Bambini

Mià e il Migù (età dai 8 anni)

Mià e il Migù

Un film di Jacques-Rémy Girerd. Con Dany Boon, Garance Lagraa, Charlie Girerd, Laurent Gamelon, Pierre Richard.

 Titolo originale Mia et le MigouAnimazione, Ratings: Kids, durata 92 min. – Francia, Italia 2008
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SCHEDA
SCHEDA

Mià è una bambina di 10 anni orfana di madre. Pedro, suo padre, lavora in un enorme cantiere nel quale si sta trasformando un’area della foresta tropicale in un grande centro alberghiero per ricchi. Una notte la bambina ‘sente’ che suo padre è in pericolo (è rimasto sepolto da una frana in una galleria mentre cercava di individuare l’origine di strani
rumori). Decide di partire da sola per un lungo e non facile viaggio al fine di rivederlo. A proteggerla, lei pensa, basteranno i suoi portafortuna.
Nel frattempo Monsieur Jekhide (l’uomo che ha insediato il cantiere) tiene una riunione in città per convincere alcuni possibili facoltosi partner a investire nell’impresa in vista di facili guadagni futuri. Ma nel corso della riunione viene interrotto dall’annuncio del rinvenimento di misteriose orme. Il contratto però non viene firmato perché due possibili
investitori desiderano visitare il luogo.
Jekhide sta per accompagnarli con il suo jet privato quando sua madre, in partenza a sua volta, gli lascia l’incarico di occuparsi di Aldrin, suo figlio. Jekhide infatti è separato dalla moglie ma si occupa pochissimo del figlio il quale ha una grande ammirazione per la madre, una scienziata che si trova da un mese sulla banchisa polare per studiare il fenomeno del surriscaldamento del pianeta. Aldrin dovrà viaggiare con il padre. Nella foresta li attendono i Migù, spiriti dell’ambiente dotati di poteri magici.

RECENSIONE Mymovie

Mià è una bambina di 10 anni che vive in un villaggio dell’America del Sud, sotto la tutela di tre piccole vecchiette centenarie. La madre è morta da tempo mentre il padre, Pedro, è stato costretto a partire per poter lavorare come operaio in un cantiere. Una notte, svegliata di soprassalto da un brutto presentimento, la bambina decide di mettersi alla ricerca del genitore, con il timore che gli sia successo qualcosa e che possa avere bisogno di lei. Così, dopo aver recuperato i suoi tre amuleti (un dado, una piuma e un guscio di lumaca), parte per un viaggio che la porterà a incontrare i Migù (strani spiriti della foresta) e, grazie a loro, a conoscere la forza e le meraviglie della natura.
Jacques-Rémy Girerd, al suo secondo lungometraggio dopo il fortunato La profezia delle ranocchie (La Prophétie des grenouilles, 2003) confeziona un film dolce, impegnato, pedagogico e anti-convenzionale. Lontano anni luce dalla tridimensionalità e dagli ultimi ritrovati in materia di computer grafica, Mià e il Migù si caratterizza per il tratto artigianale dei disegni e per un sapiente uso dei colori – quasi sempre caldi – che ricorda la pittura impressionista di Van Gogh, di Cezanne ma soprattutto di Gauguin, da cui il regista riprende il grande tema della riscoperta della naturalezza.
Una scelta stilistica, dunque, perfettamente in linea con le tematiche affrontate, originali ed inneggianti ad un ritorno alla natura inviolata. Quello della graduale devastazione del pianeta è di fatto un argomento poco trattato nei recenti prodotti cinematografici per ragazzi. Qui, invece, diventa l’elemento cardine dell’intero racconto: il cantiere in cui lavora Pedro è situato al centro della foresta amazzonica, un paradiso naturale che Jekhide, imprenditore edile senza scrupoli, vorrebbe trasformare in un lussuoso complesso alberghiero. A difendere la foresta vi sono però i Migù, buffi personaggi dotati di poteri magici (oltre che della voce di un sempre ottimo Dany Boon) e incaricati di custodire un maestoso albero piantato alla rovescia, cuore dell’intero pianeta. Degna di merito è la decisione di aggiungere alla tematica ecologista anche quelle, non meno importanti ed altrettanto attuali, relative alle differenze economiche tra Nord e Sud del mondo e al difficile rapporto dei figli con genitori troppo presi della propria carriera.
La storia pensata da Girerd può essere considerata a tutti gli effetti una fiaba (lo dimostra la quasi perfetta aderenza con i personaggi e le funzioni teorizzate negli anni venti dal linguista russo Propp) costruita intorno a due protagonisti, entrambi bambini (sebbene appartenenti a contesti socio-culturali assai differenti) ed entrambi impegnati a compiere un importante percorso iniziatico. Se Mià, partendo alla ricerca del padre, offre allo spettatore la possibilità di esplorare la bellezza di una natura e di una cultura incontaminate, Aldrin, figlio intelligente e curioso dell’imprenditore Jekhide, diventa l’inconsapevole chiave per il riscatto di certi valori ormai dimenticati. Saranno così proprio gli adulti, guidati dalla sensibilità naïf dei più giovani, coloro che in conclusione impareranno maggiormente la lezione.
Il finale della storia – ovviamente lieto, com’è d’obbligo per ogni fiaba che si rispetti – infonde nello spettatore un po’ di speranza, non dimenticando però di ricordare quanto sia rischioso rimanere ancora per molto con le mani in mano. Un concetto, questo, ribadito chiaramente nel brano su cui scorrono i titoli di coda (“Arrêtons tous les blablas” di Serge Besset, cantata da Mickey): “Gli uomini fanno tutto ciò che possono per danneggiare il pianeta […] Gli uomini sono diventati così potenti che non ci metteranno tanto a distruggere tutto ciò che la Terra ha impiegato un’eternità per creare”. L’invito allo spettatore – piccolo o adulto che sia – è a darsi da fare concretamente perché del resto, come ripete il ritornello: “Un piccolo Migù sta proprio dentro di noi”.
Fa piacere sapere, infine, che in Mia e il Migù, premiato nel 2009 con l’Oscar europeo per il miglior film d’animazione, vi sia anche un po’ d’Italia. Alle case di produzione francesi (tra cui Folimage, fondata dallo stesso Girerd), si aggiunge infatti, per un 10% del budget complessivo (8,4 milioni di euro), il contributo di due aziende nostrane: la torinese Enarmonia e la milanese Gertie. Una speranza che si accende dunque, oltre che per le sorti del pianeta, anche per quelle – un po’ meno astratte – della nostra industria cinematografica. Luca Volpe

