Categoria: Libri

  • La città che sussurrò.

    La città che sussurrò.

     

    La città che sussurrò

    AutoreJennifer Elvgren

    IllustrazioniFabio Santomauro

    Anno di edizione: 2015
    Traduzione: Shulim Vogelmann
    Pagine: 32
    Illustrato: si
    N° illustrazioni: A colori
    Legatura: Rilegato
     Prezzo: 15 €
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    Presentazione
    Anett scopre che nello scantinato della sua casa si nasconde una famiglia di ebrei. Anche se scendere le scale buie dello scantinato le fa un po’ paura, è lei a portar loro da mangiare oltre a tutte le cose di cui hanno bisogno. Così conosce Carl, un bambino come lei, con cui fa presto amicizia. La famiglia di Carl sta aspettando una notte di luna piena per raggiungere il porto e fuggire in Svezia, ma le nuvole non vogliono diradarsi ed è troppo buio per scappare. Finché ad Anett non viene in mente un’idea geniale per salvare il suo amico Carl dai soldati nazisti che si stanno avvicinando sempre di più. Ma per metterla in pratica dovrà coinvolgere l’intero villaggio e soprattutto non fare troppo rumore… Questa storia, fatta di coraggio e solidarietà, è basata su una vicenda realmente accaduta durante la seconda guerra mondiale, un episodio che tiene accesa fino ad oggi la luce della speranza nella bontà umana.
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    Recensione
    ” Circa 1700 ebrei fuggirono dal piccolo villaggio di pescatori di Gilleleje. In una notte senza luna, gi abitanti del villaggio, dalla soglia delle loro abitazioni, sussurrarono loro la direzione giusta per il porto.”

    Con questa nota si chiude il libro e la storia de La città che sussurrò. Una storia semplice ma pericolosa, umana e incredibile, condotta da molte persone con poche parole sussurrate.

    Narra un fatto realmente accaduto durante la seconda guerra mondiale, quando un intero villaggio danese si prodigò per salvare degli amici o persone sconosciute dall’orrore dei lager.

    La forza e la delicatezza di questo racconto hanno portato al libro il Premio Andersen 2105 e numerosi riconoscimenti delle Comunità ebraiche.

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  • Fiabe d’api:  Il grande volo – La luna di miele

    Fiabe d’api: Il grande volo – La luna di miele

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    Fiabe d’api:

    Il grande volo – La luna di miele

     

    Testi Anselmo Motetta Disegni Clara Gargano

    collana: Bimbimicabamba 01

    formato: cm 21 x 29,7

    pp. 32 a colori, impaginato con due fronti, copertina cartonata

    Costo: 12 euro

    contatti:

    autore simagima@gmail.com

    edizioni montaonda

     

     

     

     

     

    Non solo per i piú piccini, il libro é adatto a essere letto da un adulto e sfogliato da chi ancora non sa leggere. Contiene due fiabe che hanno per protagonisti una bambina e un bambino, ma soprattutto le api, da sempre simbolo per l’uomo di libertà, operosità e gioia di vivere. La loro colorata e magnifica società, innamorata dei fiori e del volo, dialoga con i bimbi e li coinvolge in un volo emozionante e colorato.

     

    INTERVISTA A MARCO MOTETTA

    apePerché hai scritto un libro per bambini?

    Allora di storie per bambini ne ho scritte molte, e moltissime me ne invento tutti i giorni anche per aiutare, con mia moglie, la gestione del quotidiano con i miei figli, spesso le completo e gli do una forma, a volte sono solo idee abbozzate.

    Amo molto il mondo dei bambini, così fresco, ingenuo, autentico e sincero, per cui mi viene di scrivere storie adatte alla loro fantasia e al loro modo personale di vedere il mondo, un mondo dove è possibile che i draghi esistono veramente e adesso dormono sdraiati sotto un bosco che noi ingenui chiamiamo montagne.

    Un giorno ho incontrato Luca Vitali, l’editore, e Clara Gargano, l’illustratrice, che  hanno aderito e
    arricchito l’idea, realizzando così  un vero libro, fatto e finito.

    Perchè si parla di api?

    Si parla di api principalmente perchè io sono un apicoltore e anche mentre visito le casette nella stagione estiva, mi viene in mente a volte un’immagine o un pezzetto di storia, o un modo
    differente di vedere la situazione… allora la racconto agli apicoltori con cui sono, oppure se sono da solo rido, e abbozzo l’idea su un pezzetto di carta da battaglia.
    La natura è fonte grandissimissimismismsssimimissima d’ispirazione per me, infatti in queste storie si parla di api, ma ne ho altre in cui si parla di pirati o di bambini normali che parlano con le carote, o di
    professori universitari che lottano al fianco di asini parlanti per liberare il mondo da un cattivissimo di turno, o di un gatto e un ubriacone che partono per andare in Russia nel più prestigioso circo
    del mondo.
    Un altro motivo è che l’editore  aveva già pubblicato dei libri sull’apicoltura, quindi le FIABE  D’API potevano essere di interesse anche per gli apicoltori. 

    Noi apicoltori siamo totalmente immersi nel nostro lavoro, che se vediamo un libro, un portachiavi, una tazza con disegnata un’ ape ce ne innamoriamo, esattamente come ci innamoriamo delle api ogni primavera.

     

    Cosa volevi raccontare con “Fiabe d’api’? 

    Volevo, innanzi tutto, raccontare il mondo delle api, o meglio più che raccontare, presentare, presentare ai bambini questo mondo.

    Preferisco dire PRESENTARE,  perchè  sono storie inventate dove accadono fatti che in natura non esistono, come il fuco Carol che convince le sorelle a sciamare, oppure le api che vanno a riempire la luna.

    Sono ovviamente storie per bambini, dove tutto può succedere ed è giusto che
    accada

    Mi soffermo un secondo su questo punto perchè ci tengo a
    precisare che I BAMBINI DEVONO RESTARE BAMBINI. E’ importante che un bambino sia ingenuo, e fantasioso, è importante che un bambino creda al tuo racconto dove dici che nel lago di Pusiano
    esiste il balenorso che dorme sul fondo del lago ed è girato sul fianco,  che sulla  spalla , che fuoriesce dal lago per un pezzetto, ci son cresciute col tempo delle piante. Le persone ingenue la
    chiamano isola, ma tutti sanno che è la spalla del balenorso e se vai a Pusiano la vedi… è importante che credano che quando il balenorso si sveglierà avrà fame e inizierà a mangiare pecore, cavalli
    e mucche…
    Quindi tornando a noi e alle fiabe d’api… non ha importanza che il racconto non segua le leggi apistiche della natura… anzi forse è proprio importante che non le segua, altrimenti sarebbe un trattato o un manuale e non una storia per bambini.
    Inoltre ci tengo a far conoscere la natura ai bambini, anche fosse solo un avvicinamento data la loro curiosità. perchè è tanto bella e poco conosciuta, poco osservata, poco vissuta, ed è un peccato.

