ASCOLTA LE FIABE
LETTE DA EX ALUNNI E AMICI DELLA SCUOLA C. BATTISTI TRADATE
LA PRINCIPESSA E IL TOPOLINO – scritta e disegnata da tutti gli alunni della terza B
ASCOLTA LE FIABE
LETTE DA EX ALUNNI E AMICI DELLA SCUOLA C. BATTISTI TRADATE
LA PRINCIPESSA E IL TOPOLINO – scritta e disegnata da tutti gli alunni della terza B
Elenco – segue breve riassunto libri.
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segue elenco di alcuni titoli edizioni EL – I CLASSICINI:
“L’isola del tesoro” di L. Stevenson
Robin Hood di Silvia Roncaglia
“I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift
“Il giro del mondo in 80 giorni” di Jules Verne
“Il giardino segreto” di Francis Hodgson Burnett
“Ventimila leghe sotto i mari” di Jules Verne
“Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain
“Viaggio al centro della terra” di Jules Verne
“Le avventure di Robinson Crusoe”
“I tre moschettieri” di Alexandre Dumas
“Piccole donne” di Louisa May Alcott
Il fantasma di Canterville” di Oscar Wilde
Elenco libri – segue breve sintesi
1.Misha. Io, i miei tre fratelli e un coniglio di Edward Van de Vendel e Anoush Elman, illustrazioni di Annet Schaap, pp. 144 f.to 14×21.

La piccola Roya è dovuta fuggire dal suo paese, come accade a tanti. E quando finalmente con la sua famiglia entra nella sua nuova casa, nel paese che li ha accolti, pensa che sia davvero ora di avere un animale domestico: arriva così un simpatico coniglietto nano che si chiama Misha e che conquista l’amore della bambina e dei suoi tre fratelli maggiori. E poi, un giorno, Misha scompare improvvisamente.
2. Hedvig di Frida Nilsson, Ilaria Mancini, IllustrazioniIlaria Mancini pp136 F.to14,5 x 21,5 cm.

Hedvig è una bambina intraprendente e il suo comportamento impulsivo la mette regolarmente nei guai. Le sue avventure sono divertenti ma anche incredibilmente reali e, in qualche modo, guidate da una logica bizzarra e buffa. Non vi sembra una buona idea, per esempio, versare un po’ di sapone nella borraccia di un bulletto? O evocare un fantasma nei bagni della scuola?
3. Niente draghi per Celeste! di Nikolaus Heidelbach , Ole Könnecke pp 32

Un albo illustrato unico nel suo genere, che intreccia fumetto e illustrazione per raccontare la storia di Celeste, una bambina vivace e coraggiosa, e del fratello maggiore incaricato di accompagnarla a letto. Le storie della buonanotte che dovrebbero spaventarla si trasformano invece in un’avventura domestica fatta di ironia, ribaltamenti di ruoli e fantasia sfrenata.
4. Il teschio di Jon Klassen pp 105 F.to 15.5 x 1.7 x 21 cm

Nel cuore della notte, in una foresta coperta di neve e avvolta dalle tenebre, una bambina, da sola, sta fuggendo da qualcosa. Si perde, ha paura, cade, si rialza. Si imbatte in una casa, una grande villa che pare disabitata. È invece la dimora di un teschio. Anche il teschio, come Otilla, è minacciato da qualcosa. E nasconde un segreto.
Un’avventura, tra torri, sale da ballo, tazze di tè, maledizioni e ossa spezzate, perfetta per tutte le lettrici e i lettori che amano quelle storie che non ti raccontano proprio tutto, che ti lasciano immaginare, che si possono leggere più e più volte e che ad ogni lettura acquistano una sfumatura diversa.