RECENSIONE Arrivanoifilm

Mià e il Migù è stato realizzato dallo stesso regista de La profezia delle ranocchie, un professionista del mondo dell’animazione da sempre attento a rapportare la qualità del disegno a influssi che derivano dal mondo della pittura. È così che questo nuovo film rinvia alle opere di Cézanne e Van Gogh pur conservando una propria originalità di tratto.

Il film sviluppa il tema ecologico in modo complesso e al contempo semplice e lineare. La complessità è offerta dalla molteplicità delle tematiche affrontate. La salvaguardia dell’ambiente è il tema centrale che viene sviluppato grazie a una serie di elementi talvolta contrastanti. Si parte infatti dallo sfruttamento della Natura a scopo di lucro incarnato nel personaggio di Jekhide, il cui nome non a caso rimanda alla duplice personalità del protagonista di un classico della letteratura come “Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mister Hyde” di Robert Louis Stevenson. Jekhide è’ l’uomo indurito da un affarismo senza scrupoli che si trova progressivamente a fare i conti con la paternità e quindi con i sentimenti e i valori più importanti.

C’è poi (in anticipo su Avatar) la magia della Natura rappresentata dai misteriosi Migù. La magia non significa però solo bucolica pace ma anche capacità di ribellarsi e lottare contro gli abusi e gli scempi. Non mancano poi tematiche sociali come quella dello sfruttamento del lavoro (il padre di Mià e i suoi compagni non vivono certo in condizioni ottimali) a cui si accompagna una riflessione mai didascalica sulla problematica degli infortuni sul lavoro. A tutto questo si aggiunga la lettura in parallelo delle due modalità di rapporto genitori/figli. Mià ama (riamata) così tanto il padre da intraprendere un lunghissimo viaggio per aggiungerlo mentre Aldrin ha, per buona parte del film, un padre che ‘sopporta’ il peso di un figlio che scaricherebbe ben volentieri sulla ex moglie.

Si tratta di un film semplice e lineare adatto ai più piccoli in cui la semplicità e la coerenza sono da intendere rapportandole alla dimensione del viaggio che Mià compie per raggiungere il genitore che ha percepito in pericolo. Nel percorso ci saranno, come ogni narrazione fiabesca prevede, ostacoli da superare. La bambina conta su se stessa e sulla propria determinazione ma trova anche la collaborazione degli altri (anche di chi poteva sembrare potenzialmente pericoloso). Il film finisce così con il presentare duplici possibilità di lettura, ognuna delle quali adatta a una fascia d’età. I più piccoli (pubblico di elezione) coglieranno maggiormente l’avventura (con il ruolo del ‘cattivo’ assegnato al padre di Aldrin), il messaggio

di salvaguardia della Natura e l’elemento fantastico costituito dai Migù con i loro poteri e la loro predisposizione alla discussione. I bambini un po’ più grandi avranno la possibilità di affrontare anche almeno alcuni dei temi più complessi evidenziati sopra. Giancarlo Zappoli

SPUNTI DI RIFLESSIONE

–          Rispetto e sfruttamento della natura.

A quali personaggi del film si collegano questi due atteggiamenti ecomportamenti?

–           Nella vicenda sono presenti il tema dello sfruttamento del lavoratore equello degli infortuni sul lavoro. In proposito cosa sostiene il film e tu che cosa ne pensi?

–          Cosa porta Mià a raggiungere il proprio obiettivo. Rifletti sulla determinazione personale della bambina e sulla collaborazione da parte di chi incontra nel viaggio.

–          Componenti realistiche e fantastiche nel film

 

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La volpe e la bambina (Età dai 7 anni)

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La volpe e la bambina

LA VOLPE E LA BAMBINA

Titolo originale Le renard et l’enfant Regia Luc Jacquet

Origine Francia, 2007 Durata 92’ Distribuzione Lucky Red3 5

In autunno, sulla montagna, una bambina dai capelli rossi incontra nel bosco una volpe selvatica che poi scappa via. La bambina torna sul posto a cercarla ma si fa male al piede. D’inverno, confinata in casa, la bambina pensa alla sua volpe, alla sua vita con un compagno, ucciso poi dal veleno dei cacciatori.