    Hai in cantiere o meglio in alveare la pubblicazione di altre storie?

    Si si ce ne sono.. come già detto me ne saltano in mente di continuo, è come se avessi rotto il vaso di pandora, ma pieno di idee buone. Al momento ho consegnato una storia alla “disegnatora” che parla di api in inverno.. ci sta lavorando sopra e appena avrà finito.. inizieremo il lavoro con la casa editrice.

     

     

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  • Il pianeta degli alberi di Natale

    Il pianeta degli alberi di Natale

    NATALE

    Il pianeta degli alberi di Natale
    Autore Gianni Rodari
    ETA’ 8 ANNI

    EDITORE EINAUDI RAGAZZI

     

    EDIZIONE CON I DISEGNI DI MUNARI

    EDIZIONE CON I DISEGNI DI ALTAN

    AUDIO LIBRO LETTO DA A. FINOCCHIARO

    Su questo pianeta
    È severamente proibito
    Fare la guerra
    Per mare e per terra
    O sottoterra.
    I trasgressori verranno presi per le orecchie
    E gettati in cielo

     

     

    TRAMA

    Un giorno un bambino di nome Marco finì in una scia di un’astronave e il comandante, appena si accorse di lui, lo fece salire a bordo. Il giorno dopo atterrarono sul Pianeta degli alberi di Natale, lasciarono Marco, arrabbiato, e gli fecero conoscere un bambino di nome Marcus, che gli avrebbe fatto da guida. Marco notò degli alberi di Natale e si meravigliò perché era ottobre; chiese spiegazioni a Marcus che gli disse che su quel pianeta era sempre Natale. Marcus gli fece vedere molte altre caratteristiche di quel pianeta, ma Marco pensò che erano inutili.

    Verso sera andarono in una casa a dormire, ma quando Marco si svegliò non trovò più il suo amico. Dopo averlo cercato dappertutto lo trovò e decise di seguirlo; arrivarono al “palazzo del governo” dove Marcus entrò per incontrarsi con altri, mentre Marco, fuori dalla porta, ascoltava i loro discorsi. Decisero di rimandare Marco sulla Terra; lui uscì di corsa dal palazzo e andò all’aeroporto dove, dopo del tempo, incontrò Marcus che era andato a salutarlo. Marco ripensò a tutte quelle invenzioni del Pianeta e si mise a piangere. Quando si risvegliò si trovò nel suo letto, però capì che non poteva essere stato un sogno perché i suoi vestiti profumavano di mughetto: un profumo che ricopriva il Pianeta degli alberi di Natale.

    L’idea centrale è che con la fantasia si riesce ad immaginare un pianeta degli alberi di Natale con strane caratteristiche.

     

    RECENSIONE
    Edito in volume per la prima volta nel 1962, dopo essere stato pubblicato il 24 e 25 dicembre del 1959 sul quotidiano “Paese Sera”, “Il Pianeta degli alberi di Natale” è una meravigliosa favola fantastica di Gianni Rodari, maestro italiano della letteratura per ragazzi.
    Marco riceve in regalo dal nonno un cavallo a dondolo, dono forse inadatto alla sua età, che lo trasporterà attraverso lo spazio fino a un pianeta dove è sempre Natale, gli addobbi ricoprono ogni cosa e l’atmosfera è sempre gioiosa e amichevole. Qui si troverà di fronte il proprio alter ego, Marcus, e tutta una serie di personaggi bizzarri e divertenti, caratterizzati dall’ironia tipica dei racconti di Rodari, nei quali l’umorismo più assurdo è portavoce di critiche serissime alla società contemporanea, troppo lontana dall’amicizia spontanea e dal profondo senso di giustizia del pianeta Serena.
    Sarebbe un errore giudicare anacronistica quest’opera di Rodari, perché la genialità di questo autore risiede proprio nella sua capacità di creare opere solo all’apparenza semplici, ma ricche, nel profondo, di significati nascosti e preziosi.
    La seconda parte del libro comprende il calendario del Pianeta degli alberi di Natale, che è più corto di quello terrestre e molto più divertente, seguito da una serie di poesie che dimostrano ancora una volta la bravura di Rodari nel giocare con le parole e il senso dell’assurdo.

    Recensione a cura di :romanticamentefantasy.it

     

     

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  • La scuola non serve a niente

    La scuola non serve a niente

     

    UnknownAndrea Bajani

    La scuola non serve a niente

    Edizione: LATERZA 2014
    Collana: i Robinson / Letture
    Serie: iLibra

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    Descrizione

    A cosa serve la scuola? A cosa serve un romanzo? A niente. A che cosa servono gli insegnanti? A niente. O al più: a spostare mobili. Si entra a scuola ammobiliati in un modo, e giorno dopo giorno ci sarà
    qualcuno che cercherà di spostare la disposizione di quello che siamo. A questo serve la scuola: a cambiarci la disposizione delle stanze. Nient’altro. Ci servono insegnanti che non rinuncino a farlo. E ci serve uno Stato che a questi insegnanti riconosca questa responsabilità. Nient’altro. Solo a questo ci serve la scuola. Con la capacità di cambiare la disposizione di una stanza si fa tutto: si comincia a pensare che se il mondo è disposto in un modo, e quel modo non ci piace, si può anche cambiare. Fare uscire i ragazzi dalla scuola con la capacità di immaginare un mondo diverso da quello che hanno consegnato loro, e non solo essere bravi a inserirsi dentro caselle già disegnate: la scuola a questo dovrebbe servire, a non accettare il gioco, a fare domande scomode. È una scelta politica quella di imparare a immaginare. Immaginare, scegliere, inventare delle parole nuove per dare forma nuova al mondo – liberarlo, in qualche modo, dalle parole in cui l’hanno costretto. È una scelta politica, quella di imparare ad accettare che una scuola non serve a niente se non a questo. A spostare mobili, a cambiare la disposizione del mondo.

