Tag: genitorialità

  • LO ZAINO DI EMMA

    LO ZAINO DI EMMA

    1. sindrome-di-down-zaino-di-emma-cover-libro-martina-fuga-kuG-U5059661931hkH-329x493@IoDonna

    LO ZAINO DI EMMA

    Fuga Martina

    Editore Mondadori Electa

    Pubblicato 17/11/2014

    Pagine 141

     

       indice

    1) Sinossi

    2)L’autrice

    3)Intervista

    4)pagina facebook e sito

     

    1)Sinossi

    “Molti pensano che la disabilità di un figlio sia un dono, ma chiedetelo ai nostri figli. La sindrome di Down non è un dono, mia figlia è un dono, ma per com’è lei, non per la sindrome. Non posso fare a meno di chiedermi come sarebbe se… e non me lo chiedo per me, me lo chiedo per lei! Io di quello zaino sulle spalle di Emma posso anche farmi carico, ma fino a che punto? Non posso portarlo io al suo posto! Un giorno lei vorrà toglierselo quello zaino e io dovrò spiegarle che non è possibile. Quel giorno sarà il più difficile della mia vita.” Martina Fuga, mamma di una bimba con sindrome di Down, racconta la sua storia di vita possibile. Ricordi, episodi, riflessioni si snodano lungo il percorso di accoglienza della disabilità della figlia iniziato quasi dieci anni fa. Nelle istantanee di vita narrate in una prosa asciutta ed essenziale si alternano difficoltà e conquiste, dolore e coraggio, paura e fiducia nel futuro, in un equilibrio delicato che la vita spesso impone. Lontano da intenti buonisti, spietato come la verità sa essere, Lo zaino di Emma racconta lo straordinario rapporto che lega una madre a una figlia e offre spunti di riflessione a chiunque si interroghi sul senso vero della vita.

    2) L’autrice

    Martina Fuga è nata a Venezia, si è laureata in Lingue Orientali all’Università Ca’ Foscari di Venezia ed è stata direttore generale di Arthemisia, una società di produzione mostre. Ha organizzato tra le altre le mostre di Hokusai (Milano 1999), Rothko (Roma, 2007), Hopper (Milano, 2009). Dal 2010 è professore a contratto del Master “Progettare cultura” dell’Università Cattolica di Milano e dal 2012 amministratore di Artkids, un progetto che si propone di avvicinare i bambini al mondo dell’arte.

    Dal 2012 collabora con Ballandi Arts alla redazione di documentari d’arte in onda sui SkyArte. Appassionata di running, è sposata con Paolo Orlandoni, portiere dell’Inter, da cui ha avuto tre figli Giulia, Emma e Cesare. Emma è affetta dalla sindrome di Down e l’esperienza di questa maternità, che Martina vive con passione e amore, l’ha portata ad impegnarsi nel mondo dell’associazionismo – è presidente di Pianetadown Onlus, membro del comitato di gestione del CoorDown, e consigliere di AGPD Onlus Milano – e a raccontare la sua storia. È autrice della pagina facebook Emma’s friends e del blog Imprevisti

    3) Intervista

    Cosa l’ha spinta a scrivere il libro “Lo zaino di Emma”?
    In verità sono state due le spinte, una dall’interno e una dall’esterno.
    Ho sempre scritto, scrivevo di me, dei miei pensieri e delle mie emozioni. Per lo più per mettere ordine dentro di me e per fissare ricordi, ma quando è nata Emma la cosa è diventata quotidiana, era una specie di terapia autogestita. Avevo una matassa nello stomaco da districare, una rabbia da gestire, emozioni da contenere… E l’ho fatto attraverso la scrittura. Questi fiumi di parole ad un certo punto ho cominciato a condividerli su facebook e poi sul blog e il confronto che le altre persone, spesso sconosciute, mi ha fatto un gran bene e molti di loro mi hanno dato riscontri altrettanto positivi.
    Ma la spinta esterna è stata la vera ragione per cui oggi “Lo Zaino di Emma” è in libreria: è stato infatti l’editore Mondadori Electa nella persona di due persone eccezionali che mi hanno chiesto di scrivere il libro. Io avevo grossi dubbi, lo trovavo inutile e anche un po’ esibizionista, ma poi proprio in quei giorni ho incontrato una neo-mamma che mi disse che le cose che aveva letto su facebook e sul blog la stavano aiutando molto, così mi sono ricordata delle letture che avevo fatto alla nascita di Emma e di quanto sostegno, fiducia e coraggio mi avessero dato nell’entrare in quel mondo. Così ho colto l’occasione …

     

    A chi consiglierebbe il libro?
    Beh non dovrei dirlo io… io pensavo di scrivere per un pubblico ristretto, diciamo familiari di persone con sindrome di Down, ma mi sono resa conto dalle lettere che ricevo che è un libro per genitori in generale, in fondo non parlo solo di Emma, parlo anche molto dei suoi fratelli e della mia esperienza di mamma in generale. Poi ho una speranza… che lo leggano più persone possibili, non tanto per il successo del libro che non è la ragione per cui l’ho scritto, ma perché vorrei che tutti sapessero cos’è davvero la sindrome di Down e come si vive con un figlio disabile, perché mia figlia ma con lei tutti i ragazzi con disabilità possano essere guardati senza pregiudizi.