A primavera, la bambina la troverà rintanata e scoprirà i suoi cuccioli. Dopo lunghi appostamenti, disturbati da porcospini affamati, le due si rincontrano e diventano amiche. La bambina chiama la volpe “Titou”.

Un giorno, inseguendo la volpe sotto la pioggia, la bambina finisce in una grotta. Sarà salvata dai genitori dopo aver passato la notte su un albero. Le amiche si lasciano andare a giochi e scorribande nella natura, finchè la bambina non mostra alla volpe la sua casa con i genitori. Rinchiusa nella cameretta della bambina, però, la volpe ringhia, si ribella e corre, finché con un salto rompe il vetro della finestra e cade rovinosamente sul terreno. Ferita gravemente, sarà riportata tra i suoi piccoli.

Lentamente l’animale si riprende. Anni dopo, la bambina, ormai madre, racconta al figlioletto quell’amicizia, nella stessa cameretta d’un tempo.

Recensione

Il regista del sorprendente La marcia dei pinguini (2006), che è stato biologo prima di essere cineasta, continua a raccontarci gli animali dal loro punto di vista e a mostrarci quanto essi ci possano educare. Qui la protagonista è la volpe, onnipresente nelle favole d’ogni tempo (da Esopo a Fedro, da La Fontane ai fratelli Grimm) e considerata dall’immaginario popolare come dotata di caratteristiche umane: furbizia, invidia, avarizia. Jacquet s’ispira a un suo ricordo d’infanzia, quando ebbe un affascinante incontro con una volpe sulle montagne dell’Ain, nella regione francese del Rodano-Alpi dove egli è nato. Così confida:“Mi trovavo in una radura circondata d’abeti. La volpe non mi aveva visto, tutta presa dalla sua caccia. Provai il desiderio irrefrenabile di avvicinarmi. Lei mi guardò con una forza che mi sconvolse, poi fuggì. Questa è la prima scena del film. Un giorno ci s’imbatte in una volpe e trent’anni dopo si finisce per farne un film”.

La volpe e la bambina racconta, appunto, la nascita, gli ostacoli e lo sviluppo di un’amicizia quasi impossibile. Il risultato si pone tra il documentario naturalistico di fattura convenzionale e la favola ecologista a finalità pedagogica. Gli animali del film (dalla volpe a tutti i comprimari ovvero porcospini, rane, lupi, linci, orsi, cerbiatti, ricci, ermellini, ma anche uccelli e molti insetti) sono davvero protagonisti ma non solo: essi non sono mai né antropomorfizzati né parlanti come nella favole classiche. Il racconto è narrato in voice over dalla bambina (come ne La marcia dei pinguini, dove a doppiare è un personaggio televisivo; qui un’Ambra Angiolini mai invasiva né didascalica), ma il percorso è sempre di rispetto e ascolto verso l’animale, verso il suo ambiente naturale e la sua condizione diversa dall’essere umano. In questo racconto di formazione, lo stesso sviluppo psicologico della bambina si misura con il ciclo di vita della volpe e dei suoi simili: quindi esso sarà “stagionale” e “naturale”, modellato sul conflitto predatore-preda, sul corteggiamento, la sessualità e la maternità come sui rischi causati dall’uomo cacciatore e sull’opposizione cattività/libertà. Solo seguendo liberamente Titou, lontano dalle sicurezze (casa, genitori), la bambina può apprendere direttamente i comportamenti e il “carattere” della sua amica, nonché comprendere tutta la ricchezza della biodiversità. Come in una storia d’amore.

E come quando la piccola si smarrisce nello scenario molto affascinante delle grotte, finendo drammaticamente sola in una notte rischiarata dalla luna, poi protetta da tutti gli animali della foresta. La Natura può anche essere paurosa e crudele. Quindi il rispetto (l’amore) non deve prescindere dalla conoscenza reciproca e dalla coscienza delle differenze, anche se la volpe è un animale “di soglia”. Infatti, considerata un predatore in quanto animale selvaggio, la volpe è insieme molto curiosa e disposta ad avvicinarsi agli uomini e alle città.

La struttura classica della fiaba è rispettata ma è ribaltata dal punto di vista: l’eroina non è la bambina ma la volpe, com’è nel titolo. L’evoluzione fiabesca del racconto con la conquista della libertà, tra Avversari (lupi, orsi, linci e cacciatori) e Aiutanti, va considerata sempre dal punto di vista della volpe-eroina. Anche il finale un po’ sanguinolento, persino horror per qualcuno, è solo la dimostrazione dell’“irriducibilità” della volpe alla vita umana e alle sue convenzioni. La tragedia si fa parabola. È un passaggio utile a dare l’ultima lezione etologica alla bambina sulla libertà. “Non è possibile un’amicizia con la volpe senza fraintendimenti. Bisogna aspettarla”, dice la giovane madre al figlioletto.

