano di Lukašenko era molto chiaro: voleva usare i profughi come un’arma di pressione, lo aveva già fatto in passato per minacciare la stabilità e l’integrità dell’Europa. E ci è riuscito”, continua la regista.

Holland, 75 anni, è forse la più famosa tra i registi polacchi e nel suo ultimo film ha usato il linguaggio cinematografico per mostrare la realtà, come non erano riusciti a fare i giornalisti e i documentaristi che hanno provato a raccontare la stessa vicenda: migliaia di famiglie condotte con l’inganno in Bielorussia dalla Siria e dall’Iraq con dei voli di stato e poi abbandonate al confine con la Polonia, nella foresta di Białowieża, nell’inverno 2021.


Il film che ha fatto infuriare il governo polacco
“Il cinema è il mio linguaggio, così ho immediatamente trasformato in finzione la realtà. È il mio lavoro: trovare un aspetto universale nelle questioni particolari e soggettive”, spiega la regista, che con Green border ha vinto il Gran premio della giuria all’ottantesima mostra del cinema di Venezia. “Quasi tutti i miei film sono basati su storie vere, è quello che faccio da sempre. Il mio sforzo è di non perdere la soggettività, provando a trasformare una storia in qualcosa di più universale”.

“In questo caso l’operazione è stata più difficile – sia per quanto riguarda la sceneggiatura sia per la regia – perché non avevo la distanza storica, non vedevo e non potevo vedere tutto l’arco della storia, i fatti stavano succedendo in quel momento. Ma allo stesso tempo ho pensato che il film avrebbe avuto un calore unico. È il primo che si occupa di questa frontiera, così mi è sembrato ancora più importante che fosse autentico”, racconta la regista, che in passato si era già occupata dell’idea di Europa e della sua ambiguità in Europa, Europa, la storia di due fratelli ebrei ambientata durante le persecuzioni naziste.


“Uno dei protagonisti del film e uno dei principali protagonisti di tutta la storia è la foresta, la natura è così potente che non riesci a pensare che sia un confine”, spiega Holland, che ha girato il film nella foresta di Białowieża, l’ultimo lembo della foresta vergine che un tempo ricopriva l’intero continente europeo. Il territorio è rimasto com’era perché era usato come riserva di caccia dello zar. Ora ricopre una parte della Polonia, della Bielorussia e dell’Ucraina.

“Attraversare la foresta e starci dentro è qualcosa che è connesso con le origini stesse dell’Europa e della storia del continente, la foresta porta con sé un’infinità di significati: è insieme pericolo e meraviglia. Anche dal punto di vista cinematografico è uno strumento molto espressivo, interpreta bene l’ambiguità dell’Europa. Da una parte il continente è la culla dei diritti umani, della democrazia, ma d’altra parte è stato ed è autore di crimini contro l’umanità”.

Per realizzare un film così direttamente legato alla realtà, Holland si è servita di attori che hanno davvero un background migratorio: sono attori professionisti, ma sono anche rifugiati. Jalal Altawil, che interpreta il ruolo del padre nella famiglia di profughi siriani (Bashir) che è al centro del film, ha vissuto per anni in un campo profughi in Europa. Mentre Maja Ostaszewska, che interpreta l’attivista Julia, uno dei personaggi principali del film, è una famosa attrice polacca, ma è anche un’attivista e interpreta se stessa.

Nel film Julia è una delle tante volontarie che pattugliavano la foresta per cercare i profughi e aiutarli con il gruppo Grupa granica. Nella realtà è stata una delle portavoce del gruppo: gli attivisti hanno di fatto sfidato il governo polacco e hanno agito al limite di quello che era consentito, rischiando di finire in carcere.

“Gli attori sono stati anche dei consulenti durante le riprese: per questo sono credibili. Hanno saputo portare nel film le loro conoscenze”, spiega la regista. “È stato un film realizzato in tempi record: ho cominciato a scriverlo nell’ottobre 2021, quando la crisi al confine era cominciata da qualche mese. Abbiamo cominciato le riprese solo nel marzo 2023, e sei mesi dopo eravamo a Venezia. La post-produzione è stata molto veloce, anche se il materiale era tanto, abbiamo dovuto correre per partecipare alla Mostra del cinema di Venezia”, continua Holland.

Fin dal principio la scelta è stata quella di girare in bianco e nero: “Ci ha aiutato a risolvere alcuni problemi dovuti al fatto che abbiamo girato in diversi mesi dell’anno. Ma la vera ragione è artistica: volevo uno stile crudo, diretto, come quello di un documentario”. Inoltre, l’ha aiutata a trovare un collegamento con il passato: “Volevo qualcosa che ricordasse l’immaginario della seconda guerra mondiale, che è ancora molto forte in quella foresta”.