     

    Cosa ha pensato quando ha saputo che Emma aveva la sindrome di Down?
    Lo racconto a fondo nel libro, ora è davvero difficile sintetizzare il tutto in poche parole, ma all’inizio io ero solo preoccupata della salute, mi avevano fatto un quadro complicato di potenziali patologie connesse alla sindrome e io temevo che Emma non stesse bene, ma la vita è stata generosa con lei e le ha dato un’ottima salute sin dal primo giorno.
    La notte mi sono persa in pensieri bui, pensavo a tutto quello che non sarebbe stata a quello che non sarebbe stata capace di fare, ma mi sbagliavo, oggi posso dire che sono davvero poche le cose che gli sono state precluse a priori a causa della sindrome! in futuro, vedremo…

     

    Emma ha trovato o trova difficoltà fuori dalle relazioni familiari?
    Emma vive un contesto di relazioni molto ricco, a scuola, in famiglia, nelle attività sportive ed è circondata da tante persone che la conoscono, le vogliono bene e la sostengono, e direi anche la proteggono, quindi faccio fatica a parlare di difficoltà. Le difficoltà più grandi insorgono per lo più fuori del nostro contesto, in vacanza o quando usciamo da ambienti che frequentiamo abitualmente. Emma ha una significativa difficoltà nel linguaggio e quindi spesso la prendono in giro o le fanno notare di non capirla e per lei, che ci mette tanto impegno per esprimersi, è molto frustrante.

     

     “Una gioia immensa!…Emma era finalmente tra le mie braccia”, leggendo il libro emerge molto forte che sua figlia è una “forza della natura” capace di dare molto nella relazione con la madre, ma cosa riceve Emma di prezioso ogni giorno dalla madre?
    Non so davvero rispondere… Io ci sono e questo è tutto. Credo sia molto ma mai abbastanza. Credo che nessun genitore sia mai abbastanza per i suoi figli. Mi guardo intorno e credo che facciamo tutti sempre e solo del nostro meglio, ma i nostri figli hanno bisogno di molto di più, tutti. Più sguardo addosso, più abbracci, più giochi insieme, più spazio dentro di noi… Credo che dovremo aspettare qualche anno e chiederlo ad Emma.

     

    Lei ha scritto che considerava Emma bisognosa di tutte le sue attenzioni, pensa che Giulia e Cesare si siano sentiti in qualche momento non al centro delle attenzioni materne?
    Sì, purtroppo sì. Cesare soprattutto che è nato 15 mesi dopo Emma, ma anche Giulia che siccome è grande viene sempre dopo oppure può fare da sola. Purtroppo con questo senso di colpa conviverò per il resto dei miei giorni anche perché i figli sono cartine di tornasole e te ne accorgi presto quando si sentono invisibili. Ma si fa del proprio meglio e ho imparato a ritagliarmi spazi esclusivi per tutti i miei figli e dare ad ognuno le attenzioni che desiderano. Poi penso che avere dei fratelli insegni soprattutto questo: condividere. Condividere spazi e cose, ma anche amore ed è un valore importante da imparare.

     

    Quando Emma ha visto il libro cosa ha detto?

    Ha fatto uno dei suoi sorrisi sornioni e ha detto: “Lo sapevo!!!”
    Fa così quando è in imbarazzo e vuole togliersi dall’imbarazzo. Le avevo accennato al libro e, barando, le ho detto che avevo scritto un libro sulla nostra famiglia e un po’ di più su di lei e per questo l’avevo messa in copertina, ma lei ha dei momenti di assoluta consapevolezza, molto di più di quanto io mi aspetti e ha sorriso come per dirmi: “non me la racconti…”
    Ora la cosa la diverte, si sente un po’ una star e firma autografi nel cortile della scuola. Non è quello che volevo, ma è una cosa che non posso controllare, spero solo che piano piano finisca e soprattutto che lei un giorno non si dispiaccia che io lo abbia fatto.

     

    Quanti anni ha adesso Emma e cosa fa di bello?
    Emma ha 9 anni e mezzo, frequenta con soddisfazione la IV elementare e un corso di danza. Nuota come un pesce, ma non ha ancora imparato ad andare in bicicletta! Sorride sempre, è forte, determinata e piena di fiducia verso la vita. E’ una ragazzina felice questo mi sento di dirlo, ha una vita ricca di amore e di complicità con i suoi fratelli e i suoi amici. Spero solo che fra qualche anno potrò continuare a dirlo…

     

    4) Pagina facebook e sito

    pagina facebook Emma’s friends

    Blog IMPREVISTI

    Download QRPrint QR
  • Mommy

    Mommy

    MOMMYMommy

    Un film di Xavier Dolan.