Una storia misteriosa ed enigmatica che sembra richiamare alcuni elementi del fiabesco e infatti Jon Klassen, in una nota in appendice al testo, spiega di essere stato ispirato, per la scrittura del libro, proprio da un racconto popolare tirolese, trovato sullo scaffale di una biblioteca in Alaska
5. Streghetta nocciola – Un anno nella foresta di Phoebe Wahl pp 96 F.to 23×28

Streghetta Nocciola è molto impegnata: deve prendersi cura di tutte le piccole creature che popolano Bosco Muschio. È un’intrepida esploratrice, una grande lavoratrice e un’amica gentile. Per ogni stagione, Nocciola vive un’avventura diversa, regalandoci quattro storie: un uovo abbandonato da mettere in salvo; una festa d’estate; il mistero di un ceppo infestato; una notte d’inverno in cui è facile perfere la strada di casa.
Il libro per tutti gli amanti della natura che credono nei valori dell’amicizia, della cura e dell’accoglienza.
6. Morris di Bart Moeyaert pp. 64 f.to 17×20

Su una montagna c’è una tempesta di neve. In mezzo alla tempesta ci sono due ragazzi, uno più piccolo e uno più grande. Il più piccolo sta cercando il suo cane Houdini e odia sentirsi dare del piccoletto. Quello più grande, invece, dice: «Siamo una banda. Ajax e io e mio padre. Ci sono poche persone che possono raccontare di averci incontrati per caso». Pensava a una parola da poter usare come punto esclamativo. Alla fine disse: «Piccoletto!»
7. Jole di Silvia Vecchini pp 61 F.to 17.5 x 1.1 x 24 cm

Una nipote e una nonna unite da un legame molto speciale. Un orto, un ospedale, un mazzo di chiavi che si perde, un paio di stivali da pioggia, un cane magico, una talpa parlante… In questa fiaba contemporanea, un tragitto da scuola a casa si trasforma in un viaggio iniziatico, avventuroso e fantastico in cui realtà e fantasia mescolano fatti, personaggi, luoghi, trascinando il lettore sotto la superficie delle apparenze per andare a fondo e affinare lo sguardo. Silvia Vecchini e Arianna Vairo hanno dato forma a un racconto che trasforma l’ignoto in strumento di conoscenza. Per lettori amanti dei nonni, degli orti e dei misteri della vita.
8. La traversata degli animali di Vincent Cuvellier pp 64 F.to 23 x 33 cm

La traversata degli animali è una bellissima storia poetica sul senso della libertà, raccontata con intelligente ironia e immagini magiche. Il testo, infatti, racconta di una fredda notte d’inverno in cui, uno strano branco di animali, decide di evadere dallo zoo di Mosca. Guidati da un possente orso, arrancano tra la neve e il vento. Camminano, volano, trottano, anche se non sanno bene dove andare. Ma più camminano, più volano, più trottano e più riscoprono ciò che sono per natura: animali liberi da gabbie e catene.
9. Ellen e il leone di Crockett Johnson pp 96 F.to 15.5 x 22.6 cm

Insieme a Harold c’è una bambina tra i personaggi più celebri creati da Crockett Johnson. È Ellen, protagonista di questa raccolta di racconti insieme al suo inseparabile amico, un leone di pezza. Ellen, ideale sorella maggiore di Harold, intavola articolate conversazioni con il suo leone e lo coinvolge in avventure di ogni tipo. La sua fantasia prende le strade più ardite, ma il leoncino di pezza è sempre pronto a controbattere, impersonando la voce della ragione e della realtà
10. Tricorno si restringe di Florence Parry Heide

Una mattina Tricorno si accorge che sta cominciando a restringersi: i pantaloni sono troppo lunghi, le camicie troppo larghe, non arriva più al tavolo o al predellino dell’autobus. E le reazioni dei grandi non sono quelle che Tricorno si aspetta: i genitori ne sono stupiti ma di certo non sconcertati, e la maestra lo spedisce addirittura dal preside…
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PEJO WINTER 2-6 GENNAIO 2026 ( per info guarda le immagini seguenti o scrivi a associazionegregory@gmail.com )
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Regia di Nuri Bilge Ceylan. Titolo internazionale: About Dry Grasses. Turchia, Francia, Germania, Svezia, 2023, durata 197 minuti.
