adolescenza

Scatti di vita

il racconto della mostra fotografica

progetto realizzato dalla associazione Grégory

1 il progetto

2 fotografie della mostra

3 i video

4 associazione Grégory

1 IL PROGETTO

PREMESSA

Viviamo nella società delle immagini e ormai non ci facciamo quasi più caso, una società che sembra dare più importanza alle apparenze rispetto ai contenuti, in cui la comunicazione avviene sempre più attraverso foto e video.

Immersi quotidianamente in un’infinità di immagini, che spesso ci sfuggono, a volte non troviamo il tempo per fermarci a osservare uno scatto, una fotografia.

Eppure, quando passiamo dal frettoloso visualizzare al più lento guardare ecco che all’immagine si collegano concetti, sensazioni, ecco che avviene un piccolo miracolo: il semplice scatto del nostro smartphone si trasforma in un racconto, in una emozione, in un ricordo della nostra vita.

IL PROGETTO

SCATTI DI VITA è la tappa finale di un percorso che ha posto l’attenzione agli aspetti simbolici e comunicativi delle immagini. Non si è voluto approfondire gli elementi tecnico-artistici alla base della creazione di una fotografia, ma piuttosto, attraverso la visione, si è cercato di “dare voce” agli aspetti emotivi e comunicativi presenti nelle immagini.
Al termine di questo percorso ai ragazzi è stato chiesto di esporre tre fotografie, per loro significative, e di descriverle.

I PROTAGONISTI

  • Anna Costantin
  • Bianca Ramellini
  • Davide Urgesi
  • Elisabetta Squizzato
  • Marta Valoroso
  • Nadia La Malfa
  • Simone Ambrosini
  • Stefano Guzzetti
  • Tommaso Giudici
  • Viola Curci

2 FOTOGRAFIE DELLA MOSTRA

3 VIDEO

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Video realizzato da mitico Tommy
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video realizzato da Alessandra (associazione Grégory)

4 ASSOCIAZIONE GREGORY

Associazione Grègory

Associazione GRÈGORY è un’associazione di fatto creata da un gruppo di famiglie amiche e da chiunque voglia farne parte.

Nasce per favorire una maggiore cultura dell’infanzia, preadolescenza e adolescenza e per sostenere tutte quelle esperienze dove i bambini e ragazzi sono protagonisti.

Unica risorsa dell’Associazione sono le persone che ne fanno parte che unendo capacità personali e propensioni, condividendo passioni ed esperienze diventano un prezioso sostegno per raggiungere le finalità dell’Associazione stessa: promuovere sinergie, realizzare reti di condivisione, costruire legami e collaborazioni che concretizzino tempi, spazi e modalità dedicati ai nostri bambini e ragazzi.

L’Associazione collabora con le realtà del territorio che a vario titolo si occupano dell’infanzia, preadolescenza e adolescenza: scuole, società sportive, realtà aggregative, associazioni e cooperative.

Mette a disposizione il suo patrimonio umano perché infanzia, preadolescenza e adolescenza siano protagoniste, abbiano un ruolo propositivo nella società, parlino al mondo adulto dei sogni, delle speranze, dei desideri di cui sono custodi.

Immagine che contiene clipart

Descrizione generata automaticamente

Trovate maggiori info e progetti già realizzati sulla pagina facebook Gregory

E-mail: associazionegregory@gmail.com

SORRY WE MISSED YOU

Regia di Ken Loach.
Gran Bretagna, Francia, Belgio, 2019
durata 100 minuti.
età dai 13 anni
1. SINOSSI
2. RECENSIONI
3. VIDEO
  1. SINOSSI

Sorry We Missed You, film diretto da Ken Loach, è la storia di Ricky (Kris Hitchen) e Abby Turner (Debbie Honeywood), che, dopo il crollo finanziario del 2008, lottano contro la precarietà degli ultimi anni in quel di Newcastle, cercando di non far mancare nulla ai loro bambini. Proprio la loro disastrosa condizione lavorativa – lei badante a domicilio, lui fattorino mal pagato – e conseguentemente finanziaria li mette di fronte a una dura relatà: non diventeranno mai indipendenti e non avranno mai una casa di loro proprietà, se continueranno ad agire così.
Ma un’allettante opportunità irrompe improvvisamente nella loro vita, quando Abby vende la propria auto per permettere a Ricky di acquistare un furgone. Con il nuovo mezzo l’uomo inizia a fare consegne per conto proprio, purtroppo sorgeranno nuovi problemi che metteranno gravemente a rischio l’unità, finora così solida, dei Turner.

2. RECENSIONE ( di Valentina Giua )

Da “I, Daniel Blake” a “Sorry We Missed You”: un nuovo tipo di sfruttamento.
Ken Loach il “Rosso”, ha iniziato la sua carriera di regista con la BBC, per poi firmare decine di film e vincere due volte a Cannes, dedicando tutta la sua opera cinematografica alla descrizione delle condizioni di vita dei ceti meno abbienti. Dopo aver finito I, Daniel Blake e vinto la Palma d’Oro, Loach era sul punto di ritirarsi. Ma i risultati delle ricerche fatte per il film, erano solo la punta dell’iceberg. Quello che Loach stava scoprendo era «un nuovo tipo di sfruttamento» che valeva la pena approfondire e raccontare in un nuovo film che fosse in qualche modo legato al primo.

L’esperienza di I, Daniel Blake ha dato lo slancio per realizzare Sorry We Missed You. Se I, Daniel Blake raccontava il complicato sistema dei sussidi e delle indennità, Sorry We Missed You (al cinema dal 2 gennaio) ruota attorno al mondo del lavoro e delle persone che – per dirla con Theresa May – «riescono a stenta a cavarsela». Quello che Loach vuole raccontare in questo film è il nuovo tipo di sfruttamento su cui si basa la gig economy ma soprattutto le conseguenze che questo sfruttamento causa nella vita famigliare del lavoratore.

La famiglia Turner.

