Categoria: Libri

  • DIZIONARIO DEL LAVORO EDUCATIVO

    DIZIONARIO DEL LAVORO EDUCATIVO

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    Dizionario del lavoro educativo

    Walter Brandani, Sergio Tramma

    Carocci editore: 2014

    Pagine: 424
    Prezzo: € 54,00

    – sconto del 20% ai lettori

    di walterbrandani.it –

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    Puoi leggere:

    1) quarta di copertina

    2) presentazione (clicca qui)

    3) indice delle voci e degli autori ( clicca qui)

    4) SCONTI

     

    1) QUARTA DI COPERTINA

    Nella società contemporanea il lavoro educativo è interessato da molti cambiamenti, in particolare per quanto riguarda i destinatari, gli obiettivi, le metodologie, le direzioni di senso.

    Tutto ciò ha comportato anche modifiche nel vocabolario composto da parole attinenti a discipline diverse. Nell’attuale panorama editoriale esistono molte riflessioni sull’educare e sull’educatore, ma non è ancora presente un testo di approfondimento delle parole chiave che connotano l’inter-vento educativo. Questo dizionario costituisce quindi un’importante novità editoriale e anche un prezioso strumento di riflessione.

    Il testo comprende oltre 90 lemmi e contributi di circa 70 autori (pedagogisti, docenti universitari, educatori professionali) appartenenti a diverse aree disciplinari e d’esperienza.

     

     

    2) presentazione

     

    3) INDICI Brandani-Tramma_stampa_CS5

     

    4) SCONTI

    DIZIONARIO DEL LAVORO EDUCATIVO CON IL 20% DI SCONTO

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  • L’ora di lezione. (Per un’erotica dell’insegnamento)

    ora

    L’ORA DI LEZIONE

    Per un’erotica dell’insegnamento

    di Massimo Recalcati

    Editore: EINAUDI
    Pubblicazione: 09/2014
    Prezzo: € 14,00

     

      INDICE

      – leggi l’introduzione

    – recensioni

     

     

     

     

     

    INTRODUZIONE (clicca qui)

     

    RECENSIONI:

    1) AFFARITALIANI.IT di Alessandra Peluso
    Squillo della campanella per molti studenti, ma chissà per quanti ancora questo suono simboleggia l’eccitazione di un inizio scolastico e l’entusiasmo di imparare per crescere.
    Crescere in una scuola smarrita – come la definisce – Massimo Recalcati è complesso: «La Scuola rischia di non essere più il luogo pubblico della formazione degli individui, la quale viene invece filtrata e organizzata in altri luoghi (televisione, internet), al di fuori del campo della cultura, lasciata in balia delle illusioni di cui si nutre il discorso capitalista». (p. 12).
    “L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento” è una critica acerrima alla scuola, e al contempo un’analisi obiettiva alla sua esistenza oggi, al suo esserci, a com’era in passato e come probabilmente dovrà essere in futuro, perché diventi un luogo di crescita e non di erudizione passiva e pedante, né peggio un luogo di perdizione. Così infatti appaiono molti ragazzi, passivi, persi, dei contenitori che ingurgitano informazioni a dismisura sino a raggiungere uno stato di anoressia, nella quale niente più a senso. Situazione che si potrebbe definire deprimente, le cui mancanze non sono da attribuire esclusivamente ai ragazzi.
    Massimo Recalcati affronta un’anamnesi delle lezioni scolastiche, del rapporto insegnante-studente, proponendo in chiave psicoanalitica, una fantastica relazione d’amore tra i due soggetti che si incontrano, trasformando il sapere in un rapporto d’amore. Bellissimo e quantomai evolutivo e coinvolgente il testo di Recalcati; e in particolare, è a ben vedere, un libro che ogni insegnante dovrebbe leggere, e forse anche ogni studente che vorrebbe essere considerato un soggetto, protagonista, e non un oggetto, uno sterile contenitore da riempire: «Senza il desiderio di sapere non c’è possibilità di un sapere legato alla vita, capace di aprire porte, finestre, mondi». (p. 61).
    Occorre fomentare nei ragazzi il desiderio di apprendere, conoscere con passione perché non ci sia un “vuoto di cultura”. La scuola come la droga – afferma Pasolini – è un surrogato, un surrogato della cultura. La droga viene a riempire un vuoto causato dal desiderio di morte e che è dunque un vuoto di cultura. Oltre a questa provocatoria e dolorosa affermazione pasoliniana scorre in “L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento” un puro godimento, un’apertura al desiderio, un innamoramento verso altri mondi da esplorare. Sarebbe meraviglioso se ciò si realizzasse, se ci fosse “questo rapporto amoroso ed erotico verso la cultura che costituisce il più potente antidoto per non smarrirsi nella vita”. (p. 87). Complesso senza dubbio, ma possibile se solo si riesce a prendere la scuola per ciò che è, il suo valore insito e intrinseco e non un’alternativa alla strada che pure ha da insegnare.
    Massimo Recalcati si sofferma dapprima sui tre grandi “complessi” che hanno investito e riguardano oggi la Scuola (da notare la S maiuscola che l’autore utilizza nel libro proprio per evidenziare la grandezza e l’importanza della Scuola): il complesso di Edipo, di Narciso e Telemaco sino a soffermarsi sul “trasporto erotico del sapere” e a “l’ora di lezione” dove il corpo diventa un libro, ossia il corpo sessuale non è solo strumento per il mio godimento, ma diventa qualcosa da poter leggere: libro erotico, libro fatto di carne, libro pulsionale. È un corpo che non si stanca mai di leggere e di divorare. È un corpo che diventa ammirazione per il mondo dell’Altro. La possibilità che il corpo diventi un libro, coincide con la possibilità dell’amore, l’incontro con l’altro, in quanto ogni incontro degno di questo nome è sempre un incontro d’amore. (p. 86).
    Affascinante lezione quella proposta da Recalcati, ammaliante, carismatica.
    Nella conclusione amorosa e passionale – come poi dovrebbe essere la vita – si dipana il mestiere dell’insegnante. Il maestro che non deve essere un padrone, comportando l’omologazione dei suoi allievi, in quanto – sostiene Deleuze – non apprendiamo nulla da chi ci dice di fare come lui. Vi è l’incontro spiazzante tra l’autore e la sua insegnante e la possibilità di considerarsi imperfetto, contingente, possibile all’inciampo; è l’incontro con l’ostacolo, infatti, che sia l’insegnante e sia l’allievo, e dunque ogni essere umano, è portato a riconoscere, a superarlo e a considerarlo fondamentale per crescere, altrimenti risulterebbe un’esistenza desertica.
    Tuttavia, il sistema “Scuola” costituisce il caposaldo dell’istruzione e pertanto, va supportato da un sistema politico evolutivo, progressivo che guardi al futuro dei giovani e non miri a stroncare la loro vita già precaria sul nascere, privando loro di punti di riferimento validi.