Holland è una dei tre registi europei che quest’anno hanno girato film importanti sulla migrazione, quasi in contemporanea. Io capitano di Matteo Garrone mostra l’origine del viaggio, il desiderio di partire di due ragazzi del Senegal. Ken Loach nel suo The Old Oak racconta invece cosa succede a chi è già arrivato in Europa, dopo avere attraversato la frontiera. Holland rimane sulla frontiera, anzi usa il cinema per mostrare quello che nella realtà è vietato documentare, la ferocia delle recinzioni costruite per segregare chi non è europeo da chi invece lo è. I tre film, visti insieme, sembrano quasi una trilogia su uno dei temi più importanti del presente.

“Le leggi internazionali e nazionali che avevamo scritto dopo la fine della seconda guerra mondiale, dopo le tragedie del nazismo e dell’olocausto, sembra che siano state dimenticate. Parliamo di immigrazione, ma in realtà stiamo parlando del futuro di questo continente e anche della natura democratica dei nostri governi, dello stato di diritto. Nel film volevo dare voce ai senza voce, un volto ai senza volto. È stato anche un modo per dire che il nostro futuro è in pericolo e che il continente sta cambiando velocemente”, spiega Holland.

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IL SACRIFICIO DEL CERVO SACRO

Regia di Yorgos Lanthimos. Gran Bretagna, USA, 2017, durata 109 min. Età dai 16 anni.

TRAMA

l film racconta di Steven Murphy, un formidabile chirurgo che nasconde però un terribile segreto. A causa dei suoi problemi con l’abuso di alcol, Steven ha infatti provocato involontariamente la morte di un uomo sul tavolo operatorio. Colpito dal senso di colpa, egli decide di sostenere il figlio della vittima, Martin Lang, con il quale si incontra assiduamente presso un’anonima tavola calda. Un giorno, Steven decide di invitare Martin a cena, presentando il giovane alla moglie Anna e ai figli Kim e Bob.

Mentre Kim si invaghisce del ragazzo, Bob inizia ad accusare dei malori e non riesce più a muovere i suoi arti inferiori. Martin avverte Steven di aver scoperto la verità sulla morte di suo padre e di aver provocato la paralisi di suo figlio, per vendicarsi di quanto accaduto. Il ragazzo vuole costringere Steven a scegliere un membro della sua famiglia come sacrificio riparatore. Martin, infatti, ha lanciato una sorta di maledizione che condurrà inevitabilmente la famiglia Murphy alla morte, se il dottore si rifiuterà di esaudire la sua raccapricciante richiesta.

RECENSIONE DI LUCA CICCIONI anonimacinefili.it

Nel geniale e perturbante cinema di Yorgos Lanthimos (The Lobster, Dogtooth, Alps) nulla è lasciato al caso. Come accadeva per il suo principale punto di riferimento artistico (il Buñuel surrealista), ogni pennellata è giustapposta su una tela il cui scopo è sconvolgere e, solo dopo un’attenta analisi, esser compresa nel dettaglio.

LA PASSIONE SECONDO LANTHIMOS
Non deve quindi stupire se apriamo questa analisi richiamando l’attenzione alle note dell’incipit di La Passione Secondo Giovanni di Johann Sebastian Bach (che accompagnano la scena finale de Il Sacrificio del Cervo Sacro – The Killing of a Sacred Deer come già accadeva in Lo Specchio di Andrej Tarkovskij), e con esse al coro che canta le parole dell’VIII salmo della Bibbia: «O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: sopra i cieli si innalza la tua magnificenza!». Quelle parole sono fondamentali per la comprensione dell’ultima opera del grande cineasta ellenico: sono infatti messe lì proprio per schiaffeggiarci e ricordarci che di quel dio misericordioso non c’è traccia, in un affronto finale che in modo beffardo e amaro suggella una parabola di dolore e nichilismo.

La storia del film è a dir poco stringata, seppur lasciata decantare in due ore di metraggio nelle quali l’attenzione dello spettatore viene rapita con la forza: Steven (uno straordinario Colin Farrell) è un cardiologo con una splendida moglie (Nicole Kidman) e due figli dei quali andare orgoglioso. Lo vediamo però spesso in compagnia di un ragazzo giovanissimo (il notevole Barry Keoghan, già visto in Dunkirk) senza capire la natura di questa frequentazione. Le strade dei protagonisti inizieranno a intersecarsi in modi imprevedibili quando uno dei personaggi manifesterà una misteriosa malattia.

L’IMPERFETTA TRAGICITÀ DI EURIPIDE
(l’articolo non contiene spoiler sulla trama, ma alcuni indispensabili parallelismi potrebbero suggerirne possibili sviluppi)

Il titolo del film rimanda al sacrificio con cui si conclude l’Ifigenia in Àulide, tragedia greca cui si ispira lo script firmato da Lanthimos col suo immancabile braccio destro Efthymis Filippou; ma se l’uccisione della protagonista dell’opera euripidea da parte del padre veniva interrotta da una cerva sacrificale inviata dalla dea Artemide – in modo analogo all’episodio biblico del sacrificio di Isacco per mano di Abramo, in cui in extremis il Signore sostituiva un ariete al bambino –, qui non vi è traccia di alcuna divinità salvifica, a dispetto delle parti corali proposte nel finale. Anzi, Lanthimos sceglie di collocare la famiglia del protagonista nella torre eburnea della borghesia non tanto per un’allegoria politica (che non collimerebbe con tutti i passaggi della trama), quanto per potenziare la dinamica narrativa e dimostrare che nessun luogo è al sicuro: più in alto ci si illude di essere, più rovinosa può dimostrarsi la caduta.