     Ratings: Kids+16,

    durata 140 min. – Francia, Canada 2014.

     

     

     

    1. SINOSSI
    2. RECENSIONE
    3. SCENE DEL FILM

     

    1) SINOSSI

    Una madre vedova, allevando da sola il figlio, un turbolento quindicenne , trova nuova speranza quando una vicina misteriosa si inserisce nella sua famiglia.

     

    2) RECENSIONE
    Mommy è la storia di un rapporto madre-figlio, un amore fusionale, totale e ovviamente melodrammatico, tra un ragazzo con un bel po’ di problemi caratteriali e una donna vedova, single e nevrotica. I due vanno a vivere insieme in una nuova casa in un quartiere povero, un suburbio di un’anonima città del Quebec, litigano furiosamente e altrettanto furiosamente fanno pace, conoscono la vicina di casa – un’insegnante in anno sabbatico, ipersensibile al limite dell’implosione ma affettuosa – che diventa una sorta di presenza organica di questa famiglia di strambi allegri infelici.

    Qualche giorno fa sono andato a vedere Mommy; era il secondo o il terzo giorno di programmazione, sono entrato allo spettacolo delle 22.20 in un cinema medio grande romano. Ero con due miei amici, e in tutto il cinema c’erano altri cinque spettatori. L’odore dei popcorn lasciati sul pavimento da quelli dello spettacolo delle 20 faceva sembrare ancora più triste un cinema così vuoto, come mi rendevo conto che era abbastanza deprimente – oltre che insensato – vedere Mommy doppiato (nonostante la bravura dei doppiatori) e non nel francese québécois; ma nelle otto sale dove era proiettato a Roma, non ce n’era nessuna che lo dava in versione originale.

    Nonostante tutto ciò, è difficile non considerare – lo fanno tutte le top ten – Mommyuno dei migliori film dell’anno, un quasi capolavoro, un’opera incredibile se si considera che il regista Xavier Dolan è uno che ormai è perfino stucchevole reputare un enfant prodige (a 25 anni ha realizzato cinque film non così piccoli, uno più bello dell’altro, il primo a 19 anni su una sceneggiatura scritta a 17) ed è difficile non ammettere la bellezza di Mommy fin dal primo minuto.

    Ossia fin da quando Dolan decide di restringere lo schermo a un quadrato. Una dimensione 1:1 invece di un 4:3 o di un 16:9, due barre di nero al lato dunque che producono subito due effetti. Primo, farci sentire attraverso questo piccolo stratagemma il senso di artificio rispetto a quello che stiamo vedendo; secondo, stringere il fuoco intorno agli attori come a volerli placcare – una camera piazzata addosso.

    Da questo quadrato e da una scritta in sovraimpressione parte Mommy. Nella scritta in sovrimpressione si dice che siamo nel futuro prossimo (giusto il 2015) di un Canada appena appena distopico, dove è possibile per genitori con figli problematici affidarli a (leggi: internarli in) ospedali psichiatrici appositi. Questo duplice artificio – visivo e narrativo – compie una magia: riesce a rendere per contrasto immediatamente vitale, iperrealistico, quello che accade nel quadrato.

    E dentro la cornice del quadrato c’è tutto. Subito: ci sono luci che entrano in campo in modo invadente, riverberando come una pioggia solare (siamo dalle parti di Terrence Malick, per capirci). E c’è appunto il corpo di DDD, Diane “Die” Després – una donna senza lavoro, sfortunata, spiccia, arrogante, cafona – che si va a riprendere suo figlio Steve da una specie di riformatorio: suo figlio iperattivo, ingestibile, che ha appena massacrato di botte un compagno. Che farne di questo figlio impossibile? Quando lo vediamo comparire in scena, un clamoroso Antoine-Olivier Pilon, capiamo che la risposta di Diane può essere solo una: rimanere soggiogati dalla sua invadenza. Lei lo ama alla follia, lui ricambia. Più edipici di qualunque Edipo, si insultano e si abbracciano, si stuzzicano e si giurano amore eterno, si picchiano e si perdonano. (“Ma noi ci amiamo ancora, vero?” “Certo, è la cosa che ci riesce meglio”).