Per quel che riguarda linguaggio e strumenti, Jacquet mescola tutte le tecniche del documentario naturalistico con quelle del cartone animato 2D e 3D, passando per il citazionismo dalla letteratura per l’infanzia (Peter Pan, Alice, Heidi, Pippi Calzelunghe, il Piccolo Principe, e altri). Carrelli, panoramiche, animazioni, trucchi, macrofotografia, microcamere nascoste, animali addestrati e selvaggi (trovati nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise), elicottero e pallone aerostatico per riprese aeree, steadicam, computer grafica: tutto serve a rafforzare il messaggio ambientalista, compresa la contemplazione lenta dei ritmi della natura e della vita degli animali. Il regista filma questi ultimi (un misto di volpi selvagge e addomesticate) e i paesaggi allo stesso modo, facendo immergere il nostro sguardo nei boschi e nelle grotte per abituarci all’oscurità come alla maestosità dei panorami. Il comportamento della bambina ha un tocco d’inattualità ma è tanto necessario in una società frenetica e inquinata come la nostra.

In tal senso la scelta di due location molto distanti tra loro, come le montagne francesi dell’Ain e il Parco Nazionale d’Abruzzo (in particolare, la Difesa di Pescasseroli e i Prati d’Angro nel comune di Villavallelonga), vale a ricreare un “ambiente ideale”, in una combinazione di pezzi diversi di Natura. Secondo il regista, La marcia dei pinguini racconta una storia già scritta dalla Natura, mentre La volpe e la bambina racconta la Natura vista dall’infanzia. Per questo c’è una mescolanza di messa in scena e riprese “rubate”: una parte selvaggia per rispecchiare i comportamenti della volpe e una parte di finzione per la bambina. Una troupe ha realizzato un documentario osservando per sei mesi le volpi selvatiche nel loro ambiente, adeguandosi ai tempi della Natura, passando notti al freddo con le cine-3 6 prese pronte, per stabilire un rapporto con gli animali. I materiali sono stati d’aiuto alla sceneggiatura, oltrechè alle riprese con le volpi. Ilfilm ha poi avuto una lavorazione durata per quattro stagioni (dall’autunno all’estate), a dimostrazione di una coerenza ambientalista tra mezzi e fini.

Elio Girlanda lombardiaspetacolo.com

SPUNTI DI RIFLESSIONE

• Quattro sono i punti di forza, presenti già ne La marcia dei pinguini: ruolo centrale della Natura come elemento drammaturgico; rapporto uomo-animale ribaltato rispetto agli stereotipi dell’animazione; struttura della fiaba a funzione ecologista; nascosta la forza visionaria degli effetti speciali. Tutto ciò è molto diverso dalla tradizione del cinema naturalistico, sia documentario che di finzione, quindi può risultare utile per l’educazione ambientale.

• Nelle inquadrature si lavora molto sui rapporti di scala:“Ho cercato di mantenere lo stupore dell’infanzia di fronte alla Natura d’una volta, popolata da orsi, linci e lupi”, dice il regista. La Natura vista dagli occhi di una bambina o di una volpe non è la stessa. I paesaggi cambiano dimensione, tutto diventa più impressionante e fantastico.

• All’inizio il comportamento della bambina è modellato su quello degli adulti: dal possesso all’astuzia, dalla caccia alla cattura. Poi il rapporto tra i protagonisti cambia quando sarà la volpe a invitare la bambina nel suo territorio. L’esplorazione si fa, allora, scoperta di meraviglie e contatto con le bellezze naturali. A far paura alla bambina sarà sempre la sua immaginazione, più che la presa di coscienza dei comportamenti

reali della piccola amica lombardiaspettacolo.com

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Super 8 (Abrams, 2011. Età dai 12 anni)

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RECENSIONE
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SINOSSI
Super 8
Un film di J.J. Abrams. Fantascienza, Ratings: Kids+13, durata 112 min. – USA 2011.