Una scena del film Sorry We Missed You.
Il lavoratore scelto da Loach come protagonista è Ricky Turner – Kris Hitchen -, uno stacanovista per definizione. Lui e la moglie, avevano risparmiato abbastanza da riuscire a comprare una casa, ma il crack finanziario del 2008 gli ha impedito di sottoscrivere un mutuo. Ricky ha perso il lavoro e ha dovuto vendere la casa. La moglie, Abby – Debbie Honeywood – non è da meno, lavora come badante per un’agenzia e non è pagata a ore bensì in base al numero di visite. Per raggiungere le case dei suoi assistiti, sparse per la città di Newcastle, non può fare a meno dell’auto; Ricky però ha un piano per fare un sacco di soldi, decide così di venderla e acquistare un furgone per iniziare il suo business “personale”.

Il piano di Ricky consiste nel lavorare come un cane, superare anche se stesso per procurarsi i fondi necessari a comprarsi una casa e permettere alla famiglia di andare avanti come desidera. L’idea del fattorino per lui è l’ultima chance, anche perché le tensioni famigliari aumentano sempre di più e il figlio Seb – Rhys Stone -, sta per deragliare. La situazione peggiora ulteriormente quando Ricky inizia a essere sempre fuori. Seb rimane spesso con la sorellina Liza Jane – Katie Proctor -, che è molto sveglia e vuole solo che tutti siano felici.

In Sorry We Missed You ogni dettaglio è autentico.
Gli attori, tutti emergenti, non sapevano come sarebbe andata a finire la storia. Ogni episodio era una scoperta anche per loro. Loach infatti è da sempre ossessionato dalla credibilità dei suoi film. «Ogni dettaglio doveva essere autentico. Nessuno doveva fingere.» Lo stesso Hitchen ha dovuto lavorare 20 anni come idraulico prima di fare l’attore e ottenere la parte di Ricky. Le scenografie e gli ambienti sono stati realizzati con lo stesso obiettivo di ottenere credibilità: lo stile estremamente sobrio consente alla narrazione e agli attori di prevalere e prendere vita.

Così la famiglia Turner, dalla propria casa in affitto a Newcastle, riesce a diventare il microcosmo che rappresenta l’intera Gran Bretagna e non solo, data la diffusione del lavoro precario in tutta Europa. Il film, con i suoi protagonisti-simbolo, diventa il ritratto di un sistema che ha ripercussioni soprattutto sui figli di genitori stremati dal lavoro, che non hanno sufficientemente tempo per loro.

Impossibile non affezionarsi.

La lucida accusa del sistema che Loach fa in Sorry We Missed You, non è certo nuova o sorprendente rispetto ai suoi lavori precedenti. Chi lo accusa di essere troppo freddo e ideologico, potrebbe leggere questo film come l’ennesimo manifesto politico del regista. Ma la forza di un film come Sorry We Missed You, al quale è impossibile non è affezionarsi, merita ben altre considerazioni. Milioni di spettatori, come già è accaduto con I, Daniel Blake, si ritroveranno nei protagonisti del film, sentendosi meno soli e, finalmente, compresi nell’umiliazione che sono costretti ad affrontare ogni giorno. Per citare la produttrice Rebecca O’ Brian:

«Se si mettono insieme, i film di Ken costituiscono una sorta di lunga storia delle nostre vite. Mi piace pensare che tra 200 anni, se qualcuno vorrà farsi un’idea della storia sociale della nostra epoca, potrebbe trovare una risposta guardando cinquant’anni di film di Ken Loach e dei suoi sceneggiatori.»

3. VIDEO

TRAILER

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SCENE DAL FILM

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scena dal film
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scena dal fim

L’età giovane

(Leggi anche BUONA VISIONE EDUCARE CON I FILM )

Regia di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne.
Belgio, 2019
Titolo originale: Le Jeune Ahmed
Età dai 13 anni

  • Sinossi
  • Recensione
  • Video

SINOSSI

Ahmed, adolescente musulmano del Belgio, pianifica l’omicidio della sua insegnante dopo aver abbracciato l’ala più radicale della sua religione.

RECENSIONE

Leonardo Gandini cineforum.it
Questo film inizia con un’ascesa – per le scale, di corsa – e finisce con una caduta, dall’alto, in un prato. Se parto da qui, è perché le traiettorie fisiche del protagonista, in L’età giovane come in tutto il cinema dei Dardenne, sono al contempo la bussola della nostra visione – la messa in scena è interamente definita dai movimenti e dalle soste del personaggio principale – e il centro nevralgico della loro riflessione sulla possibilità che nel mondo, malgrado tutto, ci sia ancora posto per qualche forma malconcia di umanità. A contrastare la quale entra in campo questa volta non la miseria, come in Rosetta e L’enfant, ma l’intolleranza religiosa. Ossessionato dal Corano e plagiato da un imam che butta benzina sul fuoco, il giovane Ahmed del titolo è un ragazzino con un’ansia di purezza che sbatte continuamente contro le pareti del Belgio laico e mondano nel quale si trova a vivere. Da qui la voglia di lavare nel sangue i peccati nel mondo, un po’ come Travis Bickle in Taxi Driver e Mishima nel film omonimo (entrambi scritti da Paul Schrader, il cineasta che più di ogni altro, prima dei Dardenne, ha celebrato la dannazione dei puri in un mondo che trabocca imperfezione). Ma Ahmed, a differenza dei suoi predecessori, è appunto jeune, posseduto quindi dalla fragilità interiore di un ragazzino che scambia l’intransigenza per passione e l’intolleranza per amore; e soprattutto, ha l’età giusta perchè i Dardenne credano in lui e ci facciano di conseguenza appassionare al suo lento, tormentato, soffertissimo percorso di redenzione. Avengers dell’anima, i due fratelli belgi, ma senza mai retorica, al netto di effetti speciali e colonna sonora, sempre e solo instancabilmente appiccicati al corpo del ragazzo, alla sua febbrile irrequietezza fisica, che ne esteriorizza una spirituale. Il cinema di chi è sorretto da una fede incrollabile nel genere umano e nell’evidenza delle immagini: come sosteneva Bresson (il maestro di Schrader: c’è qui una linea genealogica in atto, nel segno di una spiritualità sposata all’austerità estetica), l’idea più preziosa del film, è anche quella che devi nascondere meglio. Qui è nascosta così bene, fra le pieghe e negli anfratti del corpo acerbo di Ahmed, che si intravede solo nell’ultima, memorabile sequenza. Prima appunto bisogna cadere, anzi precipitare: la drammaturgia di un corpo disteso e inerme che, con l’eloquenza muta del dolore, racconta che sì, alla fine, l’umanità anche questa volta ce l’ha fatta.