    Basterebbero i loro bisticci continui, le risate spanciate, le voci urlate, a ingombrare tutto il film, come accade a Diane e Steve con il loro appartamento messo a soqquadro una scena sì e una no, e come accade a noi spettatori distratti dalla recitazione esplosiva di Anne Dorval e Antoine-Olivier Pilon. Ma poi dentro il quadrato, Dolan sa che può osare, e inserire tutto ciò che ha a portata di mano. Quindi, come a saturare lo spazio disponibile, getta dentro da subito un sonoro sporco e onnipresente (rumori di chiavi, chiacchiericcio, traffico…) e una presenza musicale schiacciante, autoradio in sordina e volumi che si alzano e si abbassano e stereo a palla che si sovrappongono a altre fonti musicali e alle volte si sovrappongono anche a una colonna sonora già di suo invadente, cafonissima, iper-pop: i brani più sputtanati di Craig Armstrong, Dido, Counting Crows, Lana Del Rey, Oasis. (qui un’intervista sul rapporto con la musica di Dolan).

    Ma tutto questo eccesso – la recitazione iperemotiva, la camera attaccata ai corpi (più di Gus Van Sant, più dei Dardenne, più della televisione-verità), i grandangolari, i primissimi piani, sequenze di volti come una serie continua di fototessere, campi e controcampi quasi da soap, la musica a cascata… – ancora non basta a Dolan per creare una sua estetica compiuta e ammaliante. Occorre la fotografia di André Turpin, che satura anche lui: gli esterni allagandoli di luce solare che alle volte ci mostrano una sorta di apocalisse tropicale in Canada, e le scene d’interni virandole al verde, al giallo ocra, al rosso, al dorato, al blu elettrico… Oppure, come una specie di scommessa da genio, reinventandosi completamente i toni del film in una scena in cui si dice che è appena avvenuto un black-out e i personaggi si muovono in una penombra bluastra.

    E ancora: una sapienza di montaggio (sempre Dolan, che firma regia, sceneggiatura, produzione, costumi, e montaggio appunto) per cui i non detti, le elisioni, le omissioni sono lasciati alla sceneggiatura, mentre se c’è qualcosa che ci viene mostrato, noi lo ipervediamo. Clinicamente, senza pudore. Ed ecco per esempio l’uso, l’abuso del ralenti, che è una cifra stilistica di Dolan (qui e qui un paio di meravigliosi esempi presi anche dai suoi precedenti film)

    Perché accade tutto questo in Mommy e non ci sembra di avere a che fare con un prodotto kitsch o addirittura con il bluff di un bravo videoclipparo?

    Nelle interviste dopo Cannes, dove ha vinto il premio speciale della giuria ex aequo con Jean-Luc Godard, Dolan recitava onestamente la parte di quello che non ha mai visto i film di Fassbinder o Cassavetes (a cui viene facile, è vero, di accostarlo) e che con grande naturalezza dichiara che Godard non ha praticamente nessun posto nella sua ispirazione, occupata da gente come Jane Campion o Wong kar wai ma anche e soprattutto da Peter Jackson e da James Cameron, le scene iniziali delSignore degli anelli o quelle sul ponte del Titanic i suoi feticci.

    E allora, come è possibile che da queste naïveté, da questo consumista radicale di immagini, possa venire fuori un lavoro così raffinato? Dolan è seduttivo e geniale perché arriva a ridefinire che cos’è il pop, e lo fa come se la storia del cinema non esistesse e fosse stata sostituita da una specie di continua rappresentazione diffusa: lì il suo inconscio si è formato, tra i riferimenti commerciali degli anni novanta.

    E da regista cresciuto nel mondo di YouTube e film in streaming, non ha soggezione nei confronti di nessuno, né desiderio di emulazione. Dolan è più libero di quella generazione di registi iconoclasti come Tarantino e Almodóvar, perché non rielabora, non usa il grottesco, o l’ironia, e non rovescia nemmeno il melò per rifarlo in salsa gay. Dolan letteralmente dilaga, è bulimico, incontenibile, fa tutto, e vuole tutto. Questa è la sua forza.

    Ci sono tre scene – e qui spoilero un bel po’ – in cui questa potenza dilagante, questo debordamento estetico arriva a inondare lo spettatore, che a quel punto o si ritrae oppure si lascia sommergere. La prima arriva quando Steve in skate e le due donne, Die e Kyla, la vicina (Suzanne Clément, strepitosa anche lei), in bici escono per il quartiere; la camera li segue incalzata dalla musica (Wonderwall, Oasis) che batte sullo schermo e lo deforma letteralmente: Steve allarga le braccia e per un istante il formato quadrato si apre e ingloba tutto. Vi sarà capitato in vita vostra di volervi mangiare il mondo?

    Il coraggio formale di Dolan, il suo sostanziale fregarsene di regole che non rispondano a un’emotività dello sguardo, opera un meraviglioso errore di grammatica cinematografica: la musica diegetica diventa extradiegetica. Ciò che potrebbero sentire solo loro tre a un certo punto diventa ciò che potremmo sentire solo noi spettatori.

    La terza è quando Steve accompagna la madre a un appuntamento con un uomo in un locale dove fanno il karaoke e Steve decide di cantare Bocelli, Vivo per lei, mentre una gelosia bruta, terminale, distruttiva se lo divora nota dopo nota. (Qui capite bene, il non-senso del doppiaggio raggiunge delle vette quasi comiche).