Ohio, estate del 1979. Nel tentativo di girare un scena particolarmente efficace per un film in super 8 da mostrare ad un festival provinciale, un gruppo di ragazzi è involontariamente testimone di un terribile disastro ferroviario dal quale “qualcosa” fugge.
La questione è talmente importante che la loro cittadina si riempie di militari intenti ad indagare mentre misteriosamente dalle case spariscono oggetti tecnlogici, persone e cani. Alla fine starà ai ragazzi riuscire a mettere insieme i pezzi di una storia che procederà comunque, con o senza il loro intervento, e dalla quale dovranno uscire vivi.
“Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù! Ma chi li ha?” dice Richard Dreyfuss nella scena finale di Stand By Me, riassumendo nel 1986 il senso di una stagione del cinema americano che si andava chiudendo dopo aver messo al centro dell’immaginario cinematografico il mondo della preadolescenza di provincia e aver creato un vero e proprio sottogenere. Cuore e motore di quell’ondata fu Steven Spielberg, a lui e ai primi film della sua Amblin Entertainment è esplicitamente ispirato Super 8.
Al suo terzo film J.J. Abrams gira la sua opera più complessa, l’unica in grado di fondere le molte diverse ossessioni della sua carriera anche televisiva. Partendo dall’idea di aderire agli stilemi e all’estetica di certo cinema spielberghiano (i ragazzi, le biciclette, la provincia, la fine degli anni ‘70, i problemi con i padri…), gradualmente Abrams contamina il suo film-omaggio di elementi personali. Invece che immedesimarsi totalmente e girare un film amblin al 100% Abrams sceglie di non rinunciare ai suoi controluce che provocano bagliori lenticolari, al suo gusto per la gestione del mistero, ai filmini d’epoca che rivelano segreti, al grande incidente o all’utilizzo di figure mostruose come metafora delle paure (come avveniva già nel Cloverfield da lui prodotto e nell’unica puntata di Lost di cui è stato regista, quella pilota).
Super 8 non va quindi considerato come la riproposizione di una storia e un modo di fare cinema vecchi di 30 anni, ma la messa in scena del cinema di Spielberg visto dagli occhi di Abrams. Infatti mentre nella prima parte il film abusa di topoi Amblin, nella seconda, quella in cui alla descrizione dello scenario si sostituisce l’avvicinarsi dell’incontro ravvicinato, comincia a dosare quello, applicandolo solo in certi punti (l’inquadratura rivelatoria della bacheca con tutti gli annunci di cani scomparsi e il particolare anatomico della creatura che si svela solo a distanza ravvicinata gridano Spielberg a squarciagola).
Se c’è invece qualcosa che davvero marca la separazione tra il cinema di oggi e di ieri, tra Abrams e Spielberg, è il modo in cui i due guardano al cielo. La meravigliosa speranza, poesia e commozione con la quale il regista di Incontri ravvicinati del terzo tipo aspettava i suoi alieni buoni è totalmente assente, al suo posto uno sguardo che più che essere rivolto in alto guarda in basso. Gli alieni moderni di Abrams hanno il medesimo ruolo di quelli di District 9 o Monsters, sono lo specchio delle barbarie umane e non delle loro aspettative più alte. Citazionismi e ricalchi a parte, alla fine il senso dell’operazione è dimostrato dalla capacità di raccontare una piccola storia che si inserisce in una più grande. Super 8 ha il merito di riuscire a ricongiungere trama e personaggi alla maniera di E.T.. Uno stile fondato prima di tutto su un casting a regola d’arte, che trova sei ragazzi perfetti per dare vita ai sei caratteri scritti su carta, tra i quali si distingue l’eccezionale Elle Fanning (sorella dell’altro prodigio Dakota Fanning, ma cosa danno da mangiare in quella famiglia?). E in seconda battuta concentrato a non perdere mai di vista la coerenza interna data dai caratteri infantili, volontà simboleggiata dal piccolo piromane (uno dei personaggi più riusciti) che anche nella più terribile delle situazioni si chiede dove siano le sue miccette. (Niola Mymovie)

RECENSIONE

Super 8 è il risultato di una filiazione poetica pienamente realizzata sia quanto ai modi di produzione, sia per quanto riguarda le forme della rappresentazione, sia, infine, per ciò che concerne i temi affrontati. Diretto da J.J. Abrams (forse più conosciuto in quanto autore e produttore televisivo, grazie alla tanto innovativa quanto fortunata serie Lost) Super 8 è allo stesso tempo prodotto da Steven Spielberg, vero e proprio demiurgo del cinema statunitense dalla metà degli anni Settanta in poi. Abrams – classe 1966, nato a New York ma cresciuto a Los Angeles, entrambi i genitori produttori televisivi – appartiene a quella generazione di americani (e non solo) che, adolescenti a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, sono cresciuti non solo con i film di Spielberg nelle vesti di regista (valgano per tutti due o tre titoli come Lo squalo, Incontri ravvicinati del terzo tipo, E. T. L’extraterrestre) ma anche e soprattutto con i moltissimi titoli prodotti dal geniale tycoon di Cincinnati: da Ritorno al futuro di Robert Zemeckis aGremlins di Joe Dante, da Piramide di paura di Barry Levinson a Casper di Brad Silberling. Di certo Super 8 per l’ancor giovane Abrams deve aver rappresentato il raggiungimento di un traguardo importante (e, probabilmente, il coronamento di un sogno) come quello di lavorare fianco a fianco non solo con uno dei più importanti produttori di Hollywood, ma anche con colui che ha ispirato un modo di concepire il cinema in quanto rappresentazione di un immaginario infantile e adolescenziale ingenuo e sognante nei contenuti ma con i piedi ben piantati per terra quanto a schemi produttivi e strategie di marketing.

Si racconta che Abrams, in compagnia dell’amico e sodale Matt Reeves (divenuto in seguito anch’egli regista) nel 1981, all’età di quindici anni, riuscirono a sottoporre al giudizio di Spielberg un cortometraggio, girato proprio in super8, ottenendo il plauso del regista e l’offerta di un lavoro estivo in una piccola produzione televisiva. Un viatico messo a frutto nel migliore dei modi dai due amici, nella realtà della loro crescita professionale e, nel caso di Super 8, messo in scena attraverso la narrazione delle vicende di sei amici preadolescenti con la passione per il cinema – horror fantascienza in testa – che decidono di girare un cortometraggio per partecipare a un piccolo festival e che, del tutto involontariamente, si trovano coinvolti in una serie di eventi a dir poco eccezionali. Non è casuale, dunque, la collocazione delle vicende narrate nel 1979, anno in cui il regista aveva all’incirca l’età dei protagonisti e, allo stesso tempo, fine di un decennio che aveva visto nascere un tipo di cinema come quello di Spielberg e George Lucas che si sarebbe sviluppato come vera e propria industria dell’entertainment negli anni Ottanta.