VIDEO

TRAILER

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Ahmed e Inès

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l’incontro con la mamma in carcere

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Ahmed e Louise

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BUONA VISIONE – educare con i film –

SINOSSI

PRESENTAZIONE AUTORE

LEGGI INDICE E INTRODUZIONE

DOVE ACQUISTARE IL LIBRO:  

SINOSSI

Perché si ama tanto il cinema?

Perché i film, entrando a far parte della nostra vita con le loro storie – drammatiche, romantiche, divertenti o tristi – sono capaci di coinvolgerci ed emozionarci. È quindi inevitabile pensare ai film come ad uno strumento pedagogico.

In questo libro, l’autore mette in evidenza le potenzialità educative di un film e come possa essere utilizzato, sia da professionisti dell’educazione che dai genitori, per favorire una riflessione.

Presenta inoltre una rassegna di settanta film che affrontano alcuni grandi temi educativi, perché “non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. (Ingmar Bergman)
Buona lettura … anzi buona visione!

PRESENTAZIONE AUTORE

Walter Brandani insegnante, educatore professionale, mediatore familiare e allenatore di rugby. Ha lavorato in vari servizi educativi per minori e adulti.

Per l’Associazione Nazionale Educatori Professionali è stato consigliere nazionale e referente del Centro Studi; attualmente insegna nella scuola primaria di Tradate (VA). Autore di libri per educatori, insegnanti e genitori,  è appassionato di cinema.

LEGGI INTRODUZIONE E INDICE (clicca qui)

 DOVE ACQUISTARE IL LIBRO

Quando hai 17 anni

Quando hai 17 anniRisultati immagini per quando hai 17 anni filmUn film di André Téchiné.

durata 116 min. – Francia 2016. -VM 14

INDICE

  1. Recensioni

  2. Video

 


RECENSIONI

RECENSIONE N1

Sono innumerevoli i registi che hanno cercato di fissare sulla pellicola dolori e gioie dell’adolescenza, quell’età incerta in cui – dubitando di tutto – si devono prendere decisioni cruciali per la propria vita. Per riuscire a farlo così bene ci voleva un regista ultrasettantenne: o meglio, l’alleanza tra l’ultrasettantenne André Téchiné e la sua collega Céline Sciamma, giovane sceneggiatrice e regista in proprio (Diamante nero). Insieme, ci raccontano la storia di due liceali che vivono nei Pirenei. Figlio di un militare in missione in Afghanistan, Damien abita nella valle con la madre medico; Tom, adottato da una coppia di agricoltori, lavora alla fattoria negli intervalli dello studio. Un giorno il secondo fa lo sgambetto al primo, mandandolo faccia a terra davanti alla classe. Ha inizio una rivalità fatta di occhiate furiose, aggressioni verbali, zuffe continue: espressioni di un odio sotto il quale, però, ribollono altri sentimenti. La svolta avviene quando Tom, la cui madre adottiva attraversa una gravidanza a rischio, è invitato da Marianne, la madre di Damien, ad abitare con lei e col figlio il tempo necessario per migliorare le sue prestazioni scolastiche.
Si avverte che Quando hai 17 anni è il film di un intellettuale: lo tradiscono il titolo stesso, preso a prestito da un verso di Arthur Rimbaud, e una dotta disquisizione sul desiderio mascherata da materia di studio dei ragazzi. Tuttavia la storia è narrata con estrema semplicità, e per questo risulta tanto più efficace e coinvolgente. Sensibile cantore dell’adolescenza lungo tutta la sua carriera (Les Innocents, L’età acerba), il regista francese sceglie di rappresentare i gesti, le occupazioni quotidiane, la routine di ogni giorno: strato di normalità, però, che incapsula passioni e furori, paure e desideri di quell’età che poi interpellerà tutta la vita futura di un individuo. Così il film permette alla relazione tra i due ragazzi, e di quelli con le relative famiglie, di evolvere credibilmente, acquistando senso e verosimiglianza scena dopo scena. È vero che il regista porta ancora una volta nel film le proprie ossessioni e i propri temi ricorrenti, inclusi l’omosessualità e i fantasmi dell’incesto. Ma la sensibilità e l’acume con cui s’inoltra nell’universo di personaggi che oggi potrebbero essere suoi nipoti è ammirevole: non un’inquadratura che suoni falsa, nessuno stereotipo o luogo comune sull'”età ingrata”; mentre le asperità, le reticenze e perfino l’aggressività dei comportamenti sottendono un bisogno lancinante di empatia e di assistenza reciproca. Però, in tema di rifiuto dei cliché sull’adolescenza, la cosa più notevole è un’altra. Pur essendo a tutti gli effetti ragazzi della nostra epoca (ci sono diverse scene di Marianne e Damien in collegamento Skype col padre), quelli di Téchiné rifuggono dagli stereotipi che il cinema appiccica di regola ai teenager odierni: smartphone, messaggini, selfie e tutto il resto. Roba che, nelle intenzioni di tanti cineasti, vorrebbe “fare realismo” e invece serve solo a smarrire la linea retta della narrazione. Resta da aggiungere che Téchiné dirige gli attori da par suo, ottenendo il massimo dai due giovanissimi interpreti e dalla sempre più brava Sandrine Kiberlain. repubblica.it

 

RECENSIONE N2

Quando hai 17 anni  è un ritratto convulso e profondo dell’adolescenza. Téchiné, del resto, della gioventù è il cantore più grande che il cinema europeo ha. E forse ha avuto. Una carrellata iniziale lungo strade verdi d’estate e poi bianche d’inverno. Veloce, troppo veloce, e già Téchiné ci porta dentro l’atmosfera di questo film che deve dire così poco, per dire così tanto. Taglio. Palestra di una scuola. Due team vengono scelti per giocare una partita di pallacanestro. Solo due ragazzi restano seduti. Uno, perché è più scuro degli altri e forse troppo bello. L’altro perché, in qualche modo, non è come gli altri. Non c’è solitudine più grande di restare in panchina a diciassette anni. Soli, in due. Gli sguardi si sfiorano, ma questa compagnia forzata sulla panchina degli esclusi non rende la solitudine più sopportabile. Quando inizia il gioco della vita per Thomas (Corentin Fila) e Damien (Kacey Mottet Klein)?