    2) EDSCUOLA.EU di Mario Coviello

     

    Per la maggior parte dei ragazzi questa sarà l’ultima settimana libera. Per quelli della Provincia autonoma di Bolzano le vacanze sono già finite: l’8 settembre sono tornati sui banchi di scuola. La campanella suona mercoledì 10 per i «cugini» di Trento e per i molisani e giovedì 11per i valdostani e gli abruzzesi . Il 15 settembre tocca agli alunni di altre quattordici regioni. Tra elementari, medie e superiori quest’anno scolastico gli studenti sono in Italia quasi ottomilioni precisamente 7.881.838.
    Le famiglie, si legge che quest’anno spenderanno 450-490 euro soltanto per il corredo scolastico. Altri 300-350 euro serviranno per l’acquisto dei testi alle scuole medie e superiori. Conto finale: da 750 a 840 euro per ogni figlio.
    A lungo, in questi giorni ho pensato a come augurare alla scuola italiana un anno scolastico sereno e mi è venuto in aiuto il libro “ L’ora di lezione “ di Massimo Recalcati (Einaudi, pagg. 162, euro 14)«Ero stato un bambino considerato idiota. Fui bocciato in seconda elementare perché giudicato incapace di apprendere. ”Una “vite storta”, così era considerato Recalcati, «andavo lento e ora mi rimproverano di andare fin troppo veloce». E sembra di rileggere Daniel Pennac che in “Come un romanzo” racconta che viene rinchiuso in un riformatorio perché ritenuto un ritardato.

    Anche Recalcati è una vite che della stortura fa oggi un vanto, “ perché progredire nella conoscenza non significa raddrizzarsi piuttosto capire quale sia la strada. Inseguire la stella filante del desiderio e nutrirsi del suo riflesso di luce.”

    E allora la prima cosa che sento di dover raccomandare ai genitori e ai docenti è “ che nel cielo perturbato dell’adolescenza quella stella qualcuno deve pur accenderla. È questo il destino del genitore e del maestro.” Ed è questo il cuore pulsante di un libro originale e bellissimo,che sin dalla titolazione include una parola inedita per la didattica. La parola “erotismo”.

    All’inizio del nuovo anno scolastico , nel vivo della discussione sulla “ Buona scuola” del governo Renzi, con Recalcati voglio ricordare a tutti i docenti che «Non esiste insegnamento senza amore. Ogni maestro che sia degno di questo nome sa muovere l’amore,l’insegnamento efficace è profondamente erotico, è in grado di generare quel trasporto che in psicoanalisi chiamiamo transfert».

    La scuola ,secondo Recalcati,come “sentinella dell’erotismo del sapere”, della possibilità del risveglio. Il luogo che ti conduce altrove, «di fronte al nuovo, all’inaudito, all’imprevisto». L’urto che ti costringe a pensare.”
    Ma come si fa col precariato, gli insegnanti di sostegno che scarseggiano, le scuole sporche, la carta igienica che manca, gli insegnanti “anziani e sfiduciati “ che aspettano di andare in pensione?

    Recalcati afferma che” l’apprendimento è un miracolo che può compiersi solo se non c’è sudditanza. Non vi può essere. Ed è questo l’errore in cui precipita l’attuale scuola delle competenze, quella dell’efficienza e della prestazione, che riduce l’apprendimento a plagio, alla pura ripetizione, al calco acritico di un sapere costituito.”

    La metafora dell’amore, spiega lo studioso, consiste nel trasformare chi ascolta in soggetto attivo, da “eromenos” in “erastes”, dallo statuto inerte dell’amato a quello partecipe dell’amante, di colui che cerca. All’origine è il gesto scandaloso di Socrate nella scena di apertura del Simposio. Agatone lo vuole vicino a sé per essere “riempito” della sua sapienza, ma il maestro rifiuta il ruolo.
    Senza ricerca non ci può essere conoscenza. Il sapere si alimenta di vuoti, non di pieni. «E il sapere del maestro non è mai ciò che colma la mancanza quanto ciò che la preserva». Questo in sostanza dice il gesto spiazzante di Socrate.
    Recalcati è convinto che per questo che bisogna ripartire dall’ora di lezione. Solo l’incontro misterioso tra allievi e maestri può salvare un’istituzione che rischia il naufragio. Niente può sostituirlo: né computer né slide né pillole tecnologiche. Recalcati non ignora il carico di paradossi che grava sull’insegnante, figura sociale mortificata eppure oggi più che mai investita di attese e responsabilità.
    Se nella scuola che Recalcati definisce “Edipo” quella antica fondata sull’autorità del padre, gerarchica, assai temuta era integro il patto tra genitori e insegnanti, nell’attuale scuola “Narciso” quel patto s’è frantumato, travolto da una nuova mortifera alleanza tra genitori e figli. Un’alleanza fondata sull’abolizione di ostacoli e limiti, sul “perché no?”, su una coincidenza dí narcisismi paterni e filiari che non contempla frustrazioni e ancor meno fallimenti. E’ questa la solitudine dell’insegnante, «costretto a supplire a famiglie inesistenti o angosciate». Ed è anche la solitudine in cui versa la scuola che, se prima incarnava l’istituzione sorvegliante e punitiva, oggi si trova a essere l’unico baluardo di resistenza «all’iperedonismo acefalo», dunque uno strumento di liberazione piuttosto che di intruppamento ideologico. È un’isola di anticonformismo, ripete giustamente Recalcati, la sola che ponga dei limiti al godimento immediato. La legge della parola contro l’indisciplina del consumo sfrenato: di oggetti tecnologici, di alcol, di fumo, di droghe. E senza legge non c’è neppure desiderio.
    Ma come si fa a conciliare norma ed Eros? Come si trasforma un libro in corpo erotico, cosa che permetterà all’allievo di «tradurre ogni corpo che incontra in un libro da leggere»? Qui l’autore non può che evocare gli insegnanti della sua vita. La maestra delle elementari che lo sottrasse dalla “malinconia ebete” del bambino negletto. L’incontro folgorante nel secondo anno dell’istituto agrario, nella periferia povera di Quarto Oggiaro: fu Giulia Terzaghi a rappresentare il taglio, “la ripartenza”, «non sarei più stato l’idiota della famiglia, lo studente storto che gettava i suoi genitori nell’angoscia “.

    Ogni lettore penserà ai suoi di maestri, a quelli che hanno acceso le stelle filanti del desiderio. Ne ricorderà la voce, quel particolare timbro, le inflessioni, la particolarità. Perché è vero quel che scrive Recalcati, dei professori si può dimenticare la faccia o il nome ma non la voce. La voce che è corpo, «espressione materiale e spirituale del desiderio di insegnare».
    Il desiderio di insegnare, ecco il filo comune. I maestri sono per sempre, in ciò che sei diventato, in quello che leggi e impari ogni giorno. «Sei una presenza che insiste a vivere in me», scrive Recalcati in una lettera d’amore alla professoressa Giulia. «Impossibile continuare senza di te, ma impossibile non continuare senza di te». Parole di Beckett che resistono.

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  • Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre

    Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre

    telemaco

    Il complesso di Telemaco.

    Genitori e figli dopo il tramonto del padre

     

    Autore Recalcati Massimo
    Prezzo € 14,00 –  2013, 153 p.