     

    Indice

    Prologo
    L’era del «Rinuncianesimo»
    Separati in casa
    Scaldare la sedia
    Cosa resta del Prof 35
    La scuola non serve a niente
    Epilogo
    In questione
    Massimo Recalcati, Cari professori, non fate gli psicologi,
    Marco Lodoli, Addio cultura umanista. Per i ragazzi non ha senso,
    Christian Raimo, Ma a qualcuno interessa educare noi insegnanti?,
    Mariapia Veladiano, Maestri con la valigia,
    Cronache dal fronte

    Silvia Dai Pra’, Il primo giorno,
    Chiara Valerio, Almeno una regola, per favore,
    Marco Lodoli, Insegnare a imparare,
    Christian Raimo, Prof, la richiamo,
    Silvia Dai Pra’, Argomento a piacere,
    I numeri della scuola
    Cronologia delle riforme

     

    Biografia

    Andrea Bajani
    Andrea Bajani è nato nel 1975. Con Feltrinelli ha pubblicato Mi riconosci (2013) e La gentile clientela (2013), oltre ad alcuni racconti nella collana digitale Zoom. Tra i suoi libri, Cordiali saluti (Einaudi, 2005), Se consideri le colpe (Einaudi, 2007, Premio Super Mondello, Premio Brancati, Premio Recanati), Ogni promessa (Einaudi, 2010, Premio Bagutta) e La mosca e il funerale (nottetempo, 2012). Per il teatro è autore di Miserabili, di e con Marco Paolini, e di 18mila giorni, Il pitone, con Giuseppe Battiston e Gianmaria Testa. Collabora con diversi quotidiani e riviste. I suoi romanzi sono tradotti in molte lingue.

    INTERVISTA DA REPUBBLICA

    La scuola? Non serve a niente. Non è solo un diffuso e stucchevole stereotipo, ma anche il titolo dell’ultimo, graffiante libro di Andrea Bajani, arricchito dai contributi, tra gli altri, di Massimo Recalcati, Mariapia Veladiano e Marco Lodoli. La scuola non serve a niente (in vendita in edicola, libreria e qui in formato ebook) è sicuramente una forbita provocazione del 38enne scrittore, che sviscera le lacune dell’istruzione italiana, oggi sempre più abbandonata dagli studenti, come mostrano ricchi video, grafici e statistiche allegati al volume. Ma è anche il denso auspicio di un’istruzione che sia sì focolare di nozioni e conoscenze, ma soprattutto faro brillante di una più lucida lettura del mondo. Affinché alunni e studenti possano dare “un nome alle cose” di questa sfuggente società liquida.

    Insomma, Bajani, perché oggi «la scuola non serve a niente»?
    “È un paradosso: oramai è diventato un mantra della nostra società per qualsiasi cosa, dall’economia al lavoro. Invece, bisogna uscire da questa logica utilitaristica: la scuola non deve soltanto “servire”, alla stregua di una chiave inglese. Bisogna tornare a quello che c’è dentro la scuola”.

    E cosa c’è dentro?
    “C’è la cultura. E la cultura contiene il verbo “coltivare”: le nozioni, certo, ma anche la convivenza, oltre a una lettura del mondo. Non a caso, la scuola è il nostro primo — e forse ultimo — luogo di aggregazione, comunità, condivisione. E quindi è indispensabile in un’epoca di profonde solitudini come la nostra”.

    E invece si allarga il fenomeno del «rinuncianesimo», come lo chiama nel libro una giovane partecipante a un suo seminario. E cioè una scuola di rinunciatari passivi.
    “È una parola tremenda e bellissima, a metà tra ideologia e religione. Risuona quasi come un atto di fede, ma purtroppo è una mesta chiave per capire che cosa sta succedendo alla scuola italiana: da un lato, gli studenti tendono sempre più a “disarmarsi”, a rinunciare ad aggredire la vita quotidiana. Dall’altro, considerano gli insegnanti degli impiegati statali e fannulloni. I quali, bisogna dirlo, a volte si attaccano conservativamente al vecchio mondo. E così perdono autorità”.

    Perdita di autorità legata anche alla “scomparsa dei padri” nella società odierna, come ha scritto Massimo Recalcati che lei cita nel libro.
    “È vero. Come il “Padre padrone”, non esiste più il “maestro Manzi”. Oggi, l’unica cosa che può fare un padre, spiega Recalcati, è testimoniare la propria paternità. E l’unica cosa che può fare un insegnante, di fronte al discredito collettivo, è dare testimonianza di sé, plasmando l’istruzione con entusiasmo e metodi concreti, alternativi alla tradizione. Come diceva Hannah Arendt, del resto: “L’insegnante è il testimone del mondo”. Ma qui c’è un ulteriore passaggio fondamentale”.

    Quale?
    “L’insegnante è parte integrante dello Stato. E lo Stato deve aiutarlo a restituirgli quell’autorità: dall’immaginario collettivo ai compensi, fino all’agibilità degli edifici. Un insegnante deve avere le spalle coperte. Da solo non ce la può fare”.

    Invece, l’istruzione pare spesso trascurata dallo Stato italiano.
    “Assolutamente. È inquietante che le riforme degli ultimi anni siano state tutte dettate da esigenze economiche e dai numeri più che da un nuovo approccio pedagogico o di insegnamento”.

    Riforme che tra l’altro non hanno allineato l’Italia all’Europa. Un valido paragone nel libro è quello della Germania, dove la lezione è ultrapartecipativa, il professore “supera il fossato” e responsabilizza gli studenti.
    “Esatto. In Germania, dove vivo, non c’è, almeno in apparenza, un rapporto di superiorità, perché il docente permette all’alunno di prendere in mano l’oggetto (ossia l’argomento) e di smontarlo e rimontarlo a piacimento. Così si sviluppano dialettica e senso critico. Negli studenti, ma anche negli insegnanti. Da noi, invece, si è sviluppata una passività sempre più marcata”.

    Per questo lei scrive che la scuola deve ripartire dalle “parole”. Perché?
    “Perché solo le parole possono salvarci. I ragazzi dei miei seminari li lascio sbizzarrire con neologismi perché diano un nome alle cose, che così escono dal buio e diventano conoscibili. È una delle grandi sfide: insegnare agli studenti come farsi certe domande e scegliere, per dare una forma al mondo. Soprattutto nel magma di Internet, dove hanno a disposizione tutta l’informazione possibile. Che però, senza il filtro della scuola, è merce senza valore”.