Due anni fail pluripremiato Boyhood di Richard Linklater aveva già raccontato della necessità, del dolore e della gioia di diventare adulti. La storia, non solo al cinema, è antica come l’uomo. Eppure ogni volta nuova, quando a raccontarla sono artisti con lo sguardo di André Téchiné.
Thomas e Damien. Non dovrebbero stringere amicizia tra loro? Due outsider sono sempre, almeno, il principio di una maggioranza. Invece i due ragazzi si picchiano a ogni occasione. L’uomo è un prodotto non sempre riuscito dell’evoluzione. Perché la nostra specie deve ricorrere ai pugni per diventare adulti? La bellezza di questo film è che non si sforza da nessuna parte di spiegare il perché. Il perché, forse, è la tensione tra gli esseri umani.

La tensione tra Damien e Thomas è una delle forze generatrici e distruttrici della nostra specie. Il cinema di Téchiné mette a nudo questa tensione sempre tenuta nascosta della nostra specie. Thomas è figlio adottivo, vive sulle montagne con la famiglia povera. Damien è figlio di un militare di rango, una madre premurosa (ottima Sandrine Kiberlain), contesto borghese. Téchiné fa dei Pirenei sullo sfondo un personaggio del film. Anzi, il suo accompagnatore. Per forzare il figlio a confrontarsi con la sua aggressività, e per aiutare il compagno di classe Thomas negli studi, risparmiandogli tre ore di viaggio al giorno, la madre invita Thomas a stare da loro per un po’. Damien e Thomas sotto lo stesso tetto. È ora che quella tensione svela sé stessa. In cosa consiste la felice bellezza di Quando hai 17 anni? Non essere solo il racconto di un coming out (o forse due), ma renderci testimoni della vita stessa.  Simone Porrovecchio cinematografo.it

 

RECENSIONE 3

 

Thomas e Damien sono due compagni di classe, molto diversi tra loro, per carattere e provenienza. Il primo è di origine magrebina: è stato adottato da una famiglia di allevatori, che vive sulle montagne, a più di un’ora di distanza dal villaggio. È un ragazzo volitivo, sogna di fare il veterinario, ma ha serie difficoltà a scuola. L’altro è figlio di un militare e di una dottoressa, Marianne, una donna premurosa, a tratti persino estenuante, ma disponibile e aperta. Damien è molto legato ai suoi, ama cucinare e si allena nell’autodifesa. Ma anche lui, in buona sostanza, è un tipo solitario. Tra i due ragazzi nasce un odio immotivato, che li porta a più di uno scontro violento. E allora Marianne, per cercare di sedare gli animi e desiderosa di dare una mano a Thomas, lo invita a stabilirsi a casa sua per un po’ di tempo. Ma è una scelta che complicherà ancor più i problemi,

quando-hai-17-anni-corentin-fila-kacey-mottet-klein-sandrine-kiberlainTéchiné racconta un’altra età acerba, che si appropria inoltre della scrittura a fior di pelle del cinema di Céline Sciamma. Lo sguardo sull’adolescenza, allora, diventa pieno, rotondo, e passa in un batter d’occhi dai corpi ai cuori, dai cuori ai corpi. Quand on a 17 ans è un registratore che misura le azioni e le reazioni dei suoi protagonisti (i bravi Kacey Mottet Klein e Corentin Fila) e le pulsioni che le sottendono. E individua quel passaggio segreto, eppure universale, che conduce dal conflitto all’attrazione. Con la lentezza necessaria a compiere l’intero percorso. Diviso in tre trimestri, come un anno scolastico, il film, infatti, vive di tre movimenti, che hanno tutti una loro particolare tonalità e raccontano le evoluzioni dei sentimenti.

quando-hai-17-anni-sandrine-kiberlainLa nascita del sentimento che lega Damien e Thomas è, allora, un viaggio a tappe, che incrocia dei punti di passaggio obbligati eppur sempre nuovi, imperscrutabili. Prima c’è lo scontro, la repulsione, quel desiderio ossessivo che si maschera d’odio. Poi c’è la scoperta e lo svelamento, con tutte le paure e i turbamenti che ne conseguono. Infine c’è il momento del dolore, dell’elaborazione e del superamento. Intorno a questa traiettoria, si aprono altre tracce, i sentieri trasversali delle differenze di classe (e di colore), dei legami e dei destini familiari, delle attitudini e delle aspettative sul futuro. Tutte cose che vanno al di là del rapporto d’amore, e che pure lo riguardano, lo influenzano e ne modificano i tempi e i modi. Perché il mondo non è mai neutro, sta lì con le sue asperità, i suoi imprevisti, le distanze, le separazioni. Ben rappresentate da quelle montagne innevate dei Pirenei, da quei sentieri che portano dai boschi al villaggio, luoghi che si fanno materia di uno stato interiore, sospesi tra un fiero senso di solitudine e un invincibile desiderio di contatto. Téchiné è essenziale, sta lì con il suo cinema che coniuga la delicatezza della mano alla salda nettezza del tratto. Non è inquieto come la Sciamma, ha una specie di nitore neoclassico che imprigiona le linee di tensione. Eppure, senza alcuna morbosità, incontra ogni vibrazione dei corpi, le lotte, gli sfioramenti, gli abbracci, gli amplessi. Ogni immagine ha una concretezza fisica, densa, ma chiara, pulita, definita. E tutto sembra pian piano tramutarsi in uno studio plastico sul movimento, in cui l’interiore si fa gesto e si mostra nell’esteriore. Con una energia pulsante che forza la retorica del linguaggio (come nel momento della cerimonia funebre). E nega, finalmente, ogni chiusura. sentieriselvaggi.it

 

VIDEO

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Adottato anche tu?

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INDICE

  1. PRESENTAZIONE LIBRO
  2. INTERVISTA ALLE AUTRICI
  3. PRESENTAZIONE AUTRICI
  4. QUARTA DI COPERTINA

1.Presentazione

Con la nascita, ognuno di noi viene catapultato in un mondo sconosciuto che viene reso conoscibile attraverso il progressivo dispiegarsi di una storia, della propria storia che noi stessi costruiamo e ricostruiamo attraverso il contributo di chi ci sta vicino. Questo vale per tutti, è la narrazione delle nostre vite. Ma l’adozione ha in sé qualcosa di diverso: ti precipita dentro una storia che è già cominciata, di cui vediamo l’epilogo ma di cui non conosciamo il prologo, o meglio, l’antefatto. Si parte da una mancanza, che non è scelti ma che ci si è trovati a vivere e che ha bisogno di essere colmata che porta con sé sensazioni ed emozioni ma anche ricordi e domande. Ed è proprio l’integrazione di queste dimensioni un primo compito che si trovano ad affrontare i due speciali narratori de ”Adottato anche tu? Allora siamo in due!…o forse di più” scritto da Sonia Negri e Sara Petoletti, edito da Ancora.