    Editore Feltrinelli (collana Serie bianca)

     

    INDICE

    – Recensione

    – anteprima di alcune pagine

    – video

     

     

     

     

     

     

    Recensione 

    Edipo e Narciso sono due personaggi centrali del teatro freudiano. Il figlio-Edipo è quello che conosce il conflitto con il padre e l’impatto beneficamente traumatico della Legge sulla vita umana.

    Il figlio-Narciso resta invece fissato sterilmente alla sua immagine, in un mondo che sembra non ospitare più la differenza tra le generazioni. Abbiamo visto cosa significa l’egemonia del figlio-Narciso: dopo il tramonto dell’autorità simbolica del Nome del Padre, il mito dell’espansione fine a se stessa ha prodotto la tremenda crisi economica ed etica che attraversa l’Occidente.

    Le nuove generazioni appaiono sperdute tanto quanto i loro genitori. Questi non vogliono smettere di essere giovani, mentre i loro figli annaspano in un tempo senza orizzonte, soli, privi di adulti credibili. Esiste un al di là del figlio-Edipo e del figlio-Narciso?
    Esiste un al di là della guerra tra le generazioni e dell’individualismo senza speranza?

    Telemaco, il figlio di Ulisse, attende il ritorno del padre; prega affinché sia ristabilita nella sua casa invasa dai Proci la Legge della parola. In primo piano non è qui il conflitto tra le generazioni (Edipo), né l’affermazione edonista e sterile di sé (Narciso), ma una domanda inedita di padre, una invocazione, una richiesta di testimonianza che mostri come si possa vivere con slancio e vitalità su questa terra.
    Nel nostro tempo nessuno sembra più tornare dal mare per riportare la Legge sull’isola devastata dal godimento mortale dei Proci. Il processo dell’ereditare, della filiazione simbolica, sembra venire meno e senza di esso non si dà possibilità di trasmissione del desiderio da una generazione all’altra e la vita umana appare priva di senso. Eppure è ancora possibile, nell’epoca della evaporazione del padre, un’eredità autenticamente generativa: Telemaco ci indica la nuova direzione verso cui guardare, perché Telemaco è la figura del giusto erede. Il suo è il compito che attende anche i nostri figli: come si diventa eredi giusti? E cosa davvero si eredita se un’eredità non è fatta nè di geni nè di beni, se non si eredita un regno?

     

    sfoglia il libro

     

    Il complesso di Telemaco” di Massimo Recalcati

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  • Perché il cane ha il naso bagnato (libro età 6-9)

    Perché il cane ha il naso bagnato (libro età 6-9)

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    canePerché il cane ha il naso bagnato

    Kenneth Steven – Øyvind Torseter,

    (trad. di Virginia Ponciroli),

    Electa Kids 2014,32

    p., euro 14,90

    INDICE

    – recensione Andersem

    – recensione biblio ragazzi letture

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     Premio Andersen 2014014

    Recensione di Anselmo Roveda, da Andersen 311 – aprile 2

    – Mettere insieme due narrazioni vecchie come il mondo e ottenere una storia originale, nuova e divertente. Questo è quello che ha combinato Kenneth Steven. Le due tipologie di storie vecchie come il mondo sono: la risposta umana al diluvio universale e le favole sull’origine delle caratteristiche degli animali tipo “perché le galline razzolano” e simili. In questa parte di mondo siamo immersi nella tradizione biblica e così la risposta al diluvio non potrà che essere l’arca di Noè (tema che ricorre con qualche frequenza nei libri per bambini degli ultimi anni). In questa parte di mondo, difettando giaguari e rarefacendosi i somari (almeno quelli a quattro zampe), l’animale al quale attribuire caratteristiche dovrà essere giocoforza domestico. E allora? Chi meglio si presta se non il miglior amico dell’uomo? Sì, giusto: il cane. Scelta l’arca e scelto il cane, la storia è presto detta quanto inattesa. Il buon Noè, nelle traversie della navigazione per salvare la vita sul pianeta, si trova a dover fronteggiare una falla nello scafo. Un buco che mette a repentaglio il buon esito del salvamento. Tappare quel buco sarà compito – per ragioni del tutto casuali, solo di prossimità – del cane. Con cosa? Col naso! Et voilà che si spiega anche il titolo di questo divertentissimo albo illustrato da Øyvind Torseter. L’artista norvegese ha qualche dimestichezza coi pertugi. Nello stesso anno, il 2012 in Norvegia, sono, infatti, usciti il volume appena detto e un altro albo – qui Torseter è autore completo – dal programmatico titolo Il buco. Chissà se esistono correlazione, rimandi di suggestioni creative o solo un fortuito ragionare sulle possibilità narrative offerte dai buchi? Fatto sta che anche in questa occasione il tratto semplice e vibrato dello scandinavo prende a pretesto un foro, qui pure reso cartotecnicamente, per narrare una curiosa avventura.

     

    recensione

    Rivisitazione della storia dell’arca di Noè in salsa nordica, dove l’arca è propriamente una barca di salvataggio, gli animali vengono convinti a salirci mentre stanno bevendo qualcosa al bar e il patriarca ha un tatuaggio da marinaio di lungo corso sull’avambraccio sinistro. Le delicate e surreali illustrazioni di Øyvind Torseter – vincitore del Bologna Ragazzi Award nel 2008 e autore de Il buco, uscito per Orecchio Acerbo nel 2013 – ne fanno subito un racconto divertente dov’è possibile individuare quali animali salgono a bordo, con quale tipo di bagaglio e a quali attività si dedicano durante la lunga traversata (lettura, carte, massaggi, tuffi in piscina) mentre Noè è costretto a impegnare la giornata per nutrirli, visto che ognuno mangia cibo diverso, in quantità differenti e a orari non coincidenti. Dopo venti giorni di navigazione però tra le assi di legno si apre un piccolo buco; la soluzione è a portata di mano: chi se non il cane, ultimo salito a bordo e fedele confidente del patriarca, può rimanere per i biblici quaranta giorni e quaranta notti a tapparlo col suo naso? Lo sforzo dell’animale verrà ripagato: felici e festanti, tutti scendono a terra dopo che l’arca ha sbattuto contro una montagna. Ci sono fiori e piante nuove, l’arcobaleno e un mondo da colonizzare; Noè corre indietro a riprendersi il cane che da allora appunto ha il naso umido.

    Lettura di sicuro successo con i piccoli lettori, insieme ai quali osservare gli animali, le loro feste, le attività, le posture e questo Noè rock che si scatena in un ballo sul ponte insieme alla moglie.