    VIDEO PRESENTAZIONE

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  • Le mani della madre.

    Le mani della madre.

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    1 RIASSUNTO

    2 CONFERENZA JONAS VARESE:       presentazione e intervista.

    3 RECENSIONI

    4 VIDEO PRESENTAZIONE LIBRO

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    1. Riassunto

    Dopo aver indagato la paternità nell’epoca contemporanea con Il complesso di Telemaco e altri libri di grande successo, Massimo Recalcati volge lo sguardo alla madre, andando oltre i luoghi comuni, anche di matrice psicoanalitica, che ne hanno caratterizzato le rappresentazioni più canoniche. Attraverso esempi letterari, cinematografici, biblici e clinici, questo libro racconta i volti diversi della maternità mettendo l’accento sulle sue luci e le sue ombre.
    Non esiste istinto materno; la madre non è la genitrice del figlio; il padre non è il suo salvatore. La generazione non esclude fantasmi di morte e di appropriazione, cannibalismo e narcisismo; l’amore materno non è senza ambivalenza. L’assenza della madre è importante quanto la sua presenza; il suo desiderio non può mai esaurire quello della donna; la sua cura resiste all’incuria assoluta del nostro tempo; la sua eredità non è quella della Legge, ma quella del sentimento della vita; il suo dono è quello del respiro; il suo volto è il primo volto del mondo.

    “Ho scritto questo libro perché volevo essere giusto con la madre. Bisognerebbe provare a esserlo.”

    Una nuova interpretazione della maternità di fronte alle difficoltà e ai cambiamenti di oggi.

     

    2 CONFERENZA 29 SETTEMBRE VARESE

    conferenza “Le mani della madre” martedì 29 settembre alle ore 21.00 presso la sala Montanari del comune di Varese

    LOCANDINA

    3 JONAS VARESE ( www.jonasonlus.it – varese@jonasonlus.it)

    Dal 2003 Jonas Onlus, associazione senza fini di lucro con fondata da Massimo Recalcati, è impegnata nella cura di alcuni sintomi del disagio contemporaneo come anoressia, bulimia, obesità, depressioni, attacchi di panico, fenomeni psicosomatici, disagio della famiglia.

    INTERVISTA ALLA DOTTORESSA ERIKA MINAZZI DI JONAS VARESE:

    Quali sono le finalità dell’associazione Jonas ?

    Le finalità del nostro centro sono di ordine terapeutico, preventivo, formativo e di ricerca. Non solo, dunque, all’interno dei nostri studi offriamo terapie d’ordine psicoanalitico, ma ci occupiamo anche di attività a carattere formativo. Sportelli d’ascolto nelle scuole, progetti di prevenzione e formazione, organizzazione di conferenze e convegni sono al centro delle nostre attività.
    La nostra attenzione clinica non si rivolge solo a una particolare tipologia di utenza, bensì alle numerose forme di disagio e di malessere che contraddistinguono l’attualità ( dipendenze, attacchi di panico, disturbi alimentari, ansia, depressione, psicosomatica, disabilità, ecc. ecc.). La filosofia che ci guida tiene conto delle differenti peculiarità di cui le molteplici soggettività sono portatrici e un’attenzione particolare viene riservata a chi necessita di percorsi di cura a tariffe sostenibili.

    Da chi è costituita  la sede di Varese dell’associazione Jonas?

    La nostra sede è costituita da un équipe motivata e desiderosa di poter intercettare domande d’aiuto e di analisi.
    Dott.ssa Erika Minazzi, psicologa, psicoterapeuta, presidente di Jonas Varese
    Dott.ssa Valeria Maiano, psicologa
    Dottor Massimiliano Soldati, psicologo
    Dottor Massimo Porta, psicologo

    Come si può accedere ai servizi dell’associazione Jonas Varese?

    Per accedere ai nostri servizi si possono usare differenti canali:
    Si può chiamare direttamente presso la sede al numero 3482463645
    Piuttosto che telefonare al numero verde nazionale 800453858
    Oppure indirizzare una mail all’indirizzo varese@jonasonlus.it
    O contattaci su Facebook, jonas.varese e apprendere delle nostre iniziative dal sito www.jonasonlus.it
    Un membro dell’équipe sarà pronto ad accogliere ogni richiesta e a valutare la possibilità

     

    3 RECENSIONI

    Recalcati, nelle mani della madre il tormento del figlio

    Angelo che accudisce o tiranno che traumatizza? Recalcati cerca una figura di “mamma reale” al di là dei luoghi comuni (e della psicoanalisi) di FERDINANDO CAMON
    C’è una poesia a pagina 47 che, dopo averla incontrata e sorpassata, ogni tanto tornavo a rileggere. Dice così:
    La mia bambina è nella culla durante l’ora bella./La mia bambina ha butìni, ha celestino, ha buietto sotto il lenzuolino./La mia bambina è scompiglietti, è filantina, becoletti e ciuciantina,/di qua dalla finestrella/durante l’ora bella.La leggi e capisci tante cose. Che chi l’ha scritta è una donna. Che un uomo non potrebbe mai scriverla. Che la madre che scrive questi versi non guida il bambino a parlare la propria, di lei madre, lingua, ma scende lei a imparare, inventandola, la lingua del neonato, quella lingua che sta prima della lingua. Cioè: la madre rinasce nel figlio che nasce. Questa rinascita si chiama maternità.Questo libro è un viaggio nella maternità.  CONTINUA_LEGGI TUTTA LA RECENSIONE

    E tu che madre sei, narciso o coccodrillo? Oppure tigre, chioccia, piovra…

    di Giovanna Pezzuo
    Cominciamo dall’epilogo, dove volendo «essere giusti con la madre» Massimo Recalcati scrive: «bisognerebbe non dimenticare che il bestiario che accompagna inevitabilmente la sua figura (la piovra, il coccodrillo, la chioccia, il vampiro) fornisce solo il suo lato ombra, patologico, abnorme, che non fa giustizia della sua forza positiva che oltrepassa di gran lunga quel bestiario». Una precisazione che suona un po’ come una difesa preventiva… CONTINUA_LEGGI TUTTA LA RECENSIONE
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    4 VIDEO PRESENTAZIONE LIBRO