    In questi tre momenti la richiesta che Dolan fa allo spettatore non è più il suo coinvolgimento, ossia l’adesione a un’estetica febbrile. Ad un certo punto, io ho sentito che Dolan voleva essere amato, che noi quattro gatti in sala gli restuissimo l’amore che lui stava dando senza risparmio ai suoi personaggi, complicati e spesso detestabili, ma di una fragilità tale da non poterci permettere nessun distacco nei loro confronti. Si sono affidati completamente a noi.

    E perché questo? A che serve quest’amore? Per poterlo avere alla nostra portata in una scena verso il finale, quando Die è rimasta sola, in casa, senza Steve e senza Kyla, quando questa saturazione che abbiamo visto per due ore si rovescia nel suo ovvio opposto: un senso di solitudine infinita e agghiacciante. Una casa deserta senza un suono, con una luce troppo neutra.

    Mommy che fino a un secondo prima ci poteva sembrare uno struggente melodramma con un juke-box sotto, ci rivela il suo carattere invece di cinema sociale: più Ken Loach che Baz Luhrmann. E capiamo che Dolan non voleva fare un film solo su un devastante rapporto madre-figlio, ma provare a pensare come la crisi economica delle famiglie dal reddito basso monoparentali porti una sorta di distopia di massa, in cui i disagi sociali vengono oggi farmacologizzati e in futuro prossimo magari ospedalizzati. Tutte le famiglie infelici finiscono per assomigliarsi, con le stesse prescrizioni terapeutiche.

    Per questo ci viene da amare Die. Anne Dorval è un mostro di bravura e le dipinge sul volto di una smorfia terribile, un raggrumarsi dei nervi che si tiene senza esplodere in una tensione spaventosa. Per un attimo ogni artificio scompare, e vediamo solo il vuoto.

    Una performance attoriale così intensa della disperazione recentemente l’ho vista forse incarnata da Juliane Moore in Maps to the stars o da Naomi Watts inMulholland Drive o, per andare più indietro, da Gena Rowlands in Una moglie. Ma qui stiamo già citando John Cassavetes, e Dolan giustamente mi farebbe una pernacchia. Christian Raimo internazionale.it

     

     

    3) TRAILER

    SKATEBOARD

    Download QRPrint QR
  • Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre

    Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre

    telemaco

    Il complesso di Telemaco.

    Genitori e figli dopo il tramonto del padre

     

    Autore Recalcati Massimo
    Prezzo € 14,00 –  2013, 153 p.

    Editore Feltrinelli (collana Serie bianca)

     

    INDICE

    – Recensione

    – anteprima di alcune pagine

    – video

     

     

     

     

     

     

    Recensione 

    Edipo e Narciso sono due personaggi centrali del teatro freudiano. Il figlio-Edipo è quello che conosce il conflitto con il padre e l’impatto beneficamente traumatico della Legge sulla vita umana.

    Il figlio-Narciso resta invece fissato sterilmente alla sua immagine, in un mondo che sembra non ospitare più la differenza tra le generazioni. Abbiamo visto cosa significa l’egemonia del figlio-Narciso: dopo il tramonto dell’autorità simbolica del Nome del Padre, il mito dell’espansione fine a se stessa ha prodotto la tremenda crisi economica ed etica che attraversa l’Occidente.

    Le nuove generazioni appaiono sperdute tanto quanto i loro genitori. Questi non vogliono smettere di essere giovani, mentre i loro figli annaspano in un tempo senza orizzonte, soli, privi di adulti credibili. Esiste un al di là del figlio-Edipo e del figlio-Narciso?
    Esiste un al di là della guerra tra le generazioni e dell’individualismo senza speranza?

    Telemaco, il figlio di Ulisse, attende il ritorno del padre; prega affinché sia ristabilita nella sua casa invasa dai Proci la Legge della parola. In primo piano non è qui il conflitto tra le generazioni (Edipo), né l’affermazione edonista e sterile di sé (Narciso), ma una domanda inedita di padre, una invocazione, una richiesta di testimonianza che mostri come si possa vivere con slancio e vitalità su questa terra.
    Nel nostro tempo nessuno sembra più tornare dal mare per riportare la Legge sull’isola devastata dal godimento mortale dei Proci. Il processo dell’ereditare, della filiazione simbolica, sembra venire meno e senza di esso non si dà possibilità di trasmissione del desiderio da una generazione all’altra e la vita umana appare priva di senso. Eppure è ancora possibile, nell’epoca della evaporazione del padre, un’eredità autenticamente generativa: Telemaco ci indica la nuova direzione verso cui guardare, perché Telemaco è la figura del giusto erede. Il suo è il compito che attende anche i nostri figli: come si diventa eredi giusti? E cosa davvero si eredita se un’eredità non è fatta nè di geni nè di beni, se non si eredita un regno?