Sinossi
Samet, un giovane insegnante d’arte, sta terminando il suo quarto anno di servizio obbligatorio in un remoto villaggio dell’Anatolia e ambisce a essere ricollocato a Istanbul. Dopo una serie di eventi a cui non riesce a dare un senso, perde le speranze di sfuggire alla triste vita in cui sembra essere bloccato.
Recensione
l campo lungo con il paesaggio innevato. E poi stacco, verso il finale, l’estate. CONTINUA A LEGGERE
Video
TRAILER
CLIP
Regia di Kore’eda Hirokazu. Titolo originale: Mostro
Giappone, 2023, durata 126 minuti. Età: dai 13 anni
TRAMA
Minato che ha 11 anni e vive con sua mamma vedova, inizia a comportarsi in modo strano e torna da scuola sempre più avvilito. Tutto lascia pensare che il responsabile sia un insegnante, così la madre si precipita a scuola per scoprire cosa sta succedendo. Ma la verità, come spesso accade nei film di Kore-eda, si rivelerà essere un’altra e i fatti sveleranno una profonda e toccante storia di amicizia.
RECENSIONE di STEFANO LO VERME movieplayer.it
Se soltanto alcuni possono averla, quella non è felicità: non ha senso. La felicità è qualcosa che chiunque può avere.
È con queste parole che Makiko Fushimi (Yuko Tanaka), direttrice di una scuola elementare, tenta di rassicurare Minato Mugino (Soya Kurokawa), l’alunno che le ha appena rivelato una parte del suo segreto. Il dialogo fra i due personaggi avviene in prossimità della conclusione de L’innocenza e rappresenta un momento in cui le barriere della prudenza e del sospetto vengono scavalcate dal bisogno di una condivisione autentica e sincera. E nel cinema di Hirokazu Koreeda, da sempre improntato a un profondo umanesimo, la connessione fra gli esseri umani costituisce un ingrediente fondamentale: la chiave di volta necessaria su cui sperare di erigere la propria felicità e quella altrui. La dicotomia tra la forza delle connessioni e il muro dei pregiudizi è dunque al centro del nuovo film del più celebrato regista giapponese della scena contemporanea.
Ma la condivisione e, di conseguenza, l’empatia sono obiettivi quanto mai difficili da raggiungere: non a caso l’intreccio de L’innocenza si sviluppa come un’ideale corsa a ostacoli tra fraintendimenti, menzogne e accuse, in cui spesso sembra che sia la società stessa a ingabbiare e reprimere gli istinti più genuini dei protagonisti. Un’impressione accentuata dalla peculiare struttura narrativa adottata da Hirokazu Koreeda, che per la prima volta dalla sua opera d’esordio (Maborosi, del 1995) sceglie di dirigere un copione firmato da un altro autore, Yuji Sakamoto, vincitore del premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 2023. Lo script di Sakamoto, infatti, si ammanta a più riprese di un’aura di mistero, inducendo gli spettatori, così come i personaggi, a elaborare dubbi e ipotesi. Chi ha appiccato l’incendio mostrato nella scena d’apertura? Quali sono le ragioni del malessere dell’undicenne Minato? E perché il suo compagno di classe Yori Hoshikawa (Hinata Hiiragi) è convinto di essere un mostro?
Tre punti di vista sulla verità
Monster (Kaibutsu), del resto, è il titolo originale del film, in cui il concetto di ‘mostruosità’ si affaccia alla mente più volte, ma con sfumature via via differenti. Un potenziale atto mostruoso è alla radice delle angosce di Saori Mugino (Sakura Ando), giovane vedova e madre di Minato, che vede crescere le preoccupazioni per lo strano comportamento del figlio, fino a convincersi che a scuola gli sia accaduto qualcosa di terribile. Il primo segmento de L’innocenza aderisce completamente alla prospettiva di Saori, sconvolta dalle frasi deliranti di Minato (“Il mio cervello è stato scambiato con quello di un maiale”) e determinata a individuare il responsabile del suo disagio. E mentre l’istituzione scolastica si trincea dietro una cortesia di facciata, ad emergere è l’ambiguo ruolo svolto da un insegnante, Michitoshi Hori (Eita Nagayama), il quale pare aver colpito – per errore? – Minato, ma che imputa allo studente di essere un bullo a danno di Yori, bersaglio delle discriminazioni omofobe dei compagni.