     

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  • IL PENTOLINO DI ANTONIO

    IL PENTOLINO DI ANTONIO

    IL PENTOLINO DI ANTONINOIL PENTOLINO DI ANTONIO

     

    Età consigliata : dai 3 anni
    Formato: 25,5 x 18 cm
    40 pagine a colori
    Collana : Albi illustrati

     

     

    INDICE

    1) Quaderno pedagogico abbinato al libro

    2) Sinossi

    3) Recensioni

    4) immagini

     

    1) Quaderno pedagogico abbinato al libro

     Educazione pentolini e resilienza

    A cura di: Marco Ius e Paola Milani

    Età consigliata : ai grandi per i piccoli
    Formato: 23 x 23 cm
    36 pagine
    Collana : Progetti speciali
    Pensieri e pratiche per co-educare nella prospettiva della resilienza a scuola.
    La collaborazione tra l’Univesità degli Studi di Padova, iniziata con Anch’io vado a scuola, continua presentando la seconda proposta di un albo illustrato, tradotto per la prima volta dal francese, e di un quaderno pedagogico tra
    loro interdipendenti, che possono essere acquistati e utilizzati sia insieme che separatamente, per offrire a insegnanti, eucatori e operatori sociali uno strumento utile a integrare la prospettiva della resilienza nel proprio lavoro.
    Cosa contribuisce a far sì che alcuni bambini che hanno vissuto difficoltà di varia natura continuano il loro percorso di crescita “normalmente” mentre altri sembrano non farcela?
    Quali sono i fattori che proteggono la crescita umana secondo la prospettiva della resilienza? Come possono insegnanti, educatori e genitori promuovere questi fattori nel lavoro educativo quotidiano a scuola, a casa e non solo?
    Gli autori Marco Ius, Paola Milani e Ombretta Zanon si occupano di ricerca e formazione sui temi che riguardano l’educazione, le famiglie e i contesti educativi. Hanno al loro attivo molteplici pubblicazioni nazionali e
    internazionali.
    GUARDA SCHEDA

    2) Sinossi
    Antonino è un bambino che trascina sempre dietro di sè il suo pentolino, non si sa molto bene perchè.
    Un giorno gli è caduto sulla testa e da allora Antonino non è più come tutti gli altri…deve faticare molto di più, e talvolta vorrebbe sbarazzarsi del pentolino, o nascondercisi dentro. Un giorno Antonino incontra una persona speciale che gli fa capire l’unico modo per essere felice: tirare fuori la testa dal pentolino e usarlo per esprimere tutte le proprie qualità.
    Dietro Il Pentolino di Antonino, si cela la diversità, l’handicap, la difficoltà che può nascere da differenti situazioni della vita.
    Antonino e il suo piccolo pentolino riescono a commuovere e ad essere allo stesso tempo divertenti.
    In quest’opera Isabelle Carrier riesce con parole semplici, un testo fluido e dei disegni teneri a trattare con delicatezza ed eleganza un argomento delicato. Questo album è un omaggio alla differenza.

    3) Recensioni

    Un libro per bambini che fa riflettere gli adulti.

    “Antonino è un bambino dolce , affettuoso e socievole ma…..a differenza di tutti i suoi amici , vive trascinando un pentolino .

    Il pentolino gli procurerà non pochi guai , fino a lasciarlo solo e isolato da tutti . Fino a quando qualcuno trasformerà il pentolino in una nuova risorsa per Antonino…”

    Fino a qui il racconto per i piccoli che offre non pochi spunti di lavoro in classe:

    cosa contiene il nostro pentolino? Come possiamo valorizzarne il contenuto?

    Cosa vedono i miei amici nel mio pentolino ? C’è qualcosa che li interessa e io mi sento orgoglioso di possederla , a questo punto?

    Il pentolino è l’immagine delle fatiche , delle difficoltà e dei limiti con le quali ciascuno di noi deve affrontare la vita ; diventeranno più o meno limitanti se chi camminerà con noi saprà farle proprie e le trasformerà in doni.(o in nuove opportunità)

    Laura Broggi insegnante

     

    IL PENTOLINO DI ANTONINO

    “Il pentolino di Antonino” è una meravigliosa storia di diversità e di speranza.
    Semplice, dolce, essenziale, positiva, commovente, colma di fiducia nel prossimo e nelle risorse personali di ognuno.
    Una storia intensa che arriva dritta al cuore di chi la legge.
    Il pentolino simboleggia la diversità intesa come ciò che si fa fatica a comprendere, una disabilità, ma non solo. Uno stato d’animo, un insieme di emozioni forti che non ci fanno sentire a proprio agio in mezzo agli altri, un modo d’essere, un trauma, un momento difficile della vita che sembra non voler prendere una piega diversa, una relazione complicata, un cambiamento che fa un po’ soffrire, magari, un aspetto fisico che proprio non piace, un difetto, una mancanza, una situazione familiare complessa. Ogni bambino e forse, più in generale, ognuno di noi, è come Antonino che si porta dietro il suo pentolino. Un pentolino scomodo, che spesso fa soffrire, che ci fa sentire soli, che ci fa arrabbiare, che ci fa piangere e ci fa sentire incompresi e talvolta poco accettati.
    Che fare? La soluzione migliore sembrerebbe quella di liberarsi di questo pentolino, che però proprio non se ne vuole andare .
    Finché, un giorno, un incontro, quasi salvifico, con una persona straordinaria, dolce e sensibile, la signora Margherita, che riconosce e accoglie tutte le difficoltà e ci insegna che l’unico modo per superarle è viverle intensamente utilizzando le risorse personali.
    Ecco allora che il pentolino acquista valore, non è più così ingombrante e, a volte, diventa persino una risorsa.
    Un libro per bambini, ma soprattutto per adulti che abbiano voglia di leggerlo e di raccontare ai bambini che la diversità è l’unica cosa che ci accomuna, che bisogna credere sempre nelle proprie capacità e che le persone meravigliose esistono…bisogna solo fare del proprio meglio per incontrarne almeno una nella vita!!!

    Marnie Milani

     

     

    Recensioni:

     

    4) Immagini

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  • IL MIO ALLENATORE ( Raffaele Mantegazza)

     

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    IL ‘MIO’ ALLENATORE

    Autore: RAFFAELE MANTEGAZZA
    Editore: WWW.ALLENATORE.NET EDIZIONI
    IN DISTRIBUZIONE DAL 10 MAGGIO 2014
    Prezzo: 22.00€

    INDICE

       – Intervista a Raffaele Mantegazza
       – Presentazione libro
       – Indice libro
       – video conferenza
       – L’autore 

     

     INTERVISTA

    WALTER BRANDANI: Nelle presentazioni delle società sportive alla voce ALLENATORI, spesso si trova un elenco di nomi senza riferimenti a titoli di studio o corsi frequentati, solo in alcuni casi si può leggere qualche accenno alla carriera sportiva dell’allenatore. Questo vuol dire che per allenare è sufficiente essere stato un ex giocatore?

    RAFFAELE MANTEGAZZA: Ovviamente no. Equivale a chiedere se un esperto programmatore di computer può insegnare informatica ai ragazzi di terza media senza sapere niente di pedagogia, psicologia dell’età evolutiva, comunicazione didattica. Purtroppo il mondo dello sport, soprattutto del calcio, sembra essere piuttosto sordo a queste sollecitazioni, per cui ci si illude che basti saper giocare per saper insegnare a giocare. Ma certo non bastano i corsi, che pure sono indispensabili: occorre indagare sulle motivazioni che portano una persona a voler allenare, e se non si tratta di motivazioni realmente educative si parte già con il piede sbagliato.

    WB: Quali sono le principali competenze che dovrebbe possedere un allenatore?