     

    sfoglia il libro

     

    Il complesso di Telemaco” di Massimo Recalcati

    Download QRPrint QR
  • NONNI ADOTTIVI. Mente e cuore per una nonnità speciale

    NONNI ADOTTIVI. Mente e cuore per una nonnità speciale

    nonni-adottivi-mente-e-cuore-per-una-nonnita-speciale-206709

    Nonni adottivi.

    Mente e cuore per una nonnità speciale

    Autori e curatori Milena Dalcerri , Anna Colombo , Sonia Negri
    pp. 160, 1a edizione 2014

    Prezzo: € 19,00

    – Presentazione libro

    – Indice

    – Le autrici

    – Intervista a Sonia Negri

     

     

     


     

    PRESENTAZIONE LIBRO

    L’adozione è un modo del tutto speciale per diventare nonni. 
    Attraverso percorsi inaspettati, talvolta tortuosi e faticosi, i nonni adottivi testimoniano un’esperienza di vita ricca di soddisfazioni e di felicità.
    In queste pagine sono raccolte le loro storie: le preoccupazioni che avevano prima di incontrare i loro nuovi nipotini, le emozioni che vivono insieme a loro e le sfide impegnative che affrontano tutti i giorni.
    Partendo dai racconti e dai sentimenti dei nonni, le autrici hanno evidenziato gli aspetti affettivi trasformandoli in significativi spunti di riflessione teorica sull’adozione e i suoi nodi critici. Ne è nato un libro per coloro che si stanno preparando ad accogliere un nipote di cui ancora non sanno nulla e per nonni adottivi che desiderano confrontarsi con chi vive la loro stessa esperienza.
    Ma è anche un libro per le coppie, che desiderano coinvolgere le proprie famiglie nella loro scelta adottiva, e per gli operatori dell’adozione, i quali sanno bene che i bambini – per crescere sereni e felici – hanno bisogno di una famiglia, nonni compresi!
    É dunque un libro per tutti, in grado di parlare in particolare a coloro che sanno ascoltare con la mente e con il cuore.


     

    INDICE

    Mario Zevola, Prefazione
    Anna e Sonia, Milena, 
    Premessa
    Introduzione
    Parte I. Nonni adottivi
    Diventare nonni adottivi
    (Ruolo dei nonni in famiglia; Un modo particolare di diventare nonni)
    Lavorare con i nonni adottivi
    (L’esperienza dell’Associazione Petali dal Mondo; “… e adesso parlano i nonni”; “Aspettare un nipote adottivo”; “Nonni di cuori”; Commenti sul lavoro di gruppo; Commenti dei nonni; Commenti della conduttrice; Un’iniziativa destinata a crescere)
    La ricerca e la raccolta del materiale
    (L’analisi del materiale raccolto; Informazioni sui nuclei familiari; Alcune considerazioni conclusive)
    Parte II. I nonni adottivi si raccontano
    Aspettare un nipote adottivo
    (L’attesa; L’incontro)
    Nonni come radici
    (Costruire un senso di appartenenza; Rispettare le origini del bambino; Dare nuove radici)
    Nonni biologici e nonni adottivi: differenze e somiglianze
    (Parlare di diversità; Difficoltà e preoccupazioni per il futuro; Nonni speciali e nipoti speciali)
    Nonni e genitori insieme per il benessere di tutti
    (Chi ben comincia…; … è a metà dell’opera; Educazione e regole; Il piacere di fare i nonni; Nonni e fratrie; La storia; Nonni come “maestri”)
    Per concludere
    La parola ai genitori
    (Il ruolo dei nonni; L’utilità del gruppo dei nonni adottivi; La crescita dei nonni)


     

    LE AUTRICI

    Milena Dalcerri, giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Milano, da anni è impegnata nel settore dell’affido e dell’adozione. Per l’Associazione Petali dal Mondo conduce dal 2007 gruppi di nonni adottivi. Lei stessa è nonna e vive questa esperienza con grande passione ed entusiasmo.
    Anna Colombo, funzionario nella pubblica amministrazione, è volontaria dell’Associazione Petali dal Mondo e conduce percorsi di formazione per aspiranti genitori adottivi. Felicemente sposata, è mamma adottiva di tre bellissimi bambini di origine lituana.
    Sonia Negri presta la sua opera volontaria nella progettazione, formazione e realizzazione di interventi dell’associazione Petali dal Mondo, di cui è co-fondatrice. Un matrimonio, un’adozione nazionale, un’adozione internazionale e una gravidanza le hanno donato la gioia immensa di una famiglia speciale di cui è molto orgogliosa


     

    INTERVISTA A SONIA NEGRI

    Walter Brandani: Di solito quando si parla di adozione ci si concentra sui bambini e sui genitori. Perché avete pensato di scrivere un libro sui nonni?