Ma la verità, ci suggerisce Koreeda, è una faccenda molto più complicata di quanto appaia a prima vista. La diversa percezione di rapporti e sentimenti è un tema già esplorato in precedenza dal regista, a partire dal titolo emblematico del suo film francese del 2019, Le verità; e in questa occasione, Yuji Sakamoto costruisce la storia mediante tre capitoli che ripercorrono di volta in volta gli stessi eventi da tre punti di vista distinti: prima quello di Saori, poi del maestro Michitoshi e infine di Minato. Si tratta di un tòpos entrato nel codice genetico del cinema nipponico (e non solo) fin dai tempi dell’ormai mitico Rashomon di Akira Kurosawa: in questo caso, però, non si tratta di sottolineare l’inaffidabilità dei narratori, ma piuttosto di mettere in evidenza la parzialità inesorabile dello sguardo, e pertanto l’impossibilità di giungere a una piena comprensione del reale. Perlomeno, fin quando non si è disposti ad abbracciare anche le prospettive degli altri, ad accoglierne l’esperienza e a capirne le ragioni.
È quanto prova a fare Michitoshi, la cui visione ribalta quella di Saori: se per la madre Minato è la vittima, per Michitoshi al contrario il ragazzo è il bullo che si accanisce su Yori, la cui delicatezza lo rende inerme – ma forse anche immune – di fronte alle angherie dei coetanei (“Quando vieni attaccato, abbandoni tutta la tua forza e ti arrendi… non provi più niente”, afferma lo stesso Yori nella gara a indovinelli con Minato). Né Saori, né Michitoshi hanno un quadro completo della realtà, ma Hirokazu Koreeda evita di giudicare – e tantomeno condannare – i propri personaggi, motivati da nobili intenzioni. La ‘mostruosità’, semmai, è negli occhi di chi non riesce a provare amore né empatia, come il padre di Yori, Kiyotaka (Shido Nakamura), che a proposito del figlio sostiene: “Lui è un mostro. Il suo cervello non è un cervello umano, è il cervello di un maiale”. Nel titolo italiano, l’attenzione si sposta invece sulla purezza dei più piccoli, immersi in un microcosmo in cui faticano ad accettare davvero se stessi e il proprio universo emotivo.
E i due giovanissimi co-protagonisti, Soya Kurokawa e Hinata Hiiragi, lasciano meravigliati per la spontaneità e l’intensità con cui prestano volto e voce ai turbamenti di Minato e Yori: il primo con un’inquietudine in cui si mescolano rabbia e paura, il secondo con la granitica dolcezza che manifesta in ogni situazione. Nell’ultimo segmento de L’innocenza, lo sguardo di Minato non soltanto aggiunge i tasselli mancanti al nostro mosaico, ma carica il racconto di nuove sfumature: dall’incertezza insita nell’abbandono dell’infanzia per fare ingresso nell’adolescenza all’avventuroso romanticismo della foresta che lui e Yori trasformano in uno spazio privato e ‘magico’. Uno spazio in cui pensieri e sentimenti possono esprimersi in piena libertà, al riparo dalle pressioni e dai soprusi del mondo degli adulti, e in cui a una furiosa notte di tempesta può far seguito al mattino un’esplosione di gioia e di rinascita.