     

    RM: Occorrono ovviamente competenze tecniche ma spesso, soprattutto per i settori giovanili, vengono esagerate, in particolare a livello tattico. Piuttosto che perdere due ore a studiare la difesa a zona del Barcellona un allenatore di ragazzini impiegherebbe il suo tempo in modo più proficuo studiando pedagogia e psicologia. Un allenatore deve sapere comunicare, sapere in che cosa un adolescente si differenzia da un  bambino, qual è la percezione del proprio corpo in un bambino di sette anni e come muta a dieci anni, conoscere la psicologia dei gruppi ecc.

    WB: Se si vince bravi tutti, ma sopratutto l’allenatore, se si perde è colpa dei ragazzi che non si impegnano. Per un allenatore qual è il rapporto tra l’insegnare una disciplina sportiva e il vincere la partita?

     

    RM: L’allenatore dei settori giovanili non FA sport ma INSEGNA sport. La cosa è completamente diversa. La vittoria ovviamente fa parte dello sport, non è eliminabile da esso, ma se per l’allenatore  della prima squadra la sconfitta è solamente sconfitta, per l’allenatore dei ragazzi essa può costituire una straordinaria possibilità di crescita e un fattore positivo. Insegnare a fare qualcosa significa soprattutto insegnare a sbagliare e a imparare dai propri errori. Se si demonizza la sconfitta, non è letteralmente possibile insegnare a vincere.

    WB Cosa significa per un giocatore poter affermare “…..è il MIO allenatore!” ?

     

     RM: Significa attribuirgli quello status unico che i ragazzi assegnano solamente ai (purtroppo) pochi adulti che scelgono come punti di riferimento,  insegnanti, capi scout, animatori, zii e soprattutto allenatori. Per poter essere il “mio” allenatore  però il mister o coach deve essere in sintonia con me, riconoscermi come persona (il mio precedente libro pubblicato per allenatore.net si intitolava “La persona giocatore”), deve mettere in campo quella speciale relazione uno-a-uno che troppo spesso viene soffocata dietro una concezione di gruppo e di squadra troppo rigida e poco attenta alle dimensioni individuali.

    WB: Genitori in campo o fuori dal campo: quale rapporto assumo i genitori nella pratica sportiva dei figli?

     

    RM: Assolutamente fuori dal campo, ad accompagnare i figli alla partita e a recuperarli fuori dallo spogliatoio. Un genitore deve vigilare sul fatto che l’allenatore sia una persona seria, che non bestemmi, che non insulti i ragazzi (spesso sono proprio questi cafoni ad essere stimati dai genitori, che pensano che così  i ragazzi cresceranno forti e duri!); per il resto, deve lasciare lavorare l’allenatore e aiutare il ragazzo a ritagliarsi con esso quella specifica  relazione che fa di lui, appunto, “il mio allenatore”.

     

     PRESENTAZIONE LIBRO

    Sono molti gli allenatori con importanti competenze in ambito tecnico-tattico ed in grado di preparare fisicamente i propri giocatori. Non sempre la stessa attenzione viene invece viene dedicata ai fattori pedagogici, comunicativi, relazionali.

    Avere una linea di condotta chiara, saper gestire le proprie emozioni ed essere un modello per i propri ragazzi sono tutti elementi che un allenatore deve curare ed approfondire, così come è fondamentale saper mostrare ed insegnare, anche con fantasia e creatività, gli specifici aspetti sportivi.

    Altrettanto importante è conoscere alcune regole di comunicazione, da applicare sia nel rapporto con il singolo che nella gestione della squadra, utili a formare lo spirito di gruppo ed a creare un clima adatto all’interno dello spogliatoio.

    L’autore focalizza quindi l’attenzione sul prevenire i conflitti che possono sorgere in relazione alle diverse personalità dei ragazzi e le modalità con le quali è opportuno soddisfare i tipici problemi che frequentemente si presentano con i genitori.

    L’ultimo capitolo è invece dedicato all’analisi degli allenamenti e delle partite, cercando di mostrare come, in ogni momento di questi eventi, l’allenatore può prestare attenzione agli elemnti psicologici e pedagogici del suo ruolo.

     

     

    INDICE LIBRO

    – chi è il “mio” allenatore?

    – l’allenatore come insegnante

    – l’allenatore come comunicatore

    – l’allenatore e il ragazzo

    – l’allenatore e i genitori

    – l’allenatore in azione: allenamenti e partite

     

     VIDEO

     

     L’AUTORE

    Docente di pedagogia interculturale e della cooperazione presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Milano Bicocca, per 15 anni allenatore di squadre giovanili di basket, formatore e consulente per allenatori, genitori e atleti

     

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  • NONNI ADOTTIVI. Mente e cuore per una nonnità speciale

    NONNI ADOTTIVI. Mente e cuore per una nonnità speciale

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    Nonni adottivi.

    Mente e cuore per una nonnità speciale

    Autori e curatori Milena Dalcerri , Anna Colombo , Sonia Negri
    pp. 160, 1a edizione 2014

    Prezzo: € 19,00

    – Presentazione libro

    – Indice

    – Le autrici

    – Intervista a Sonia Negri

     

     

     


     

    PRESENTAZIONE LIBRO

    L’adozione è un modo del tutto speciale per diventare nonni. 
    Attraverso percorsi inaspettati, talvolta tortuosi e faticosi, i nonni adottivi testimoniano un’esperienza di vita ricca di soddisfazioni e di felicità.
    In queste pagine sono raccolte le loro storie: le preoccupazioni che avevano prima di incontrare i loro nuovi nipotini, le emozioni che vivono insieme a loro e le sfide impegnative che affrontano tutti i giorni.
    Partendo dai racconti e dai sentimenti dei nonni, le autrici hanno evidenziato gli aspetti affettivi trasformandoli in significativi spunti di riflessione teorica sull’adozione e i suoi nodi critici. Ne è nato un libro per coloro che si stanno preparando ad accogliere un nipote di cui ancora non sanno nulla e per nonni adottivi che desiderano confrontarsi con chi vive la loro stessa esperienza.
    Ma è anche un libro per le coppie, che desiderano coinvolgere le proprie famiglie nella loro scelta adottiva, e per gli operatori dell’adozione, i quali sanno bene che i bambini – per crescere sereni e felici – hanno bisogno di una famiglia, nonni compresi!
    É dunque un libro per tutti, in grado di parlare in particolare a coloro che sanno ascoltare con la mente e con il cuore.