Un libro molto delicato in cui si alternano biografie di persone adottate famose del passato, racconti di storie di adozione contemporanee e interviste a chi la sua storia ha scelto di raccontarla in prima persona. Il tutto è inserito in un coinvolgente scambio di e-mail tra due ragazzi adottati, Ilaria e Gabriel che si confrontano ogni giorno con le domande che l’adozione porta con sé. Il primo contatto tra i due adolescenti avviene in modo del tutto casuale quando entrambi partecipano a un concorso di cucina online e le foto delle loro ricette vengono pubblicate sullo stesso sito.

E’ proprio l’occasione che aspettavano per raccontarsi le loro storie e iniziare una ricerca appassionante che li porterà a fare molte scoperte interessanti…Come quella che la storia è piena di personaggi famosi adottati: si va da Mosè ad Aristotele, da Steve Jobs a Marilyn Monroe, e ancora da Michael Bay (regista di “Armageddon” e “Pearl Harbor”) a Ingrid Bergman per poi arrivare fino agli idoli dei più giovani: Mario Balotelli (che dopo alcune stagioni al Manchester city, nel 2013 torna in Italia per vestire la maglia del Milan), Leiner Riflessi (cantante dei Dear Jack dal 2015) e Ruslan Adriano Cristofori (medaglia d’argento ai giochi europei di Baku nel 2015 e testimonial di Ai.Bi. amici dei Bambini).

 

2.Intervista alle autrici

Walter Brandani: Com’è nata l’idea del libro?

 

Sonia Negri & Sara PetolettiIl libro è nato dal desiderio di raccontare storie di adozione di persone che sono diventate famose e hanno realizzato i loro sogni. Spesso chi ha avuto esperienze avverse nell’infanzia fa fatica a credere in se stesso e a sognare un futuro felice. I protagonisti del libro, quando hanno cominciato la loro corrispondenza via mail, erano esattamente così. Lily, molto insicura, non riusciva a pensare al suo futuro con serenità e si sentiva sola. Gabriel invece, all’apparenza spavaldo, in realtà non aveva la forza di cercare le risposte a tutte le domande che gli affollavano la mente e si sentiva incompreso da tutti.
Nessuno di loro due immaginava che ci fossero così tante persone al mondo che avevano vissuto esperienze ed emozioni simili alle loro! La ricerca delle storie contenute nel libro e alcuni incontri speciali hanno cambiato completamente la loro prospettiva!
Ecco, abbiamo scritto questo libro con l’intento di raccontare le molteplici sfide dell’adozione e le diverse esperienze di chi ha saputo affrontarle con positività e forza tali da trasformarle in occasioni di successo.

 

 

D: A chi consigliereste il libro?

 

R: Consigliamo il libro in primo luogo a tutti i ragazzi, perché i protagonisti sono proprio loro: due adolescenti, Lily e Gabriel, che con le loro storie ci aprono un mondo di emozioni, sorrisi, dubbi, paure, progetti, speranze.
Grandi sfide per grandi sogni! Saranno proprio loro a farci entrare nella vita di tanti personaggi del passato e del presente, con curiosità, aneddoti e interviste.
I ragazzi che hanno una storia di adozione potranno poi ritrovare tra le pagine del libro vissuti e pensieri che conoscono bene… che riguardano il presente ma che sono strettamente legati anche alle proprie origini.
Il libro può essere un utile strumento per le famiglie adottive: uno spaccato del mondo adolescenziale che, con la disarmante schiettezza che solo i ragazzi possiedono, pone dinnanzi le sfide che l’adolescenza adottiva porta con sè.
Insegnanti e operatori che si occupano di adozione, si troveranno ad osservare da una posizione privilegiata i pensieri e le domande che gli adolescenti hanno in mente ma che spesso faticano ad esprimere.
Infine, per chiunque desideri approfondire il tema dell’adolescenza adottiva e sia appassionato di letture per ragazzi, come noi d’altronde, “Adottato anche tu?” è proprio il libro giusto!

 

D: Spesso si è portati a pensare che gli adottati siano persone alle quali è mancato qualcosa, cioè che hanno “qualcosa di meno” perchè sono stati “abbandonati” eppure ogni mancanza può avere il suo lato positivo, ogni abbandono offre un dono. Quale doni hanno ricevuto gli adottati e quali doni offrono?

R: E’ così un po’ per tutti: le esperienze che viviamo, soprattutto quelle difficili, possono essere delle opportunità per diventare migliori. John Lennon, la cui storia è raccontata nel nostro libro, ha detto: “L’unico motivo per cui sono diventato una star è la mia repressione. Nulla mi avrebbe portato a questo se fossi stato “normale”. 

Tanti genitori adottivi sostengono che i loro figli hanno “una marcia in più”. Ed effettivamente molti di loro hanno superato così grandi difficoltà che ne sono usciti più forti e coraggiosi, sensibili e attenti verso gli altri, più aperti all’accoglienza e capaci di apprezzare la diversità.
Nella postfazione del nostro libro, il dott. Vadilonga spiega che la chiave del successo per chi ha vissuto l’esperienza dell’abbandono è quella di “trovare il proprio posto nel mondo, integrando il passato con il presente, mettendo insieme i diversi pezzi della propria vita, facendo i conti con i vissuti dolorosi, di rabbia, di abbandono, e trovando delle risposte a domande sul senso della propria storia”.

Per quanto riguarda i doni che offre chi è stato adottato…
Per noi sarebbe troppo lungo elencarli uno per uno! 
Se non avete la fortuna di avere amici adottati, vi lasciamo il gusto di scoprirli leggendo il nostro libro!