VIDEO
TRAILER
Un gioco innocente
Regia di Yorgos Lanthimos- Gran Bretagna, 2024, durata 165 minuti. Età dai 16 anni
RECENSIONE di Martina Belluscio pubblicato su dasscinemag
In matematica, la proprietà commutativa insegna che se cambi l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Yorgos Lanthimos sembra averlo capito molto bene, specie se il risultato è un bel film. Presentato a Cannes, Kinds of Kindness (trailer) segna il ritorno al cinema del regista dopo i fasti che hanno inaugurato il 2024. Una dichiarazione d’amore al proprio modo libero di rappresentare la realtà, quasi a ricordarlo a chi l’avesse scoperto solo recentemente.
Chi si aspettava però la magnificenza di Povere Creature! è rimasto inevitabilmente deluso. Kinds of Kindness è un film ridotto all’osso, che va diretto al punto. Dimentica la coerenza narrativa e la speranza del suo ultimo lavoro e torna a raccontare uomini e donne in frammenti. Smette di viaggiare tra le epoche storiche (anche se l’epoca vittoriana de La Favorita sembra andare molto di moda) e si ferma nella contemporaneità.
Il film è infatti composto da una serie di quadretti che dipingono la realtà, dove i protagonisti si alternano per raccontare tre storie: un uomo che lascia che le proprie scelte di vita siano dettate da un’altra persona, che pretende la sua libertà a tal punto da costringerlo a commettere un omicidio, un uomo che non riconosce più la moglie di ritorno da una spedizione, e una setta che cerca un’eletta guaritrice.
Lanthimos gioca con la follia quotidiana, ne racconta le sfaccettature con una particolare forza propulsiva, quasi un rito bacchico, dove il confine con la normalità è continuamente sfumato e il racconto equivale a una sorta di liberazione. L’incapacità di scegliere e la necessità di avere una sorta di divinità che ci guidi all’interno delle scelte di ogni giorno, l’impotenza di un uomo di reagire al cambiamento di una donna e la costrizione a farsi dare tutto ciò che vuole fino ad ucciderla (e ritrovarla solo nel sogno), l’inganno dell’uomo di credersi vicino alla divinità. Una fotografia a colori del mondo di oggi, moderni Icaro che si avvicinano troppo al sole e sciolgono fragili ali di cera. L’unico veramente immortale è R.F.M: l’uomo comune, nascosto dietro un nome fittizio, diventa il collante della storia. Il solo personaggio fisso, forse a suggerirci che solo attraverso la normalità delle azioni quotidiane possiamo sopravvivere ai continui stimoli che ci portano fuori strada.
Kinds of Kindness va oltre la lettura del presente, crea l’immagine di un’epoca usando come filtro una sorta di suggestione allucinatoria che si vede fin dai primi secondi. Un espediente per permettere al messaggio di passare più velocemente.
Kinds of Kindness recensione film di Yorgos Lanthimos DassCinemag
Il regista torna a dirigere un cast che sembra ormai essersi plasmato al suo modus operandi, una vera e propria famiglia artistica. Dopo Povere creature! ritroviamo una magnetica Emma Stone (anche qui diventa ballerina per un attimo), Willem Dafoe in un’angosciante sete di potere e tutta la grazia sensuale di Margaret Qualley. Si aggiungono Jesse Plemons (che con questo film porta a casa il premio alla migliore interpretazione maschile della kermesse) e Joe Alwyn. Ognuno di loro è un pezzo intercambiabile all’interno dei singoli episodi, quasi come se fossero universi paralleli intrappolati in un eterno presente senza scampo.
È un film estremamente silenzioso, che usa la musica solo nei titoli di testa e coda: esemplare l’uso di Sweet Dreams degli Eurythmics, musica disco che stride con le dissonanze classiche del resto del film, ma che sembra anticipare la potenza emozionale e quasi inquietante che impregna ogni secondo. Le numerose inquadrature ai dettagli, ai gesti meccanici, importanti soprattutto nel primo episodio, restituiscono la soffocante società moderna e il suo controllo, per poi dimostrare quanto il tutto sia effimero.