     

    INDICE

    Mario Zevola, Prefazione
    Anna e Sonia, Milena, 
    Premessa
    Introduzione
    Parte I. Nonni adottivi
    Diventare nonni adottivi
    (Ruolo dei nonni in famiglia; Un modo particolare di diventare nonni)
    Lavorare con i nonni adottivi
    (L’esperienza dell’Associazione Petali dal Mondo; “… e adesso parlano i nonni”; “Aspettare un nipote adottivo”; “Nonni di cuori”; Commenti sul lavoro di gruppo; Commenti dei nonni; Commenti della conduttrice; Un’iniziativa destinata a crescere)
    La ricerca e la raccolta del materiale
    (L’analisi del materiale raccolto; Informazioni sui nuclei familiari; Alcune considerazioni conclusive)
    Parte II. I nonni adottivi si raccontano
    Aspettare un nipote adottivo
    (L’attesa; L’incontro)
    Nonni come radici
    (Costruire un senso di appartenenza; Rispettare le origini del bambino; Dare nuove radici)
    Nonni biologici e nonni adottivi: differenze e somiglianze
    (Parlare di diversità; Difficoltà e preoccupazioni per il futuro; Nonni speciali e nipoti speciali)
    Nonni e genitori insieme per il benessere di tutti
    (Chi ben comincia…; … è a metà dell’opera; Educazione e regole; Il piacere di fare i nonni; Nonni e fratrie; La storia; Nonni come “maestri”)
    Per concludere
    La parola ai genitori
    (Il ruolo dei nonni; L’utilità del gruppo dei nonni adottivi; La crescita dei nonni)


     

    LE AUTRICI

    Milena Dalcerri, giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Milano, da anni è impegnata nel settore dell’affido e dell’adozione. Per l’Associazione Petali dal Mondo conduce dal 2007 gruppi di nonni adottivi. Lei stessa è nonna e vive questa esperienza con grande passione ed entusiasmo.
    Anna Colombo, funzionario nella pubblica amministrazione, è volontaria dell’Associazione Petali dal Mondo e conduce percorsi di formazione per aspiranti genitori adottivi. Felicemente sposata, è mamma adottiva di tre bellissimi bambini di origine lituana.
    Sonia Negri presta la sua opera volontaria nella progettazione, formazione e realizzazione di interventi dell’associazione Petali dal Mondo, di cui è co-fondatrice. Un matrimonio, un’adozione nazionale, un’adozione internazionale e una gravidanza le hanno donato la gioia immensa di una famiglia speciale di cui è molto orgogliosa


     

    INTERVISTA A SONIA NEGRI

    Walter Brandani: Di solito quando si parla di adozione ci si concentra sui bambini e sui genitori. Perché avete pensato di scrivere un libro sui nonni?

     

    SONIA NEGRI: Perchè nelle famiglie adottive il ruolo dei nonni è fondamentale e troppo spesso si rischia di dimenticarlo. Perchè siamo convinte che l’esperienza dell’adozione offra anche ai nonni una preziosa occasione di crescita, che merita di essere accompagnata e sostenuta. …ma anche perchè abbiamo conosciuto nonni adottivi così speciali che meritavano davvero un libro tutto per loro!

     

    WB : Qual è il ruolo dei nonni nell’esperienza adottiva?

     

    SN: I nonni adottivi… fanno i nonni!

    E’ vero però che l’adozione inserisce elementi di novità che richiedono di ridefinire ruoli e compiti di ciascuno. Innanzitutto i nonni sono chiamati a condividere e sostenere la scelta dei propri figli. L’adozione infatti è un’esperienza di accoglienza che non può prescindere dall’apertura di tutto il sistema familiare.

    La provenienza del nipote, la sua storia e le sue caratteristiche richiedono ai nonni la capacità di confrontarsi con situazioni, pensieri ed emozioni del tutto speciali. Questi bambini hanno bisogno di una famiglia nella quale sviluppare un senso di appartenenza forte e stabile. Uno dei compiti principali dei nonni è proprio quello di diventare per il nipote quelle radici salde che sono fondamentali per la sua crescita. 

     

    WB: Il libro è anche il racconto dell’esperienza dell’Associazione PETALI DAL MONDO. Quali sono le proposte di questa associazione per i nonni?

     

    SN: I Petali dal Mondo propongono dal 2007 incontri di gruppo per nonni e futuri nonni adottivi. Dopo l’esperienza condotta dalla dott.ssa Dalcerri, che è una delle autrici del libro,  oggi l’iniziativa prosegue con successo in collaborazione con gli operatori del centro adozioni di Tradate e Saronno.

     

    WB: Ci sono differenze tra l’essere un nonno biologico e l’essere un nonno adottivo?

     

    SN: Nel libro abbiamo dedicato un intero capitolo a questo tema, che è molto interessante. Riteniamo che siano molte le diversità: l’attesa, il primo incontro con il nipotino, la sua conoscenza, la costruzione del legame, le difficoltà, i momenti critici, le domande,… sono tutte situazioni nelle quali emergono molte differenze tra l’essere nonni biologici e nonni adottivi. Ma i nonni ci hanno anche insegnato che per loro ogni nipote è un dono ricevuto. E’ un regalo immenso, che vivono con gratitudine e stupore, e che sanno accogliere con anima e corpo, diventando nello stesso tempo per ogni nipote nonni di pancia e nonni di cuore.

     

    WB: Mi ricordo, con molto piacere, che da piccolo passavo molte sere in terrazzo con cugini, zii e genitori ad ascoltare i racconti della nonna. Erano racconti molto solenni, quasi mitologici e, nonostante le storie narrate fossero ben note a noi nipoti, c’era comunque un piacere nel riascoltarle. Quali storie possono narrare i nonni adottivi?

     

    SN:Le stesse storie che raccontano tutti i nonni: quelle della tradizione, le piccole grandi storie quotidiane che hanno i nipoti come protagonisti e le storie familiari. I bambini amano le storie (soprattutto se a raccontarle sono i nonni!) e tutti noi conosciamo bene l’importanza della narrazione.

    Per i bambini che vengono da lontano, che hanno storie complesse e una nuova famiglia in cui inserirsi, le storie hanno un triplice valore:

    1. le storie tradizionali aiutano i bambini ad appropriarsi di una cultura che spesso è totalmente sconosciuta.
    2. attraverso i racconti e le parole dei grandi i bambini conoscono la propria storia, danno un nome alle emozioni, mettono ordine tra i loro pensieri. Per i bambini con un passato doloroso e difficile da comprendere questo è un passaggio importante. E‘ difficile per gli adulti raccontare ad un bambino la sua storia di abbandono e sofferenze…, ma per fortuna spesso le storie hanno un lieto fine! 
    3. le storie di famiglia e i racconti del passato contribuiscono in maniera fondamentale alla costruzione dell’appartenenza familiare. Sono i ricordi e i racconti dei nonni che permettono al bambino di affondare le proprie radici in una storia familiare cominciata molti anni prima della sua nascita e che, anche grazie a lui, potrà proseguire negli anni futuri. Raccontare al bambino tutta questa lunga storia, dirgli quanta gioia ha portato il suo arrivo nella famiglia e immaginare insieme a lui un futuro felice è il regalo più grande che gli si possa fare!

     

    WB: A chi consiglierebbe il libro NONNI ADOTTIVI?

     

    SN: E’ un libro per tutti coloro che sono interessati ai temi della famiglia e degli affetti familiari; e, in particolare, per i nonni che desiderano riflettere sul legame con i propri nipoti.

    E’ uno strumento molto utile per coloro che lavorano nell’ambito dell’adozione ed è una lettura emozionante per le famiglie che vivono l’adozione da protagoniste.

    Io lo consiglio particolarmente a tutti coloro che stanno vivendo il momento dell’attesa di un figlio o di un nipote adottivo: è un tempo prezioso per riflettere e prepararsi ad un evento che cambierà le loro vite. Leggere le storie, i pensieri e le emozioni vere che i nonni raccontano, non solo riempie il vuoto di un’attesa che spesso è molto lunga, ma fa sentire anche più vicina la realizzazione dei propri sogni!