Se dal punto di vista dell’omaggio a quel cinema Abrams mette in campo non solo forme del racconto e stile della narrazione chiaramente spielberghiani, ma anche una straordinaria fotografia e un uso della cinepresa che ricalcano alla perfezione luci e movimenti di macchina tipici dell’epoca, per ciò che concerne la rievocazione dell’infanzia riesce a conferire ai personaggi ingenuità e freschezza ma, al tempo stesso, profondità e incisività del tutto inconsuete per il genere di riferimento. Del resto, fin dall’incipit il film non ci presenta la consueta immagine della provincia statunitense: se lo sfondo è quello delle solite villette con giardino ben curate, tipiche dei film mainstream americani, l’atmosfera è decisamente lugubre, con il giovane protagonista Joe alle prese con il lutto per la perdita della madre, morta in fabbrica per un incidente sul lavoro. La morte, il senso di perdita, l’abbandono, il conflitto tra genitori e figli aleggiano per tutto il corso del film, conferendo inusitato spessore a una trama che dovrebbe soltanto ricalcare gli stereotipi del monster movie. Stereotipi che, del resto, lo stesso Abrams, nelle vesti di produttore, aveva scardinato alcuni anni fa con il film Cloverfield (diretto dall’amico Reeves) nel quale il gigantesco mostro che attaccava una New York post-11 settembre, faceva la sua comparsa soltanto in alcune fuggevoli inquadrature riprese dalla telecamera digitale di uno dei protagonisti – sorta di aggiornamento della cinepresa super 8 degli adolescenti di questo film – formidabile epitome delle paure che agitano il nostro presente.

Così, se nella sua confezione esteriore il film rende nostalgico omaggio a un certo cinema degli anni Settanta, nei temi affrontati e nel risalto dato ai caratteri dei personaggi (tutt’altro che figurine unidimensionali) riesce ad affrancarsi da una sudditanza poetica nei confronti di quel cinema che oggi risulterebbe irrimediabilmente datata. Di certo anche nei film del maestro Spielberg lo sfondo famigliare non era mai neutro – si pensi all’assenza della figura paterna nella famiglia del piccolo protagonista di E. T. L’extraterrestre, alla famiglia disgregata dell’eroe di Incontri ravvicinati del terzo tipo, al padre problematico di Hook – Capitan Uncino – tuttavia mai in uno dei suoi film avevamo incontrato universi domestici così problematici e, allo stesso tempo, tanto verosimili nell’intreccio dei rapporti tra le figure del racconto.

Tutto il senso di Super 8 ruota, in fondo, intorno alla scena più straordinaria del film, quella in cui i cinque ragazzini, in compagnia della coetanea Alice (la straordinaria Elle Fanning, già interprete di Somewheredi Sofia Coppola), coinvolta nel progetto come interprete, inizialmente perplessa, poi sempre più partecipe ed entusiasta, si trovano presso una stazione ferroviaria in disuso per girare una delle sequenze del loro cortometraggio. Si prova la scena dell’addio tra il protagonista del “corto” e Alice nei panni della moglie di questi, con un’interpretazione straordinaria dell’attrice in erba, in lacrime al termine della sequenza (il perché di tanta empatia emergerà nel corso del film, dalle vicende personali della ragazzina). Il sopraggiungere di un treno è un’occasione troppo ghiotta per il giovanissimo cineasta che vorrebbe approfittare di quell’imprevisto per conferire maggiore realismo e allo stesso tempo più enfasi drammatica alla sequenza. Preparato il set alla meglio, azionato il motore della cinepresa Super8, dato il via agli attori che incominciano a recitare, accade l’incredibile: il treno si scontra con un’automobile che sta attraversando i binari e deraglia paurosamente, provocando un incidente ferroviario di proporzioni colossali che darà il via a una serie di eventi a catena che costituiscono forse la parte meno interessante del film, uno sfondo di vicende fantastiche e tremende allo stesso tempo che contrappuntano l’estate di un gruppo di ragazzini consapevoli di non essere più dei bambini ma non ancora degli adulti.

Il treno, dunque, come simbolo di un’età che fugge, di occasioni che passano e non ritorneranno, di addii immaginari come quello dei due protagonisti del cortometraggio, di incontri reali come quello tra Alice e Joe, di passioni come quella per il cinema, che nascono come un gioco ma si sviluppano in quanto strumento si rielaborazione della realtà (come nel caso del giovanissimo regista Charles), come mezzo per circoscrivere le proprie paure (è il caso di Alice) o per elaborare un lutto (come è per Joe). Il cortometraggio horror girato dai giovani protagonisti della pellicola, del resto, si presenta fin da subito tutt’altro che come un passatempo da bambini: invitati al banchetto funebre in onore della madre di Joe i quattro amici del ragazzino si chiedono se l’amico, toccato così profondamente dalla morte, sarà ancora disposto a partecipare alla lavorazione del cortometraggio, visto che si tratta di un film di zombie. I ragazzini gireranno il loro film utilizzando come sfondo il vero scenario del disastro ferroviario, ovvero proiettano ed esorcizzano le loro inquietudini su una dimensione reale, mettendo in scena il loro orrore metabolizzato attraverso citazioni cinematografiche e invenzioni sceniche ingegnose, in un tentativo non già di distrazione dal presente ma di appropriazione di una personale dimensione espressiva che dia un senso al loro disagio.