    Leggi alcune pagine del libro

     

     

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  • Libro bianco

    Libro bianco

    Seguono foto delle pagine pubblicate sul settimanale NUOVO in edicola fino al 15 luglio 2015

     

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    leggi il progetto LIBRO DELLE VACANZE e la rassegna stampa

    Copertina-libro-vacanze

     

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  • Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione

    Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione

    MARIN INSEGNARE A VIVERE

    Autore: Morin Edgar

    Titolo: Insegnare a vivere
    Sottotitolo: Manifesto per cambiare l’educazione

    Pagine: 116
    Anno: 2015

    editore: Raffaello Cortina Editore

    Prezzo: 11,00€

     

     

     

    Il libro

    Sulle tracce di La testa ben fatta e I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Edgar Morin auspica una riforma profonda dell’educazione, fondata sulla sua missione essenziale, che già Rousseau aveva individuato: insegnare a vivere. Si tratta di permettere a ciascuno di sviluppare al meglio la propria individualità e il legame con gli altri ma anche di prepararsi ad affrontare le molteplici incertezze e difficoltà del destino umano. Questo nuovo libro non si limita a ricapitolare le idee dei precedenti ma sviluppa tutto ciò che significa insegnare a vivere nel nostro tempo, che è anche quello di Internet, e nella nostra civiltà planetaria, nella quale ci sentiamo così spesso disarmati e strumentalizzati.

    L’autore

    Edgar Morin è una delle figure più prestigiose della cultura contemporanea. Nelle nostre edizioni ha pubblicato, tra gli altri, La testa ben fatta (2000), I sette saperi necessari all’educazione del futuro (2001), La nostra Europa (con Mauro Ceruti, 2013), La mia Parigi, i miei ricordi (2013).

     

     

     

    Anticipazione  testo pubblicata su Avvenire.

     

    RECENSIONE

    Edgar Morin. Insegnare a vivere

     

    Il novantaquattrenne Edgar Morin, sociologo e filosofo, ci consegna l’ultimo saggio di una trilogia dedicata all’educazione. Insegnare a vivere (Cortina 2015), come i precedenti La testa ben fatta e I sette saperi necessari all’educazione del futuro (Cortina 2000 e 2001), non è un’opera pedagogica né una proposta di riforma del nostro sistema scolastico ma un suo radicale superamento. A indicare l’urgenza della proposta di Morin, due domande in esergo al libro chiudono ad anello le sorti dell’umanità e il destino del nostro pianeta: “Quale pianeta lasceremo ai nostri figli?” (Hans Jonas) ci richiama alla responsabilità nei confronti di quel prossimo che sono le generazioni future; “A quali figli lasceremo il mondo?” (Jorge Semprùn) affida la responsabilità all’insegnamento educativo che fin d’ora dovremmo attivare. L’intreccio fra l’umano e il naturale è ormai diventato un gaddiano garbuglio; gli oggetti con cui conviviamo sono sempre più ibridi, direbbe Bruno Latour, dove si fa indistinto il confine fra quanto è prodotto da noi e quanto si deve alle leggi del mondo. Di qui l’esigenza (che accomuna Morin a un altro “maestro del nostro tempo”, Michel Serres) di superare l’antica barriera che la nostra stupidità ha costruito fra cultura umanistica e saperi tecno-scientifici: non si tratta di questione accademica, o di conflitto di facoltà (mentali ed universitarie), in gioco è l’urgenza di una comprensione che ricollochi l’uomo nella natura. Tema su cui Morin ha l’innegabile merito di aver imposto tra i primi una riflessione, a partire dal lontano Il paradigma perduto (1972), quando ci invitava a comprendere la natura umana muovendo dalle radici evolutive da cui è emersa. Finché continueremo a tenere separate le due rive della cultura (fino a renderle rivali) non riusciremo a gestire le ricadute del nostro intervento sulla natura e di quest’ultima sulla comunità degli umani. Una comunità di destino, ricorda Morin, che si avvia a diventare planetaria, come esito della globalizzazione, o meglio, suggerisce il termine francese, mondializzazione, perché coinvolge non solo i gruppi umani, ma anche le loro relazioni con la biosfera.

     

    Con la metafora della testa ben fatta (ripresa da Montaigne), Morin invitava a formare menti che fossero, non tanto piene di conoscenze, quanto in grado di porre e trattare problemi globali, grazie a criteri organizzatori che tengano conto della complessità che li governa. È questo che non sa fare la scuola, dalla primaria all’Università, frantumata com’è in discipline, affidata a competenze unilaterali o settoriali, cullata dalle certezze dei propri limitati campi d’indagine. Sempre più siamo posti di fronte a sistemi instabili, flou, dai confini indistinti e mobili (come le nuvole che già Wiener eleggeva a emblema del sapere cibernetico): in essi entrano in gioco il grande numero e molteplici variabili strette in relazioni non lineari, le leggi che governano le componenti non bastano a spiegare l’evolversi del sistema, con la conseguenza che si stempera ogni certezza previsionale. Se un tempo si poteva guardare alla geometria euclidea e/o alla fisica newtoniana come scienze regine, paradigmi di rigore esplicativo, oggi sono altre le scienze che ci educano a dialogare con l’incertezza. La matematica stessa, in perenne cammino verso il rigore, ci ha svelato la fecondità di campi dove domina il qualitativo e l’anesatto (dalla topologia ai frattali), fornendoci modelli molto più rispettosi della complessità del reale. L’esattezza è una richiesta che dovrebbe adattarsi agli esattori delle finanze più che agli insegnanti di matematica; qualcuno di essi ricorda il nevrotico protagonista di “Bianca” di Nanni Moretti, turbato dal non ritrovare ordine e regolarità fra le coppie degli amici, che fanno errori stupidi, e si separano.