     

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  • il paese di Chicistà

    il paese di Chicistà

    paeseIl paese di Chicistà

    Roberto Piumini,  illustrazioni di Emanuela Bussolati,

    Milano, Ledha, 1996, pp 62 Età dai sei anni

    SINOSSI

    Questa favola narra l’incontro di tanti bambini e aiuta a capire meglio l’handicap.
    La storia, all’inizio, presenta l’handicap come qualcosa di separato, “il muro che circonda”; mentre, più avanti, si parla di questo tema come un filo che permette un incontro tra le diversità che noi tutti abbiamo.
    E’ una storia da ascoltare con un adulto al fianco che abbia voglia di fermarsi a riflettere sui dubbi e le domande che l’incontro della diversità stimola in noi.
    L’handicap non ha bisogno di separazione, ma al contrario, di condivisione. In questo senso, anche le parole di una favola possono aiutare.

     

    Recensione

    E’ una storia di bambini. Bambini diversi e bambini uguali, bambini tutti interi e bambini così e cosà. E’ la storia dell’incontro fra questi bambini, della loro conoscenza reciproca che ci aiuta a capire meglio qualcosa intorno all’handicap. Il racconto, infatti, ci presenta dapprima l’handicap come qualcosa di separato, “il muro che circonda ed isola” e, nell’evoluzione della storia, come un filo che permette un riconoscimento, un incontro tra le diversità che noi tutti abbiamo.
    Nonostante le fattezze di fiaba non è una storia semplice, non è una storia immediata. E’ una storia da ascoltare con un adulto al fianco che abbia voglia di fermarsi ad ascoltare i perché, i dubbi e le domande, anche le proprie, che sempre suscita l’incontro della diversità.
    L’handicap non ha bisogno di separazione, esige sincerità e condivisione. In questo senso anche le parole di una favola possono aiutare.accaparlante.it

    Recensione2

    Quando la penna è quella di Roberto Piumini raramente si resta delusi così la levità, il ritmo e la trasparenza poetica che l’autore sa infondere al racconto rapiscono con pacata gentilezza anche il lettore di questa storia. Questi segue infatti, come attratto da un pifferaio magico, il viaggio di Chiara e Tommaso nel paese di Chicistà e nella sottile metafora dell’inclusione che esso svela.

    Qui si incontrano personaggi bislacchi, ciascuno fatto a suo modo e come tale ben accetto dai concittadini. I Dammideltu, i Pastabianca, i Senzaperché e i Cantabruno, per esempio, sfoggiano ciascuno i suoi tratti peculiari come pezzetti di una filastrocca incantevole e irresistibile. Qui trovano dunque posto i due visitatori e i loro amici Claudio, Simone e Arianna anche se battono ostinatamente con un pestello o sferruzzano senza posa una sciarpa.

    Liberati dal controllo degli astrusi Biscabalurda il cui solo interesse sono sterili classificazioni, questi bambini particolari possono infatti trovare il loro posto a Chicistà, non più segregati al di là di un muro che divide ma al contrario uniti da un interminabile filo che abbraccia. dito.areato.org/

     

     

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  • COME FUNZIONA LA MAESTRA

    COME FUNZIONA LA MAESTRA

    come-funziona-la-maestraCOME FUNZIONA LA MAESTRA

    Susanna Mattiangeli e Chiara Carrer

    Ed. IL CASTORO

    PUBBLICAZIONE febbraio 2013
    DIMENSIONI 23 x 30 cm
    PAGINE 28

    Per bambini e adulti

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Un divertente e raffinato albo illustrato che parla ai bambini di oggi e… ai bambini di ieri.
    “Dentro la maestra ci sono i numeri, le tabelline, i fiumi, i monti, l’orologio, i cinque sensi, l’uomo primitivo e tante altre cose che a poco a poco finiscono anche dentro ai bambini.”

    Ci sono maestre lunghe o maestre corte. Maestre larghe oppure sottili. Maestre scure, chiare, ricce, lisce, a pallini, a fiori, a spirali, a scacchi e in varie fantasie. Anche a righe e a quadretti, naturalmente. E dentro le maestre, invece, cosa c’è? Un ritratto gioioso e scanzonato di tutte le maestre. Guarda bene, e troverai anche la tua o quella che hai conosciuto da piccolo!
    Un intero universo da scoprire, per giocare con la curiosità dei bambini e sorridere insieme a loro sul mondo della scuola. Dedicato a una delle persone più importanti nella vita di ogni bambino.
    Illustrazioni di Chiara Carrer.

    RECENSIONI

    di Micol De Pas

    «Ci sono maestre lunghe o maestre corte. Maestre larghe oppure sottili. Una maestra piccola non è mezza maestra, così come una molto grande non vale doppio». Possono avere colori diversi, possono essere chiare, scure, ricce, lisce, a pallini, a scacchi… su quelle a righe si scrive e su quelle a quadretti si fanno le operazioni. Così le descrivono Susanna Mattiangeli e Chiara Carrer in Come funziona la maestra, un manuale per bambini, appena uscito per Il Castoro.

    La maestra («che a volte è un maschio») è un essere a sé, diverso da tutti gli altri, perché «Dentro la maestra ci sono i numeri, le tabelline, i fiumi, i monti, l’orologio, i cinque sensi, l’uomo primitivo e tante altre cose che a poco a poco finiscono anche dentro ai bambini». Ma come tutti gli altri, si veste, è alta o bassa, ha i capelli in un certo modo e un carattere particolare. «Alcune sono sempre contente, altre sempre arrabbiate. Quando la maestra è arrabbiata si ferma tutto. Non si aggiunge più, non si riesce a dividere niente, i fiumi non scorrono e l’uomo primitivo resta bloccato con la lancia alzata. Solo se torna la calma, allora tutto ricomincia a funzionare».

    Poi, un giorno, la maestra diventa quella di qualcun altro. Allora si potrà incontrarla per caso, al cinema, al supermercato e per la strada e sembrerà un grande come tutti gli altri. «Però quando se ne incontra una, si capisce. Si sa che quella era la maestra. Solo, è diventata un po’ più piccola. E insieme alla maestra, anche la classe, se ci si ritorna dopo qualche tempo, si è trasformata, è sempre la stessa classe, ma si è rimpicciolita».

    Ma il gioco non finisce mai, perché «quando bisogna ritrovare una poesia, un lago o una vecchia storia sentita in classe, basta cercare bene e alla fine usciranno fuori tutti insieme, come li aveva messi la maestra, i più piccoli seduti davanti e i più alti dietro in piedi».

     

     RECENSIONE 2 

    di Margherita D’Alessandro

     

    È appena ricominciata la scuola, ne parlano i giornali, i tg, la gente per strada, i genitori che non vedevano l’ora di poter riorganizzare al meglio il tempo.