Allo stesso modo, anche Super 8 è qualcosa di più che un semplice prodotto di intrattenimento: non solo è un film che parla non superficialmente di conflitti tra genitori e figli, di famiglie problematiche, di adolescenza, del senso di perdita, di abbandono e di morte, ma anche di una fase della storia americana tutt’altro che semplice. Si tratta di accenni, indizi apparentemente casuali che fanno capolino dall’altoparlante di una radio lasciata accesa o dalle colonne di un quotidiano inquadrato di sfuggita che rimandano notizie sull’incidente nucleare di Three Miles Island, sugli ultimi rigurgiti della Guerra fredda, su quell’ottimismo reaganiano che mostrerà tutti i suoi limiti nei decenni a seguire e che nel film trovano la loro materializzazione non tanto nella mostruosità dell’essere alieno sfuggito al disastro ferroviario quanto nella costante presenza, per tutta la seconda parte del lungometraggio, di soldati in divisa che occupano militarmente oltre al villaggio che fa da sfondo alla vicenda anche la scena del film con un apparato di uomini e mezzi dalle dimensioni inquietanti.

Quanto il cortometraggio girato dai sei protagonisti sia tutt’altro che un pretesto per raccontare altro ma si costituisca in quanto elemento essenziale nell’economia di senso del film lo rivelano gli ultimi dieci minuti di Super 8: archiviato un finale in tutto e per tutto spielberghiano (qui l’omaggio a Incontri ravvicinati del terzo tipo e a E. T. L’extraterrestre si fa smaccato) che forse paga qualcosa in più del dovuto al patetico, ai titoli di coda vengono affiancate le immagini del cortometraggio finalmente montato e al quale è stato dato il titolo di The Case. Le riprese, che nel corso del film sembravano avere l’unica funzione di far progredire la linea narrativa principale, si costituiscono in quanto narrazione in se e per se coerente e conclusa, sia pur all’interno di – anzi forse proprio grazie a – una dimensione giocosa, appassionata e dissacrante. (Fabrizio Colamartino minori.it)

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Arrietty (età da 9 anni)

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SINOSSI
TRAILER & SCENE

SINOSSI

Sotto il pavimento di una grande casa situata in un magico e rigoglioso giardino alla periferia di Tokyo, vive Arrietty, una minuscola ragazza di 14 anni, con i suoi altrettanto minuscoli genitori. La casa è abitata da due vecchiette, che naturalmente ignorano la presenza di questa famiglia in miniatura.

Un giorno Sho, un ragazzo di 12 anni che deve sottoporsi a urgenti cure mediche in città, si trasferisce nella casa delle vecchiette. I genitori di Arrietty le hanno sempre raccomandato di non farsi vedere dagli umani: una volta visti, i piccoli abitanti devono lasciare il luogo in cui sono stati scoperti. L’avventurosa ragazzina, però, non li ascolta, e Sho si accorge della sua presenza. I due ragazzi iniziano a confidarsi l’uno con l’altra e, in breve tempo, nasce un’amicizia…

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UN REGALO

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IL PICCOLO MONDO

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Tin Tin (Spielberg, 2011)

Indice
Sinossi
Recensione
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Sinossi
Il film racconta la storia del giovane e curioso reporter Tintin (Jamie Bell) che si ritrova tra le grinfie del diabolico Ivan Ivanovitch Sakharine (Daniel Craig), convinto che abbia rubato un tesoro inestimabile legato al perfido pirata Red Rackham. Ma con l’aiuto del suo cane Milou, dell’arguto e irascibile Capitano Haddock (Andy Serkis) e dei detective pasticcioni Thompson&Thomson (Simon Pegg e Nick Frost), Tintin si ritroverà a viaggiare attraverso il mondo alla ricerca dell’Unicorno, una nave naufragata che forse nasconde la chiave di un’immensa fortuna e di un’antica maledizione.

Recensione
A metà strada tra Indiana Jones e gli spassosi film Pixar, Il segreto dell’Unicorno è un felice ritorno al puro cinema spielberghiano

Steven Spielberg è in gran forma. Lo si capisce subito, sin dai bellissimi titoli di testa di “Le avventure di Tintin: Il segreto dell’Unicorno”, una sequenza di disegni animati che ricorda molto quella già adoperata nell’ottimo “Prova a prendermi”. Come se il regista si fosse tolto di dosso quello strato di polvere accumulato nell’aver esplorato per la quarta volta le avventure del suo archeologo con la fedora.
Il suo “Tintin” parte al galoppo e convince immediatamente gli spettatori meno aperti verso questa nuova operazione cinematografica: ci vogliono una manciata di secondi per accettare o dimenticare che il film sia stato realizzato in motion-capture. Ogni dubbio viene spazzato via: se da una parte la pellicola onora le storie fumettistiche di Hergé (che ancora oggi continuano a vendere milioni di copie nelle regioni francofone), dall’altra questo “Tintin” ha la freschezza – e a tratti la genialità – di alcuni lungometraggi Pixar che hanno fatto breccia nei cuori.
Ma il protagonista di questa storia non è un supereroe, piuttosto un giovane coraggioso e guidato dalla sua voglia di esplorare, di fare domande e di non voltarsi mai indietro. Un alterego del regista in altre parole, un uomo che non smetterà mai di mettersi in gioco e di vincere tutte le sue sfide grazie alla sua arma segreta: quella di inseguire le sue passioni. Tintin non è un semplice disegno generato al computer, sotto tutti quei Pixel ci sono carne e sangue e batte un cuore, quello dei suoi protagonisti. Ed è arrivato il momento di dare un Oscar a Andy Serkis, pionere del mo-cap che nei panni di Haddock ci regala un personaggio imbattibile in spessore e comicità fisica (sono tutte sue le gag alla Jacques Tati).
L’altro protagonista è lo spettacolo, orchestrato dalle musiche avvincenti di John Williams (sebbene non ci siano più i suoi temi da fischiettare come si faceva una volta), e messo in scena come un gioco al rilancio (la sequenza dell’inseguimento in sidecar ne è l’esempio perfetto). La miscela spielberghiana funziona nel solito meccanismo del suo cinema: azione, avventura, spettacolo e una dose extra di commedia, perché nel suo mondo si cresce, si affrontano le paure, ma si rimane sempre come dei ragazzini. Questo avvincente “Segreto dell’Unicorno” – molto probabilmente il primo di una saga sviluppata insieme a Peter Jackson – è uno spettacolo promosso a pieni voti. Un’avventura ambientata in giro per il mondo, sull’acqua, nel deserto, tra le nuvole, dove ovviamente non mancano le esplosioni. Come è successo a Cameron, anche Spielberg alza il tiro dell’immaginazione grazie alle nuove tecnologie, facendo del cielo il suo limite. Ecco perché, semplicemente, Tintin non può fallire. (Pierpaolo Festa film it)