 
D: Sappiamo che non è sufficiente aver generato un bambino per essere un “buon” genitore, la tappa fondamentale che identifica il percorso di crescita del genitore è il passaggio da colui che ha generato a colui che adotta. Tutti i genitori dovrebbero “adottare” cioè “desiderare” e “scegliere” di essere genitori dei propri figli. E’ quindi ancora corretto distinguere tra figli adottati e figli non adottati?

 
R: Spesso ci capita di pensare al nostro essere madri per i nostri figli, intendendo con questo se siamo in grado di prenderci cura a pieno di loro, di stargli accanto nella maniera migliore, di comprenderne i bisogni. Questo essere genitore fa parte di noi, permea le nostre giornate, ci rende le persone che siamo nella vita privata e in quella sociale. È una dimensione che non sentiamo di “scegliere” ogni giorno, perché è talmente nostra che non c’è bisogno di affermarla o confermarla di fronte a sè o agli altri, ma unicamente di viverla a pieno, cercando di guardarsi dentro, con onestà.
Posta questa premessa, che in realtà è la sostanza, la relazione che si costruisce con il proprio figlio non può prescindere da come è avvenuto l’incontro con lui.
L’adozione porta infatti con sè delle specificità che riguardano i genitori ma anche i figli, e che devono essere tenute in considerazione per poter far fronte nel modo migliore agli eventi della vita famigliare. Non tenerne conto sarebbe non solo una pericolosa semplificazione, ma porterebbe anche a perdere di vista la direzione di un percorso genitoriale in sè differente.

 

 

3.Presentazione autrici

Sonia Negri

E’ laureata in Lettere Moderne. Si interessa di adozione da quasi vent’anni fa, quando ha capito che avrebbe potuto essere la sua strada per diventare mamma. I figli sono arrivati, uno dopo l’altro (e non senza sorprese) e la passione per l’adozione è cresciuta con loro. E’ co-fondatrice e volontaria dell’associazione Petali dal Mondo di Tradate (VA) e collabora con il settore adozioni del C.T.A. – Centro di Terapia dell’Adolescenza di Milano. E’ una delle autrici del libro “Nonni adottivi: mente e cuore per una nonnità speciale” pubblicato da Franco Angeli nel 2014.

 

Sara Petoletti

E’ psicologa e psicoterapeuta familiare. Collabora con il C.T.A. – Centro di Terapia dell’Adolescenza di Milano, dove svolge attività clinica con individui e famiglie; ha maturato una specifica esperienza nel trattamento delle tematiche familiari correlate all’adozione. E’ responsabile del Servizio Specialistico di sostegno alle adozioni e presa in carico delle crisi adottive del C.T.A.  Ha approfondito negli anni le proprie conoscenze anche nell’ambito della tutela minorile, della valutazione delle competenze genitoriali e del sostegno alla genitorialità.

 

4.Quarta di copertina

In questo libro potete trovare:

 

  • 2 adolescenti inventati, Lily e Gabriel, che si scrivono e-mail inventate, ma fanno ricerche vere su storie assolutamente reali.
  • 23 personaggi famosi che sono stati adottati in tempi e luoghi molto diversi (qualcuno è famosissimo, qualcuno un po’ meno, qualcuno lo diventerà dopo questo libro ;-)).
  • 5 interviste esclusive (imperdibili!!!).
  • 1 messaggio scritto proprio per voi che leggete.
  • Curiosità trovate nell’web, fotografie, interviste, frasi celebri.
  • Tante domande, pensieri, riflessioni ed emozioni.
  • …e uno spazio per ognuno di voi, perché ogni storia merita di essere scritta e ascoltata.

 

 

 

Le stazioni della fede

In adolescenza 

cambia la percezione del mondo intorno e dentro di sé, cambia il corpo e cambiano le relazioni.

Maria, la protagonista del film, è un’adolescente e il suo percorso di crescita è una via crucis. LE STAZIONI DELLA FEDE è un film che, suddiviso, come il rito cattolico, in quattordici stazioni, commuove ed emoziona.

 

crucis2

Kreuzweg – Le stazioni della fede
Un film di Dietrich Brüggemann.

Titolo originale Kreuzweg (VIA CRUCIS)

genere Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 107 min. – Germania 2014.

in questa pagina trovi:  tramavideorecensioni 

 

 

Trama
Maria ha 14 anni e la sua famiglia fa parte di una comunità cattolica fondamentalista. Maria vive la sua vita di tutti i giorni nel mondo moderno, ma il suo cuore appartiene a Gesù. Lei vuole seguirlo, per diventare una santa e andare in paradiso, così passa attraverso 14 stazioni, proprio come fece Gesù nel suo cammino verso Golgota

 

VIDEO

Trailer

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Recensioni

 

 