    Io ricordo bene il mio primo giorno nella scuola elementare: ci radunarono tutti in palestra –  genitori e bambini – e aspettammo con pazienza che ci chiamassero. Ero curiosa di sapere che viso avesse la mia “prima” maestra, se fosse dolce o severa, simpatica o seria. Arrivò con un po’ di ritardo e … sorpresa! Si chiamava proprio come me. Poi ci mise in fila ed io diedi la mano a Loretta con cui avrei diviso 5 anni di studi e di giochi. Quest’anno ho visto mia nipote fare le stesse cose e mi chiedevo, guardando i volti di tanti bimbi, cosa possa passare nella loro mente quando lasciano la mano del genitore per seguire una persona, che li guiderà nei passi fondamentali dell’apprendimento.Così ho ripreso in mano “Come funziona la maestra” diSusanna Mattiangeli con le illustrazioni della grande Chiara Carrer (Il Castoro), un libro di qualche mese fa, e ho pensato di proporvelo perché quando l’ho letto la prima volta ho avuto un groppo in gola per l’emozione, sia come ex alunna che come insegnante.

    Guardate un po’ se le sue parole non sembrano espresse da quei frugoletti con i grembiulini e gli zaini:

     

    «Ci sono maestre lunghe o maestre corte. Maestre larghe oppure sottili. Una maestra piccola non è mezza maestra, così come una molto grande non vale doppio … Le maestre a un certo punto diventano maestre di qualcun altro. Si possono rivedere dopo un po’ di tempo, per la strada, al cinema, al mercato, e sembrano dei grandi come tutti gli altri. Però quando se ne incontra una, si capisce. Si sa che quella era la maestra. Solo, è diventata un po’ più piccola. E insieme alla maestra, anche la classe, se ci si ritorna dopo un po’ di tempo, si è trasformata. È sempre la stessa classe, ma si è rimpicciolita».

     

    Quando ho avuto il libro tra le mani è stato amore a prima vista e il giorno dopo l’avevo già letto ai miei alunni.

    Quelle parole toccavano in profondità i miei ricordi perciò ho pensato che la scrittrice doveva essere un po’ speciale e le ho rivolto qualche domanda:

            Susanna, parlaci un po’ di te.

    Io sono nata a Roma. Non sono lunga né larga, sono ocra anche se a volte divento marrone perché se voglio posso cambiare colore. Milioni di anni fa ho studiato disegno e storia dell’arte, ho costruito pupazzi per spettacoli e per video di animazione, attrezzeria e mobili perché mi piace il lavoro manuale anche se da solo non mi basta. Adesso abito ancora a Roma con Lorenzo, Elisa e Pietro. Invento laboratori per i bambini in spazi privati e nelle scuole. Imparo tante cose e, in qualche modo, ne insegno anche. In effetti ho molte cose che mi rendono simile ad una maestra: ho una parte davanti e se mi giro a scrivere o a disegnare ho anche io una parte di dietro. A volte i bambini e le bambine mi chiamano maestra, solo che io non mi siedo quasi mai alla cattedra e, anche se parlo con molte maestre, non conosco la lingua segreta che le maestre parlano tra loro. L’ambiente della scuola mi riempie di idee e di parole che devo mettere da qualche parte. Così oltre a “Come funziona la maestra” Editrice il Castoro è appena uscito “La mia scuola ha un nome da maschio” Edizioni Lapis. Così per un po’ sono a posto e dopo scriverò di altri argomenti.

          Come è nato “Come funziona la maestra”?

    Come dicevo, incontro molte maestre durante l’anno. Spesso maestre donne, perché nel nostro paese vicino ai bambini e alle bambine ci sono soprattutto le donne. Se invece aggiungi un pallone da calcio, arrivano subito gli uomini, mentre le donne e le bambine si allontanano.  Se si rimescolassero più le cose tra uomini, donne, bambini, bambine e palloni questo sarebbe un paese diverso, ma per adesso il maestro è una rarità e nel linguaggio comune si parla di “maestre”: esseri con borsetta e poteri speciali, supereroi con la messa in piega.

    Quando ho pensato di scrivere un testo per un albo ci ho messo poco a decidere di parlare della maestra e non mi pareva una scelta tanto originale. Solo dopo aver finito ho realizzato che non era ancora stato fatto uno studio scientifico sull’argomento, ovvero sulle varie forme di maestra presenti in natura, su come si muove, come parla, dove vive eccetera.

     

              Hai un ricordo particolare dei tuoi insegnanti?

    La mia prima maestra della scuola materna si chiamava Armida e nella sua classe c’era una casetta di legno dove entravamo in tantissimi a ricreazione. Quando ho votato per la prima volta sono tornata a trovare la casetta e ho visto che si era rimpicciolita. A fatica ci sarei entrata io da sola. A dire il vero, tutta la classe si era ristretta e mi sono sentita come Alice quando diventa enorme. La mia maestra preferita però è stata Patrizia, che mi ha insegnato a leggere e a scrivere cantando e suonando la chitarra. In seconda elementare è stata sostituita da un’altra che aveva una bacchetta di legno da sbattere sui banchi per fare silenzio, ci buttava spesso fuori dalla classe e ogni tanto ci tirava i capelli. Così ho imparato che ci sono vari modelli di maestra al mondo, e che non tutte funzionano allo stesso modo.

              Ricordi il primo giorno di scuola?

    No, non ho un ricordo preciso. Se ci penso vedo l’immagine della mia mano al lavoro sui primi quaderni e mi torna in mente quanto mi sembrava facile leggere e scrivere. Credo che in questo Patrizia c’entrasse e mi chiedo se lei se ne sia resa conto. Era giovane e chissà se ha continuato ad insegnare, magari in quegli anni se n’è andata in giro di classe in classe lasciando cose preziose senza pensarci troppo su.

             Qual era la tua merenda preferita?

    Mi piaceva il pane con la nutella ma mia mamma mi faceva certe fette deprimenti, piccole e con un velo marrone inesistente e allora nemmeno lo chiedevo più. Andavo a scuola tutti i giorni con un tegolino e un mandarino. Poi però a ricreazione mi dimenticavo di mangiare e lasciavo tutto nella tasca dello zaino. Alla fine della settimana la tasca era piena e bisognava scavare gli strati di mandarini e tegolini tutti schiacciati e mummificati.

             E il libro a cui eri più legata, quello che leggevi e rileggevi?

    Io leggevo fumetti. Sempre, ovunque. Soprattutto Topolino, quello che usciva in edicola ma anche le vecchie storie degli anni cinquanta di cui mio padre aveva una grande raccolta. Adesso, a parte qualche storia classica veramente bella, non mi piace più per niente ma alle elementari era la mia fissazione. Oltre a quello leggevo molto Asterix e qualunque fumetto girasse per casa, compreso Linus che era per grandi, pieno di cose strane e incomprensibili. Non saprei dire quale sia stato il mio primo libro vero: a scuola ci facevano prendere dei libri in biblioteca di cui non ricordo niente se non una riduzione di Fabiola, una storia sui primi cristiani perseguitati che ha segnato il mio breve momento di misticismo. Di sicuro ho letto e riletto le Filastrocche in cielo e in terra di Rodari, che resta una specie di maestro invisibile dei miei anni piccoli e anche di quelli un pochino più grandi.

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