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Il castello errante di Howl (animazione, età dai 9 anni)

Inghilterra, fine Ottocento. La piccola Sophie lavora nel negozio di cappelli appartenuto al padre deceduto e viene tiranneggiata dalla madre a caccia di nuovi mariti. Casualmente, incontra il bellissimo mago Hawl, in fuga dagli scagnozzi della perfida strega delle terre desolate. Quest’ultima, mossa da invidia, trasforma Sophie in una vecchietta novantenne. La claudicante nonnina si mette alla ricerca del famigerato castello errante di Howl, l’unico in grado di liberarla dall’incantesimo. Ma sarà il potere dell’amore a farle riassumere l’antico sembiante e a far ravvedere la regina guerrafondaia.

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KIRIKOU E LA STREGA KARABA (animazione, età dai 6 anni)

Il film offre numerosi spunti per discutere e riflettere su:
– la nascita, la crescita, la capacità di diventare autonomi e indipendenti
– il coraggio di affrontare le difficoltà, di superare prove, di misurarsi con ostacoli
– le paure e i desideri infantili
– l’importanza del gruppo e il ruolo che ogni singolo può avere nel gruppo
– le metamorfosi nella fantasia e nella realtà
– le domande dei bambini, le risposte degli adulti

Stand by me. Ricordo di un’estate (film, età dai 10 anni)

di Rob Reiner (1986), 89′

Sinossi

A Castle Rock, una piccola città dell’Oregon, era il 1959.

A raccontare la storia è Gordon Lachance, uno scrittore che ha appreso della morte di Chris Chambers, il miglior compagno della sua giovinezza. Gordie, Chris, Teddy e Verne apprendono che lungo i binari della ferrovia, a molti chilometri da lì, giace il cadavere di un ragazzo, Ray Brower, investito dal treno. I quattro amici decidono di andare alla ricerca del corpo, senza avvertire le rispettive famiglie, con le quali hanno tutti un pessimo rapporto. Gordie è un ragazzo sensibile, uno scrittore in erba tormentato dalla morte prematura del fratello maggiore Danny. Chris ha una saggezza inconsueta per la sua età. Teddy è il pazzerello del gruppo, mentre Vern è un grassottello pauroso e imbranato.

I quattro riusciranno a trovare il cadavere solo dopo aver superato diverse prove, alcune molto impegnative, come quella finale contro una banda di ragazzi più grandi.

Il tema centrale del film è l’amicizia. È dal ricordo di un’amicizia eccezionale, infatti, che nasce nel protagonista adulto la voglia di raccontare la storia vissuta un tempo insieme ai suoi tre piccoli amici. Il film stesso si chiude su una considerazione del personaggio intorno al carattere delle amicizie che si hanno negli anni dell’infanzia e della preadolescenza.

Del resto, lo ricorda lo stesso Gordie nel suo racconto, il periodo dell’esistenza attraversato dai protagonisti è quello in cui non si pensa ancora alle ragazze. Tutti i pensieri dei ragazzini sono dunque dedicati all’avventura e alla fantasticheria.

Il viaggio attraverso un paesaggio naturale incontaminato, alla ricerca del cadavere, non potrebbe costituire un’occasione migliore per realizzare concretamente un’avventura prima soltanto sognata, in cui ciascuna tappa diventa il tassello fondamentale di un percorso di crescita e formazione vissuto dai personaggi. Essi vengono chiamati ad affrontare e superare una serie di prove da ciascuna delle quali impareranno qualcosa di nuovo. Ma non tanto rispetto a una prospettiva pratica e materiale, quanto piuttosto rispetto alla sfera esistenziale e morale. Un po’ alla volta Gordie, Chris, Teddy e Vern attraversano livelli diversi di consapevolezza. Dapprima scoprono la differenza che intercorre tra il mito e la realtà. Quindi iniziano a prendere coscienza del fatto di dover decidere da soli senza più l’aiuto di nessuno e si confrontano con l’idea di un futuro incerto. Sperimentano quindi la paura, il dolore fisico legato alla sessualità, la visione della morte. Nel giro di un paio di giorni sono chiamati a crescere più di quanto non avevano fatto nel resto della loro vita.