Da sentieridelcinema.it di Laura Cotta Ramosino

Acclamato da molta critica al Festival di Berlino e vincitore, oltre che dell’Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura ma anche del premio della Giuria Ecumenica, Kreuzweg è una pellicola insieme stimolante e frustrante, sia sul piano dei contenuti che della forma e richiede, anzi, quasi pretende, una visione concentrata e critica che molta parte del pubblico potrebbe non essere disposta a concedere.
La vicenda della piccola Maria, vittima di una concezione del Cristianesimo punitiva, rigida e ostile al mondo (la Fraternità di San Paolo come viene qui chiamata è una palese trasposizione di quella di san Pio X fondata dall’arcivescovo Lefevre), che le impedisce di aprirsi al mondo e la convince della necessità di un sacrificio estremo, ma anche di una madre incapace di mostrare il proprio affetto, è di quelle fatte apposta per scatenare dibattiti e polemiche. E questo sia che lo si voglia concepire come un coraggioso e sincero atto di denuncia contro il fondamentalismo religioso (il regista e la sorella, sceneggiatrice, vengono essi stessi da una famiglia appartenente a una comunità cattolica di questo genere) o come un esercizio formalmente impeccabile, che nella sua pro grammaticità ideologica pecca della stessa rigidità del mondo che mette sotto accusa.
Il film, infatti, è diviso in 14 quadri corrispondenti alle stazioni della Via Crucis (il cui nome introduce a mo’ di titolo ogni capitolo), la maggior parte dei quasi è costituito da un’unica inquadratura fissa entro cui i personaggi dialogano e si muovono (poco) per l’appunto come personaggi di quadretti votivi animati. Ogni situazione è escogitata per riflettere in modo più o metaforico (e spesso ironico) una delle tappe della Passione di Gesù. La piccola Maria Göttler (un nome un programma) è infatti una esplicita figura Christi che affronta consapevole e solitaria un martirio autoimposto, vivendo nel senso di colpa le più normali esperienze adolescenziali (anche la nascente e innocente simpatia per un coetaneo che la invita a cantare nel coro di una chiesa cattolica, sì, ma non abbastanza ortodossa per la madre di Maria) e privandosi del cibo e della gioia fino all’esito prevedibile e inevitabile.
Benché parte di una famiglia numerosa, la ragazzina sembra immersa in una sostanziale solitudine; e nessuno degli adulti della comunità – il giovane parroco, premuroso e gentile quanto rigido; la madre, una figura spaventosa di genitrice forte di una fede spietata quanto inattaccabile che solo nel finale sembra giungere ad un punto di rottura; il padre, una figura debole e insignificante – sembra cogliere fino in fondo la testarda determinazione e la follia del piano di Maria, aspirante santa con scarso senso della realtà. Anzi, di fronte al quasi miracolo del finale la madre è velocissima a trasfigurare il rapporto perennemente critico con la figlia in una beatificazione cieca e quasi surreale.
Kreuzweg, pur abbracciando senza se e senza ma la sua vocazione di cautionary tale verso il fondamentalismo, ha l’onestà di mettere in chiaro le carte fin da subito: quello che vediamo in azione non è né il Cristianesimo né il Cattolicesimo tout court, e anzi Brüggemann dissemina la storia di figure di credenti dalle più varie sfumature: dall’insegnante di ginnastica protestante, al gentile spasimante cattolico di Maria, dall’affettuosa ragazza alla pari francese che è forse l’unica vera amica della ragazzina, all’infermiera dell’ospedale che crede in qualcosa che non vuole definire (ed è interpretata dalla stessa sceneggiatrice). Le difficoltà scolastiche di Maria (che si rifiuta di correre in palestra perché l’insegnante accompagna gli esercizi con musica moderna “diabolica”, un tema su cui i genitori di Maria sono particolarmente rumorosi) sono l’occasione per suggerire un’apertura ulteriore a temi quali la tolleranza (i coetanei di Maria ne hanno davvero ben poca) e la libertà religiosa (si allude al fatto che alcune compagne di classe musulmane saltano direttamente l’ora di ginnastica).
Non si ha mai davvero, però, l’impressione che Brüggemann sia alla ricerca di una vera e propria discussione o si apra al mistero doloroso di quello che sta raccontando (il “miracolo” che avviene alla morte di Maria, prontamente assunto ad autogiustificazione dalla madre). Come al responsabile delle pompe funebri del finale, poco gli importa la “verità” della fede professata da Maria fino alle estreme conseguenze: è la psiche ferita di una ragazzina quella che vuole mettere in scena. Ma nel descriverla con un piglio troppo sociologico la rende una vittima fin troppo consenziente e la priva del dramma sostanziale della libertà cui pure avrebbe avuto diritto e che avrebbe dato al film il respiro che gli manca.

Laura Cotta Ramosino

 

Da cineforum.net di Simone Soranna

Probabilmente mai come in questi anni i tempi stanno correndo freneticamente e sembra che niente e nessuno sia in grado di fermarli. L’unica soluzione per reggere il passo pare essere quella di assecondarli, a costo di rischiare la propria identità, per non sparire completamente.

Anche la religione non è esente da tale pressione, così come il cinema. Due sfere decisamente lontane e tuttavia accostate in maniera sorprendentemente naturale da Dietrich Brüggemann, il quale decide di realizzare una pellicola che racconti l’importanza del cambiamento attraverso una storia che nasce dalla tradizione (religiosa e cinematografica) e che di essa si nutre.

Kreuzweg – Le stazioni della fede racconta il Calvario (nel vero senso della parola) di un’adolescente cresciuta secondo un’educazione cattolica fondamentalista ancorata agli insegnamenti biblici basilari, priva dei cambiamenti apportati dal Concilio Vaticano II. Il regista decide di incastonare il racconto in uno stile (apparentemente) primordiale, attraverso quattordici lunghi piani sequenza realizzati a camera fissa (a parte un paio di eccezioni). Il cinema e la spiritualità sembrano essersi fermati ai loro albori: l’uno alle vedute statiche delle origini, l’altra ai dogmi della Chiesa fondata da Pietro. La frenesia, il cambiamento, la velocità dei giorni a noi contemporanei sono del tutto azzerati in nome di un ritorno alla tradizione che tuttavia, mai come ora, è carica di una portata innovatrice senza paragoni.

Lo scopo principale dell’autore è quello di mettere il pubblico nei panni di Dio. Il suo film è una metafora precisa e spietata di quello che è stato il percorso di Gesù verso la crocifissione. E non ci si riferisce solo alle quattordici tappe che costituiscono la via crucis (puntualmente chiamate in causa a scandire i capitoli della pellicola), quanto all’impossibilità di fare qualcosa per intervenire nella vicenda. Tutto è immobile e non c’è via di fuga, non c’è nessuna possibilità di azione. Attraverso una suspense perfettamente calibrata, Brüggemann costruisce un climax impossibile da sostenere: una giovanissima e innocente ragazza si avvicina frettolosamente verso un sacrificio che non le compete e lo spettatore non può far altro che assistere passivamente al macabro spettacolo messo in scena con una crudeltà tanto cinica quanto elementare.

Siamo costretti a subire il fascino di un cinema rigido, freddo e formale che rischia di non essere accettato perché non coerente con i tempi. Un ossimoro straziante e deprimente, per un’opera che rischia di non riceve l’accoglienza sperata. E ogni riferimento a qualsiasi creatore divino fattosi uomo non è puramente casuale.

 

La famiglia Bélier

 

belierLa famiglia Bélier

Un film di Eric Lartigau.

Ratings: Kids+13,

durata 100 min. – Francia 2014.

 

….