Lanthimos non prende una netta posizione, non può permettersi di fare un ennesimo film di critica sociale. Ce ne sono fin troppi. Restituisce senza troppe costruzioni il ritratto destabilizzante del nostro quotidiano, a prima vista semplice, ma in realtà resta impresso e risulta quasi inevitabile, qualche giorno dopo la proiezione, non ripensare a quelle due ore e mezza disturbanti, tra un swipe up e l’ennesimo consigliato “per te” di Netflix. La kindness richiamata nel titolo è quindi, forse, la delicatezza del regista nel farci credere che tutto il racconto sia solo un sogno, lontano, mentre aspetta che, prima o poi, ci sveglieremo.
VIDEO
KINDS OF KINDNESS | Clip dal Film | “Andiamo tutti su in camera”

Regia di Agnieszka Holland
– durata 147 min.
– Polonia, Germania, Francia, Belgio 2023
– Età dai 14 anni
TRAMA
Nelle gelide foreste che ricoprono il confine tra la Bielorussia e la Polonia, teatro dal 2021 della crisi migratoria istigata dal governo bielorusso, si incrociano le vicende di una famiglia di rifugiati siriani che lotta per attraversare il confine, della loro compagna di viaggio afghana, di una giovane guardia di frontiera polacca che sta per avere un bambino e di un gruppo di attivisti che aiuta i migranti respinti al confine.
RECENSIONE
Annalisa Camilli, internazionale.it
“Ho cominciato a girare Green border pochi mesi dopo che il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko aprisse una specie di corridoio per i profughi verso la Polonia. È stata la prima volta che la violenza e i respingimenti al confine polacco sono stati tollerati in questa forma in Europa”, afferma Agnieszka Holland, regista e sceneggiatrice del film, nelle sale italiane dall’8 febbraio. La contatto su Zoom, mentre è a Parigi e sta lavorando al suo nuovo progetto.
“Ovviamente respingimenti di questo tipo ai confini europei si verificavano anche prima: in Grecia, Croazia, Italia e Francia. Ma questa volta mi è sembrato che ci fosse un accordo generale sul fatto di permetterli, sono stati ‘normalizzati’. Il piano di Lukašenko era molto chiaro: voleva usare i profughi come un’arma di pressione, lo aveva già fatto in passato per minacciare la stabilità e l’integrità dell’Europa. E ci è riuscito”, continua la regista.
Holland, 75 anni, è forse la più famosa tra i registi polacchi e nel suo ultimo film ha usato il linguaggio cinematografico per mostrare la realtà, come non erano riusciti a fare i giornalisti e i documentaristi che hanno provato a raccontare la stessa vicenda: migliaia di famiglie condotte con l’inganno in Bielorussia dalla Siria e dall’Iraq con dei voli di stato e poi abbandonate al confine con la Polonia, nella foresta di Białowieża, nell’inverno 2021.
Il film che ha fatto infuriare il governo polacco
“Il cinema è il mio linguaggio, così ho immediatamente trasformato in finzione la realtà. È il mio lavoro: trovare un aspetto universale nelle questioni particolari e soggettive”, spiega la regista, che con Green border ha vinto il Gran premio della giuria all’ottantesima mostra del cinema di Venezia. “Quasi tutti i miei film sono basati su storie vere, è quello che faccio da sempre. Il mio sforzo è di non perdere la soggettività, provando a trasformare una storia in qualcosa di più universale”.
“In questo caso l’operazione è stata più difficile – sia per quanto riguarda la sceneggiatura sia per la regia – perché non avevo la distanza storica, non vedevo e non potevo vedere tutto l’arco della storia, i fatti stavano succedendo in quel momento. Ma allo stesso tempo ho pensato che il film avrebbe avuto un calore unico. È il primo che si occupa di questa frontiera, così mi è sembrato ancora più importante che fosse autentico”, racconta la regista, che in passato si era già occupata dell’idea di Europa e della sua ambiguità in Europa, Europa, la storia di due fratelli ebrei ambientata durante le persecuzioni naziste.