     

    SONIA NEGRI: Perchè nelle famiglie adottive il ruolo dei nonni è fondamentale e troppo spesso si rischia di dimenticarlo. Perchè siamo convinte che l’esperienza dell’adozione offra anche ai nonni una preziosa occasione di crescita, che merita di essere accompagnata e sostenuta. …ma anche perchè abbiamo conosciuto nonni adottivi così speciali che meritavano davvero un libro tutto per loro!

     

    WB : Qual è il ruolo dei nonni nell’esperienza adottiva?

     

    SN: I nonni adottivi… fanno i nonni!

    E’ vero però che l’adozione inserisce elementi di novità che richiedono di ridefinire ruoli e compiti di ciascuno. Innanzitutto i nonni sono chiamati a condividere e sostenere la scelta dei propri figli. L’adozione infatti è un’esperienza di accoglienza che non può prescindere dall’apertura di tutto il sistema familiare.

    La provenienza del nipote, la sua storia e le sue caratteristiche richiedono ai nonni la capacità di confrontarsi con situazioni, pensieri ed emozioni del tutto speciali. Questi bambini hanno bisogno di una famiglia nella quale sviluppare un senso di appartenenza forte e stabile. Uno dei compiti principali dei nonni è proprio quello di diventare per il nipote quelle radici salde che sono fondamentali per la sua crescita. 

     

    WB: Il libro è anche il racconto dell’esperienza dell’Associazione PETALI DAL MONDO. Quali sono le proposte di questa associazione per i nonni?

     

    SN: I Petali dal Mondo propongono dal 2007 incontri di gruppo per nonni e futuri nonni adottivi. Dopo l’esperienza condotta dalla dott.ssa Dalcerri, che è una delle autrici del libro,  oggi l’iniziativa prosegue con successo in collaborazione con gli operatori del centro adozioni di Tradate e Saronno.

     

    WB: Ci sono differenze tra l’essere un nonno biologico e l’essere un nonno adottivo?

     

    SN: Nel libro abbiamo dedicato un intero capitolo a questo tema, che è molto interessante. Riteniamo che siano molte le diversità: l’attesa, il primo incontro con il nipotino, la sua conoscenza, la costruzione del legame, le difficoltà, i momenti critici, le domande,… sono tutte situazioni nelle quali emergono molte differenze tra l’essere nonni biologici e nonni adottivi. Ma i nonni ci hanno anche insegnato che per loro ogni nipote è un dono ricevuto. E’ un regalo immenso, che vivono con gratitudine e stupore, e che sanno accogliere con anima e corpo, diventando nello stesso tempo per ogni nipote nonni di pancia e nonni di cuore.

     

    WB: Mi ricordo, con molto piacere, che da piccolo passavo molte sere in terrazzo con cugini, zii e genitori ad ascoltare i racconti della nonna. Erano racconti molto solenni, quasi mitologici e, nonostante le storie narrate fossero ben note a noi nipoti, c’era comunque un piacere nel riascoltarle. Quali storie possono narrare i nonni adottivi?

     

    SN:Le stesse storie che raccontano tutti i nonni: quelle della tradizione, le piccole grandi storie quotidiane che hanno i nipoti come protagonisti e le storie familiari. I bambini amano le storie (soprattutto se a raccontarle sono i nonni!) e tutti noi conosciamo bene l’importanza della narrazione.

    Per i bambini che vengono da lontano, che hanno storie complesse e una nuova famiglia in cui inserirsi, le storie hanno un triplice valore:

    1. le storie tradizionali aiutano i bambini ad appropriarsi di una cultura che spesso è totalmente sconosciuta.
    2. attraverso i racconti e le parole dei grandi i bambini conoscono la propria storia, danno un nome alle emozioni, mettono ordine tra i loro pensieri. Per i bambini con un passato doloroso e difficile da comprendere questo è un passaggio importante. E‘ difficile per gli adulti raccontare ad un bambino la sua storia di abbandono e sofferenze…, ma per fortuna spesso le storie hanno un lieto fine! 
    3. le storie di famiglia e i racconti del passato contribuiscono in maniera fondamentale alla costruzione dell’appartenenza familiare. Sono i ricordi e i racconti dei nonni che permettono al bambino di affondare le proprie radici in una storia familiare cominciata molti anni prima della sua nascita e che, anche grazie a lui, potrà proseguire negli anni futuri. Raccontare al bambino tutta questa lunga storia, dirgli quanta gioia ha portato il suo arrivo nella famiglia e immaginare insieme a lui un futuro felice è il regalo più grande che gli si possa fare!

     

    WB: A chi consiglierebbe il libro NONNI ADOTTIVI?

     

    SN: E’ un libro per tutti coloro che sono interessati ai temi della famiglia e degli affetti familiari; e, in particolare, per i nonni che desiderano riflettere sul legame con i propri nipoti.