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  • NON E’ PIÙ COME PRIMA. Elogio del perdono nella vita amorosa

    NON E’ PIÙ COME PRIMA. Elogio del perdono nella vita amorosa

    perdono

    Autore: Recalcati Massimo
    Titolo: Non è più come prima
    Sottotitolo: Elogio del perdono nella vita amorosa

    Editore: Raffaello Cortina Editore

    Pagine: 160
    Anno: 2014
    Prezzo: 13,00€

    Indice

    1) Riassunto

    2) Note autore

    3) Intervista

    4) Video

     

    1) RIASSUNTO:

    Questo libro si interessa dell’amore che dura, delle sue pene e della sua possibile redenzione. Non si occupa degli innamoramenti che si esauriscono nel tempo di una notte senza lasciare tracce. Indaga gli amori che lasciano il segno, che non vogliono morire nemmeno di fronte all’esperienza traumatica del tradimento e dell’abbandono. Cosa accade in questi legami quando uno dei due vive un’altra esperienza affettiva nel segreto e nello spergiuro? Cosa accade poi se chi tradisce chiede perdono e, dopo aver decretato che non era più come prima, vuole che tutto torni come prima? Dobbiamo ridicolizzare gli amanti nel loro sforzo di far durare l’amore? Oppure possiamo confrontarci con l’esperienza del tradimento, con l’offesa subita, con il dolore inflitto da chi per noi è sempre stato una ragione di vita? Questo libro elogia il perdono come lavoro lento e faticoso che non rinuncia alla promessa di eternità che accompagna ogni amore vero.

    2) L’AUTORE

    Massimo Recalcati, tra i più noti psicoanalisti lacaniani in Italia, è membro analista dell’Associazione lacaniana italiana di psicoanalisi. Le sue numerose pubblicazioni sono tradotte in diverse lingue. Nelle nostre edizioni ha pubblicato con successo L’uomo senza inconscio (2010), Cosa resta del padre? (2011) e Ritratti del desiderio (2012) –

    3) RECENSIONE

    Il pregio del volume di Massimo Recalcati «Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa», Raffaello Cortina Editore, è quello di trattare con tono scorrevole, chiaro e convincente questioni che hanno, in un modo o in un altro, in maniera più o meno intensa e coinvolgente, riguardato la vita di molti di noi: l’amore e il perdono.

    Quello che emerge come prima cosa dall’analisi di Recalcati, fra i più noti psicanalisti italiani, è che pochi sentimenti muovono il mondo come l’amore.
    Forse il più potente di tutti. Il cui centro, nell’inspiegabilità e casualità di un’emozione così forte si trova, a mio parere, nella citazione che l’autore fa da Sartre, per cui la vera gioia dell’amore sta nel fatto che: «per via dell’amore dell’Altro, io vengo salvato dalla mia fatticità, che, in altri termini, io non esisto più per caso, privo di senso, non sono più “di troppo” nel mondo, la mia esistenza non è qui per niente, ma diventa il “senso” della vita dell’Altro, ciò che dà significato a quella vita e che da quella vita attinge reciprocamente il suo significato. È questa la gioia dell’amore quando c’è. La mia esistenza, che non è mai il fondamento di se stessa, una volta amata si trova ad esistere perché è voluta dell’Altro nei suoi minimi particolari, per “tutto”».

    Da questa asserzione così intensa e bella nascono tutta una serie di questioni, fra cui quella del perdono quando qualcosa si inceppa o si rompe nella vita amorosa che si voleva per sempre («se l’amore salva la vita associandola al senso, la perdita dell’amore la rigetta nella violenza primitiva del non-senso» scrive Recalcati). È possibile questa opzione?
    L’operazione è lunga ci spiega l’autore, ed è un lavoro su se stessi che deve andare in profondità ma lo stesso ci avverte che: «può essere impossibile perdonare perché non si vuole venire meno alla grandezza dell’incontro che si voleva per sempre […] L’impossibilità del perdono può essere grande come il perdono».
    L’analisi affronta anche il dramma della violenza sulla donna e del femminicidio. Recalcati descrive come uomini e donne «parlino» due «lingue differenti»: «La lingua straniera della donna può far innamorare o imbestialire gli uomini […] Il carattere straniero della lingua delle donne […] si rifiuta all’alfabeto fallico fondato sul dominio ottuso dell’avere e della proprietà». È quando questa incomprensione diventa intolleranza che scatta la violenza.
    Egli parla di una assenza di cultura negli uomini: «Il rifiuto di apprendere la lingua straniera delle donne mostra come la violenza dei maschi verso le donne sia sempre senza cultura in questo senso profondo […] L’assenza di cultura consiste nel rifiuto pervicace di apprendere l’alfabeto dell’amore».
    L’autore tocca argomenti che potremmo definire archetipici ma di una importanza straordinaria. E parlando dell’amore e del perdono non può, e non vuole, eludere il messaggio evangelico dell’amore gratuito (come sono tutti gli amori veri) di Dio incarnato attraverso il suo unico figlio verso l’uomo; fino all’esempio sommo di perdono: quello esercitato da Gesù verso l’adultera (definito in maniera molto significativa).
    D’altra parte dalla potenza eterna dell’amore di Dio verso suo figlio si passa mutatis mutandis al fatto che, scrive Recalcati, l’esigenza che sia per sempre, presente in ogni vero grande amore, affermi: «in modo inattuale che il legame d’amore non è affatto destinato a dissolversi nel tempo, ma che in esso fa la sua apparizione la sospensione del tempo come figura irruente dell’eterno».
    Attraverso l’amore l’eterno entra nello scorrere del tempo, quasi lo ferma, determinando cioè l’aspirazione di tutti alla continua ripetizione di quell’attimo, di quel momento così forte, così penetrante e così bello, dove il mondo non è più visto, ci ricorda l’autore, nella prospettiva dell’Uno ma in quella del Due. Da ciò tutto proviene e ogni cosa si muove sia a livello personale che comunitario (può l’amore, in forza di tale diade, essere considerata una categoria politica ?). Fatto sta che, parafrasando Dante, da ciò si mettono in movimento il sole e l’altre stelle….e non se ne può fare a meno. europaquotidiano.it

     

    4) INTERVISTA:

    Come mai un libro sul perdono? E’ un momento storico-sociale in cui questo concetto trova un senso più che in altri momenti?
    “La vita amorosa attraversa di continuo il continente impervio del perdono. Non c’è coppia che non sia passata da questa strettoia. Perdonare e non perdonare? Soprattutto quando c’è in gioco il trauma del tradimento. Ecco, il perdono nella vita amorosa è un modo per ridare vita a qualcosa che il trauma del tradimento e dell’abbandono ha reso morto. Non a caso la cultura cristiana e anche Francesco I fanno del perdono la virtù più grande e specifica di Dio e dell’amore. Saper perdonare avvicina gli uomini a Dio? Può essere. In un mondo come il nostro fatto di odio e di invidie feroci l’accesso al perdono appare come un percorso faticosissimo ma capace di dare una gioia misteriosa…”.