CAMBIARE LE REGOLE DELLA REALTÀ PER RICORDARCI I NOSTRI LIMITI
Nell’universo narrativo eretto da Lanthimos e Filippou ne Il Sacrificio del Cervo Sacro (The Killing of a Sacred Deer) infatti c’è posto per l’inspiegabile, per il metafisico, ma non per qualcosa di più grande di noi. Siamo lasciati soli con tutta la nostra incapacità di comprendere, e la sospensione delle regole della realtà – come sempre nel cinema del greco – serve solo a metterci dinnanzi ai nostri limiti, e al contempo a ricordarci che nessuno ci aiuterà a superarli.

Il dolore (che sia quello fisico di un morso o quello intangibile del rancore) è un’esperienza catartica ma ineludibile: è questo uno dei punti chiave della sceneggiatura del film, e ancora una volta Lanthimos usa la musica per sottolineare il suo intento sin dalla primissima scena del film, in cui alle immagini di un cuore pulsante si accompagna lo Stabat Mater di Schubert, e cioè una preghiera in cui il fedele chiede alla Vergine Maria di renderlo partecipe delle pene del figlio crocifisso.

LA MACCHINA DA PRESA COME UN FANTASMA
Rispetto ai lavori passati, qui il percorso del Lanthimos sceneggiatore si fa meno labirintico, meno volutamente ostico, e nel farlo si accompagna a un’evidente (per quanto non indispensabile) evoluzione tecnica del linguaggio filmico. Per esplorare un terreno mai così vicino all’horror, la macchina da presa diventa una presenza perturbante che infesta la scena.

L’occhio di Lanthimos – coadiuvato dalla fotografia di un Thimios Bakatakis mai così geniale – non è quasi mai immobile, il più delle volte si muove lento, sinuoso e imprevedibile come un serpente: i lentissimi zoom, le carrellate calme ma vibranti di tensione e i crane flemmatici si succedono senza soluzione di continuità e quasi sempre in modo imprevedibile, contribuendo a ipnotizzare lo spettatore insieme alla recitazione fredda, controllata e magnetica che il cineasta impone ai propri interpreti nei primi 50 minuti.

Lanthimos posiziona la macchina da presa sempre su piani sfalsati rispetto a quelli dei protagonisti, inquadrandoli dall’alto o dal basso quasi come fosse una camera di sorveglianza animata di vita propria, e all’inclinazione dell’inquadratura sceglie il più delle volte di abbinare delle lenti grandangolari, allo scopo di sfruttare l’effetto delle linee cadenti per costruire una sensazione di incombenza.

L’inquadratura stessa è composta il più delle volte in modo sbilanciato; accentra il peso visivo a dispetto di ogni regola compositiva e sovente taglia fuori dal frame gli stessi soggetti, quasi fosse disinteressata alle vicende di quegli umani che tanto si affannano. Addirittura la costruzione dei dialoghi offre punti di vista terzi, accentuando l’incomunicabilità che divide i protagonisti, le cui parole sono a tratti sovrastate da i suoni infausti e sovrannaturali di Johnnie Burn o vanno perdendosi nello straordinario montaggio audio.

UN CAPOLAVORO DALLA FORZA DIROMPENTE
Con Il Sacrificio del Cervo Sacro (The Killing of a Sacred Deer) Lanthimos sembra voler accentuare la componente più oscura della propria poetica, interessato più a suscitare una risposta emotiva che tessere un ordito narrativo – proprio come il Tarkovskij del citato Lo Specchio. Rispetto al passato gli estimatori della filmografia del regista ateniese potrebbero soffrire la maggiore semplicità dello script (comunque premiato al 70. Festival di Cannes) e una minore (spietata e dolorosa) ironia, ma è impossibile non rimanere sopraffatti davanti a un’opera ipnotica che però mira costantemente a mettere a disagio lo spettatore, nella quale lo sguardo stesso del regista è una presenza minacciosa. Un’opera che ha il suo perno in una scena dal sapore rituale: un malato ‘girotondo’ con tanto di cappucci bianchi e neri (con un codice cromatico esplicito e archetipico) iscritto all’interno di una trinità senza l’ombra di un dio, pronta però a rigenerarsi quando il carnefice diventerà a suo modo vittima. Una vetta artistica altissima, da far contemplare nelle scuole di cinema. Un capolavoro sul sacrificio, il dolore e la responsabilità, dal grande significato ma che colpisce anche chi non sia interessato a cercare una spiegazione. Uno dei più straordinari film degli ultimi decenni.

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LA CENA

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IL CEDIMENTO

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