 

INDICE

  1.  RECENSIONE
  2. INTERVISTA AL REGISTA (video)
  3. TRAILER (video)
  4. IL TALENTO (video)
  5. IL PRIMO APPUNTAMENTO (video)
  6. MIEI CARI GENITORI, NON FUGGO , IO VOLO (video e testo)

 

 

1)  RECENSIONE
Marzia Gandolfi  MY MOVIE

Paula Bélier ha sedici anni e da altrettanti è interprete e voce della sua famiglia. Perché i Bélier, agricoltori della Normandia, sono sordi. Paula, che intende e parla, è il loro ponte col mondo: il medico, il veterinario, il sindaco e i clienti che al mercato acquistano i formaggi prodotti dalla loro azienda. Paula, divisa tra lavoro e liceo, scopre a scuola di avere una voce per andare lontano. Incoraggiata dal suo professore di musica, si iscrive al concorso canoro indetto da Radio France a Parigi. Indecisa sul da farsi, restare con la sua famiglia o seguire la sua vocazione, Paula cerca in segreto un compromesso impossibile. Ma con un talento esagerato e una famiglia (ir)ragionevole niente è davvero perduto.
Campione di incassi in Francia e nella stagione appena passata, La famiglia Bélier è una commedia popolare che aggiorna con note e sorrisi il vecchio tema dell’adolescente alla ricerca di un’identità stabile. Sospeso tra focolare e autonomia, il nuovo film di Éric Lartigau ‘riorganizza’ una famiglia esuberante intorno a un’età per sua natura fragile e scostante. A incarnarla è il volto pieno e acerbo di Louane Emera, ex concorrente dell’edizione francese di The Voice, che presta voce e immediatezza a un personaggio in cerca di un posto nel mondo. Se comicità e crisi si accomodano tra la rappresentazione genitoriale del futuro filiale e la tensione allo svincolo della prole, i personaggi vivono situazioni esilaranti, annullano lo scarto con l’amore e spiccano il salto verso una condizione nuova. Appoggiato su una sceneggiatura solida, che mescola con perfetta misura umorismo, lacrime, disfunzioni, pregiudizi e canzoni, La famiglia Bélier svolge una storia ben ordita in cui ciascun personaggio gioca la sua parte con effetto e sincerità, senza mai sconfinare nel pathos. Precipitando lo spettatore nel mondo ‘smorzato’ dei malentendants, Lartigau elude lo sguardo (fastidioso) dei ‘normali’ sui disabili, mettendo in scena una famiglia che quella difficoltà ha imparato a gestirla, intorno a quella difficoltà è cresciuta e su quella difficoltà si è impratichita, sentendo ogni movimento della vita. La famiglia Bélier non emoziona perché è differente ma al contrario perché è universale, si agita, si rimprovera e fa pace come tutte le famiglie del mondo. Chiusi nella sordità e in una bolla di sicurezza familiare, i Bélier si fanno sentire forte e chiaro attraverso la voce limpida di Paula e attraverso il linguaggio marcato dei segni. Linguaggio che regista e attori dimostrano di saper adottare con sensibilità dentro un film good movie alla francese, che ‘canta’ Michel Sardou. Celebre chanteur parigino, ammirato dal professore appassionato e coinvolto di Éric Elmosnino, Sardou è il tappeto musicale che ‘accompagna’ il ritratto di una famiglia in un interno domestico e in un esterno bucolico, lontano dalle città e dentro una Francia atemporale e irriducibile, che alla techno preferisce la chanson française, al formaggio di soia quello a latte crudo, alle hall degli aeroporti le piazze di paese. Per preservare ‘quella Francia’ i Bélier sono addirittura disposti a scendere politicamente in campo e a battersi ‘a gran voce’. In tempi di crisi, la commedia di Lartigau ripara nei valori di cui Paula è in fondo portatrice sana. Perché il suo distacco dalle ‘origini’ è solo fisico, mai totale e lirico come le parole ‘segnate’ di Sardou (“Je vole”). Parafrasando la canzone, Paula “non fugge, lei vola” verso spazi e tempi di prova in cui prepararsi alla vita. Dentro una moltitudine di diversità Éric Lartigau pesca quella irresoluta dell’adolescenza e di un’adolescente che deve apprendere un ‘linguaggio’ nuovo ed evidentemente altro e incoerente rispetto a quello familiare. Ispirato al libro di Véronique Poulain (“Les Mots qu’on ne me dit pas”), La famiglia Bélier è abitato da un cast irresistibile, condotto da François Damiens e Karin Viard, genitori affatto ‘sordi’ a la maladie d’amour e a quel fiume di note impetuose che cercano una melodia. Una melodia che Paula legittima adesso con la sua voce (e le sue mani).

 

 

2) INTERVISTA AL REGISTA

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3) TRAILER

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4) IL TALENTO

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5) IL PRIMO APPUNTAMENTO

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6) MIEI CARI GENITORI…NON FUGGO . IO VOLO

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Mes chers parents je pars
Je vous aime mais je pars
Vous n’aurez plus d’enfants, ce soir
Je m’enfuis pas je vole
Comprenez bien je vole
Sans fumée sans alcool je vole, je vole

C’est jeudi, il est 5h05,
j’ai bouclé une petite valise
et je traverse doucement l’appartement endormi
j’ouvre la porte d’entrée en retenant mon souffle
et je marche sur la pointe de pieds
comme les soirs où je rentrais apres minuit
pour ne pas qu’ils se réveillent
Hier soir à table
j’ai bien cru que ma mere se doutait de quelques chose
Elle m’a demandé si j’etais malade,
pourquoi j’etais si pâle
j’ai dit que j’etais très bien
Tout à fait clair je pense qu’elle a fait semblant de me croire
et mon père a sourit.

En passant a coté de la voiture
j’ai ressenti comme un drôle de coup
je pensais que ce serait plus dure et plus grisant
un peu comme une aventure mais moins déchirant
Oh, surtout ne pas se retourner, s’éloigner un peu plus
Il y a la gare,
et après la gare il y a l’Atlantique,
et après l’Atlantique…

C’est bizarre cette espece de cage qui me bloque la poitrine
ça m’empeche presque de respirer
je me demande si tout à l’heure
mes parents se douterons que je suis en train de pleurer
Oh surtout ne pas se retourner, ni les yeux ni la tete,
ne pas regarder derrière
seulement voir ce que je me suis promis
et pourquoi et où et comment…
Il est 7h moins 5 je me suis rendormi dans ce train
qui s’éloigne un peu plus
oh surtout ne plus se retourner… jamais!

Mes chers parents je pars
je vous aime mais je pars
vous n’aurez plus d’enfants ce soir
je m’enfuis pas je vole
comprenez bien je vole
sans fumée sans alcool, je vole, je vole