    L’amore “per sempre” è un’utopia?
    “Che l’amore per sempre vada ridicolizzato è un’altra tendenza del nostro tempo. Gli amori vanno e vengono, si sciolgono come la neve al primo sole. Sono amori liquidi direbbe Baumann. Il contrario dell’amore destinato all’eternità. Sono amori che non sanno durare. Certo si potrebbe anche chiedersi se in un amore è più importante durare o consumarsi… In ogni caso questo libro è un grande elogio all’amore che sa resistere alla corruzione del tempo, all’amore che sa durare. Io diffido dell’idea che sembra egemone nel nostro tempo che i legami affettivi che durano nel tempo sono destinati a spegnere il desiderio. L’esperienza dell’amore realizza esattamente il contrario: più l’amore dura più il desiderio, anche erotico, è vivo. Noi viviamo invece nella menzogna che la sola cosa che conti sia il godimento fine a se stesso. Non il mondo vissuto insieme ma il mondo goduto dall’Uno”.
    Se esistono quali sono le modalità per far resistere un rapporto agli acadimenti della vita?
    “L’amore che dura è l’amore che vuole vivere ancora. Non sopravvivere. Lacan definiva la parola d’amore più alta quella che recita: “ancora”. Ancora come adesso, ancora come oggi, ancora te, ancora te per sempre. Ancora non esige il ricambio del vecchio oggetto per il nuovo – come accade nella logica del capitalismo – ma mostra che il Nuovo è nel rinnovare l’amore nello Stesso. Se questo miracolo esiste allora l’amore dura e non si lascia consumare”.

    Ma l’uomo è naturalmente monogamo?
    “L’uomo non è un ente naturale. Gli istinti non sono per lui una bussola infallibile. Oggi i neuroscienziati che si sono occupati di questi temi ci dicono che l’ebbrezza provocata dal primo incontro può durare al massimo 18 mesi… Poi è destinata a calare. Io credo che l’intensità dell’amore non dipenda dai livelli di dopamina, ma che si rinnovi a meno dalla forza del rapporto stesso. Se la fedeltà è una postura dell’amore per sempre a volte sappiamo bene – gli psicoanalisti si occupano anche di questo – che può diventare essa stessa una camicia di forza. Non è mai il caso di chi abbraccia la monogamia come una fede. Soprattutto quando questa richiede sacrificio inutile”.

    Il tradimento può assumere un valore positivo? Può essere di qualche insegnamento per la coppia?
    “Il tradimento che avviene in una coppia legata dall’amore è un trauma per chi lo subisce. Nel mio libro parlo diffusamente di questo attraverso la storia di O. Il problema che mi pongo è se quando chi ha tradito e ha rotto il patto chiede di essere perdonato diventa possibile rilanciare il rapporto o il rapporto che si è rotto non può più aggiustarsi… Il tradimento è un trauma che solleva braci antiche, altri traumi, più primari… E’ il caso di O. che tradito dalla moglie rivive l’esperienza dell’abbandono che aveva già conosciuto agli esordi della sua vita…” Virginia Perini

    5) VIDEO

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  • LO ZAINO DI EMMA

    LO ZAINO DI EMMA

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    LO ZAINO DI EMMA

    Fuga Martina

    Editore Mondadori Electa

    Pubblicato 17/11/2014

    Pagine 141

     

       indice

    1) Sinossi

    2)L’autrice

    3)Intervista

    4)pagina facebook e sito

     

    1)Sinossi

    “Molti pensano che la disabilità di un figlio sia un dono, ma chiedetelo ai nostri figli. La sindrome di Down non è un dono, mia figlia è un dono, ma per com’è lei, non per la sindrome. Non posso fare a meno di chiedermi come sarebbe se… e non me lo chiedo per me, me lo chiedo per lei! Io di quello zaino sulle spalle di Emma posso anche farmi carico, ma fino a che punto? Non posso portarlo io al suo posto! Un giorno lei vorrà toglierselo quello zaino e io dovrò spiegarle che non è possibile. Quel giorno sarà il più difficile della mia vita.” Martina Fuga, mamma di una bimba con sindrome di Down, racconta la sua storia di vita possibile. Ricordi, episodi, riflessioni si snodano lungo il percorso di accoglienza della disabilità della figlia iniziato quasi dieci anni fa. Nelle istantanee di vita narrate in una prosa asciutta ed essenziale si alternano difficoltà e conquiste, dolore e coraggio, paura e fiducia nel futuro, in un equilibrio delicato che la vita spesso impone. Lontano da intenti buonisti, spietato come la verità sa essere, Lo zaino di Emma racconta lo straordinario rapporto che lega una madre a una figlia e offre spunti di riflessione a chiunque si interroghi sul senso vero della vita.

    2) L’autrice

    Martina Fuga è nata a Venezia, si è laureata in Lingue Orientali all’Università Ca’ Foscari di Venezia ed è stata direttore generale di Arthemisia, una società di produzione mostre. Ha organizzato tra le altre le mostre di Hokusai (Milano 1999), Rothko (Roma, 2007), Hopper (Milano, 2009). Dal 2010 è professore a contratto del Master “Progettare cultura” dell’Università Cattolica di Milano e dal 2012 amministratore di Artkids, un progetto che si propone di avvicinare i bambini al mondo dell’arte.

    Dal 2012 collabora con Ballandi Arts alla redazione di documentari d’arte in onda sui SkyArte. Appassionata di running, è sposata con Paolo Orlandoni, portiere dell’Inter, da cui ha avuto tre figli Giulia, Emma e Cesare. Emma è affetta dalla sindrome di Down e l’esperienza di questa maternità, che Martina vive con passione e amore, l’ha portata ad impegnarsi nel mondo dell’associazionismo – è presidente di Pianetadown Onlus, membro del comitato di gestione del CoorDown, e consigliere di AGPD Onlus Milano – e a raccontare la sua storia. È autrice della pagina facebook Emma’s friends e del blog Imprevisti