“Uno dei protagonisti del film e uno dei principali protagonisti di tutta la storia è la foresta, la natura è così potente che non riesci a pensare che sia un confine”, spiega Holland, che ha girato il film nella foresta di Białowieża, l’ultimo lembo della foresta vergine che un tempo ricopriva l’intero continente europeo. Il territorio è rimasto com’era perché era usato come riserva di caccia dello zar. Ora ricopre una parte della Polonia, della Bielorussia e dell’Ucraina.
“Attraversare la foresta e starci dentro è qualcosa che è connesso con le origini stesse dell’Europa e della storia del continente, la foresta porta con sé un’infinità di significati: è insieme pericolo e meraviglia. Anche dal punto di vista cinematografico è uno strumento molto espressivo, interpreta bene l’ambiguità dell’Europa. Da una parte il continente è la culla dei diritti umani, della democrazia, ma d’altra parte è stato ed è autore di crimini contro l’umanità”.
Per realizzare un film così direttamente legato alla realtà, Holland si è servita di attori che hanno davvero un background migratorio: sono attori professionisti, ma sono anche rifugiati. Jalal Altawil, che interpreta il ruolo del padre nella famiglia di profughi siriani (Bashir) che è al centro del film, ha vissuto per anni in un campo profughi in Europa. Mentre Maja Ostaszewska, che interpreta l’attivista Julia, uno dei personaggi principali del film, è una famosa attrice polacca, ma è anche un’attivista e interpreta se stessa.
Nel film Julia è una delle tante volontarie che pattugliavano la foresta per cercare i profughi e aiutarli con il gruppo Grupa granica. Nella realtà è stata una delle portavoce del gruppo: gli attivisti hanno di fatto sfidato il governo polacco e hanno agito al limite di quello che era consentito, rischiando di finire in carcere.
“Gli attori sono stati anche dei consulenti durante le riprese: per questo sono credibili. Hanno saputo portare nel film le loro conoscenze”, spiega la regista. “È stato un film realizzato in tempi record: ho cominciato a scriverlo nell’ottobre 2021, quando la crisi al confine era cominciata da qualche mese. Abbiamo cominciato le riprese solo nel marzo 2023, e sei mesi dopo eravamo a Venezia. La post-produzione è stata molto veloce, anche se il materiale era tanto, abbiamo dovuto correre per partecipare alla Mostra del cinema di Venezia”, continua Holland.
Fin dal principio la scelta è stata quella di girare in bianco e nero: “Ci ha aiutato a risolvere alcuni problemi dovuti al fatto che abbiamo girato in diversi mesi dell’anno. Ma la vera ragione è artistica: volevo uno stile crudo, diretto, come quello di un documentario”. Inoltre, l’ha aiutata a trovare un collegamento con il passato: “Volevo qualcosa che ricordasse l’immaginario della seconda guerra mondiale, che è ancora molto forte in quella foresta”.
Holland è una dei tre registi europei che quest’anno hanno girato film importanti sulla migrazione, quasi in contemporanea. Io capitano di Matteo Garrone mostra l’origine del viaggio, il desiderio di partire di due ragazzi del Senegal. Ken Loach nel suo The Old Oak racconta invece cosa succede a chi è già arrivato in Europa, dopo avere attraversato la frontiera. Holland rimane sulla frontiera, anzi usa il cinema per mostrare quello che nella realtà è vietato documentare, la ferocia delle recinzioni costruite per segregare chi non è europeo da chi invece lo è. I tre film, visti insieme, sembrano quasi una trilogia su uno dei temi più importanti del presente.
“Le leggi internazionali e nazionali che avevamo scritto dopo la fine della seconda guerra mondiale, dopo le tragedie del nazismo e dell’olocausto, sembra che siano state dimenticate. Parliamo di immigrazione, ma in realtà stiamo parlando del futuro di questo continente e anche della natura democratica dei nostri governi, dello stato di diritto. Nel film volevo dare voce ai senza voce, un volto ai senza volto. È stato anche un modo per dire che il nostro futuro è in pericolo e che il continente sta cambiando velocemente”, spiega Holland.
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