    3) Intervista

    Cosa l’ha spinta a scrivere il libro “Lo zaino di Emma”?
    In verità sono state due le spinte, una dall’interno e una dall’esterno.
    Ho sempre scritto, scrivevo di me, dei miei pensieri e delle mie emozioni. Per lo più per mettere ordine dentro di me e per fissare ricordi, ma quando è nata Emma la cosa è diventata quotidiana, era una specie di terapia autogestita. Avevo una matassa nello stomaco da districare, una rabbia da gestire, emozioni da contenere… E l’ho fatto attraverso la scrittura. Questi fiumi di parole ad un certo punto ho cominciato a condividerli su facebook e poi sul blog e il confronto che le altre persone, spesso sconosciute, mi ha fatto un gran bene e molti di loro mi hanno dato riscontri altrettanto positivi.
    Ma la spinta esterna è stata la vera ragione per cui oggi “Lo Zaino di Emma” è in libreria: è stato infatti l’editore Mondadori Electa nella persona di due persone eccezionali che mi hanno chiesto di scrivere il libro. Io avevo grossi dubbi, lo trovavo inutile e anche un po’ esibizionista, ma poi proprio in quei giorni ho incontrato una neo-mamma che mi disse che le cose che aveva letto su facebook e sul blog la stavano aiutando molto, così mi sono ricordata delle letture che avevo fatto alla nascita di Emma e di quanto sostegno, fiducia e coraggio mi avessero dato nell’entrare in quel mondo. Così ho colto l’occasione …

     

    A chi consiglierebbe il libro?
    Beh non dovrei dirlo io… io pensavo di scrivere per un pubblico ristretto, diciamo familiari di persone con sindrome di Down, ma mi sono resa conto dalle lettere che ricevo che è un libro per genitori in generale, in fondo non parlo solo di Emma, parlo anche molto dei suoi fratelli e della mia esperienza di mamma in generale. Poi ho una speranza… che lo leggano più persone possibili, non tanto per il successo del libro che non è la ragione per cui l’ho scritto, ma perché vorrei che tutti sapessero cos’è davvero la sindrome di Down e come si vive con un figlio disabile, perché mia figlia ma con lei tutti i ragazzi con disabilità possano essere guardati senza pregiudizi.

     

    Cosa ha pensato quando ha saputo che Emma aveva la sindrome di Down?
    Lo racconto a fondo nel libro, ora è davvero difficile sintetizzare il tutto in poche parole, ma all’inizio io ero solo preoccupata della salute, mi avevano fatto un quadro complicato di potenziali patologie connesse alla sindrome e io temevo che Emma non stesse bene, ma la vita è stata generosa con lei e le ha dato un’ottima salute sin dal primo giorno.
    La notte mi sono persa in pensieri bui, pensavo a tutto quello che non sarebbe stata a quello che non sarebbe stata capace di fare, ma mi sbagliavo, oggi posso dire che sono davvero poche le cose che gli sono state precluse a priori a causa della sindrome! in futuro, vedremo…

     

    Emma ha trovato o trova difficoltà fuori dalle relazioni familiari?
    Emma vive un contesto di relazioni molto ricco, a scuola, in famiglia, nelle attività sportive ed è circondata da tante persone che la conoscono, le vogliono bene e la sostengono, e direi anche la proteggono, quindi faccio fatica a parlare di difficoltà. Le difficoltà più grandi insorgono per lo più fuori del nostro contesto, in vacanza o quando usciamo da ambienti che frequentiamo abitualmente. Emma ha una significativa difficoltà nel linguaggio e quindi spesso la prendono in giro o le fanno notare di non capirla e per lei, che ci mette tanto impegno per esprimersi, è molto frustrante.

     

     “Una gioia immensa!…Emma era finalmente tra le mie braccia”, leggendo il libro emerge molto forte che sua figlia è una “forza della natura” capace di dare molto nella relazione con la madre, ma cosa riceve Emma di prezioso ogni giorno dalla madre?
    Non so davvero rispondere… Io ci sono e questo è tutto. Credo sia molto ma mai abbastanza. Credo che nessun genitore sia mai abbastanza per i suoi figli. Mi guardo intorno e credo che facciamo tutti sempre e solo del nostro meglio, ma i nostri figli hanno bisogno di molto di più, tutti. Più sguardo addosso, più abbracci, più giochi insieme, più spazio dentro di noi… Credo che dovremo aspettare qualche anno e chiederlo ad Emma.

     

    Lei ha scritto che considerava Emma bisognosa di tutte le sue attenzioni, pensa che Giulia e Cesare si siano sentiti in qualche momento non al centro delle attenzioni materne?
    Sì, purtroppo sì. Cesare soprattutto che è nato 15 mesi dopo Emma, ma anche Giulia che siccome è grande viene sempre dopo oppure può fare da sola. Purtroppo con questo senso di colpa conviverò per il resto dei miei giorni anche perché i figli sono cartine di tornasole e te ne accorgi presto quando si sentono invisibili. Ma si fa del proprio meglio e ho imparato a ritagliarmi spazi esclusivi per tutti i miei figli e dare ad ognuno le attenzioni che desiderano. Poi penso che avere dei fratelli insegni soprattutto questo: condividere. Condividere spazi e cose, ma anche amore ed è un valore importante da imparare.

     

    Quando Emma ha visto il libro cosa ha detto?

    Ha fatto uno dei suoi sorrisi sornioni e ha detto: “Lo sapevo!!!”
    Fa così quando è in imbarazzo e vuole togliersi dall’imbarazzo. Le avevo accennato al libro e, barando, le ho detto che avevo scritto un libro sulla nostra famiglia e un po’ di più su di lei e per questo l’avevo messa in copertina, ma lei ha dei momenti di assoluta consapevolezza, molto di più di quanto io mi aspetti e ha sorriso come per dirmi: “non me la racconti…”
    Ora la cosa la diverte, si sente un po’ una star e firma autografi nel cortile della scuola. Non è quello che volevo, ma è una cosa che non posso controllare, spero solo che piano piano finisca e soprattutto che lei un giorno non si dispiaccia che io lo abbia fatto.

     

    Quanti anni ha adesso Emma e cosa fa di bello?
    Emma ha 9 anni e mezzo, frequenta con soddisfazione la IV elementare e un corso di danza. Nuota come un pesce, ma non ha ancora imparato ad andare in bicicletta! Sorride sempre, è forte, determinata e piena di fiducia verso la vita. E’ una ragazzina felice questo mi sento di dirlo, ha una vita ricca di amore e di complicità con i suoi fratelli e i suoi amici. Spero solo che fra qualche anno potrò continuare a dirlo…

     

    4) Pagina facebook e sito

    pagina facebook Emma’s friends

    Blog IMPREVISTI

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