    E’ uno strumento molto utile per coloro che lavorano nell’ambito dell’adozione ed è una lettura emozionante per le famiglie che vivono l’adozione da protagoniste.

    Io lo consiglio particolarmente a tutti coloro che stanno vivendo il momento dell’attesa di un figlio o di un nipote adottivo: è un tempo prezioso per riflettere e prepararsi ad un evento che cambierà le loro vite. Leggere le storie, i pensieri e le emozioni vere che i nonni raccontano, non solo riempie il vuoto di un’attesa che spesso è molto lunga, ma fa sentire anche più vicina la realizzazione dei propri sogni!

     

    Download QRPrint QR
  • Father and Son

    Father and Son

    di Hirokazu Koreeda. Drammatico, durata 120 min. – Giappone 2013. -italia aprile 2014

    father

    INDICE:

    1. Trama
    2. recensione : Una toccante e misurata riflessione sulla paternità, che interroga il sangue, il tempo e il sentimento
    3. recensione: il senso della paternità
    4. Trailer

    Trama

    Un giorno, Nonomiya Ryota, uomo ricco ed egoista, riceve una telefonata dall’ospedale in cui gli viene rivelato di non essere il padre biologico di suo figlio, un bambino di sei anni. Infatti, al momento della nascita il piccolo è stato scambiato nella culla con il figlio di un’altra coppia. Ryota e sua moglie, sconvolti dalla notizia, si troveranno di fronte a una difficile scelta: riprendersi il figlio biologico o continuare ad allevare il bambino che hanno cresciuto finora.
    Una toccante e misurata riflessione sulla paternità, che interroga il sangue, il tempo e il sentimento
    Marianna Cappi mymovie.it

    Nonomiya Ryota è un professionista di successo, un uomo che lavora sodo ed è abituato a vincere. Un giorno, lui e la moglie Midori ricevono una chiamata dall’ospedale di provincia dove sei anni prima è nato loro figlio, Keita, e vengono a sapere che sono stati vittima di uno scambio di neonati. Il piccolo Keita è in realtà il figlio biologico di un’altra coppia, che sta crescendo il loro vero figlio, insieme a due fratellini, in condizioni sociali più disagiate e con uno stile di vita molto differente. Ryota si trova di fronte alla necessità di una decisione terribile: scegliere il figlio naturale o il bambino che ha cresciuto e amato per sei anni?
    Il giapponese Kore-Eda conferma le qualità artistiche di cui ha sempre dato prova con questa esplorazione splendidamente misurata di un dilemma che mira dritto al cuore dell’uomo. Con la leggerezza della grande scrittura, l’abilità di costruire un’architettura perfetta nel bilanciare il peso di azioni e reazioni tra i due nuclei familiari coinvolti (il regista ha affermato di essere partito con questo film per un viaggio dentro se stesso, riconoscendosi nelle questioni personali di Ryota, che nella finzione è appunto un architetto) e con un cast in grado di conferire all’opera un valore aggiunto altissimo, Kore-Eda non si lascia mai tentare dal richiamo del melodramma, che è nelle corde del soggetto ma non nelle sue, e mantiene un registro contenuto ma attento ai particolari e ai piccoli incidenti del vivere, nel quale le belle idee sono silenziosamente numerose e nulla è mai di troppo. In particolare, nonostante il film racconti la maturazione di Ryota rispetto al suo essere padre, che passa forzatamente dal suo essere stato figlio a sua volta di un certo padre, sorprende la verità con la quale il regista coglie le reazioni dei due bambini, bloccati tra la fiducia che ripongono nei genitori, la volontà di ottenere la loro ammirazione e il disagio dell’incomprensione.
    Non sono poche le barriere culturali che ci impediscono di non trovare mostruoso il comportamento del protagonista o colpevolmente remissivo quello della moglie, ma è il film stesso, probabilmente, ad accrescerli leggermente nella prima parte (come fa d’altronde con la presentazione, quasi in chiave di commedia, delle differenze di comportamento tra le due famiglie) per poi superare le premesse e farsi toccante, nella scoperta del sentimento. E non poteva che essere attraverso uno strumento eminentemente visivo come una macchina fotografica, che Ryota impara che è suo figlio, il suo sguardo e il suo amore, che fanno di lui un padre, non un esercizio di volontà né il gruppo sanguigno.
    Father and Son, infine, è anche e soprattutto una riflessione sul tempo, su ciò che crea, che divora, che può e non può mutare.

     

     

     

     il senso della paternità 
    Scritto da Yahoo! Notizie

    Del cineasta pressoché sconosciuto in Occidente Kore-eda Hirozaku giunge nelle sale italiane dal 3 aprile un ottimo film intitolato “Father And Son”, già vincitore del Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes. Seppur partendo da un presupposto narrativo che non è certo inedito per il pubblico di casa nostra (tre film molto diversi tra loro ricordano lo scambio tra figli in culla in ospedale al momento della nascita: il comico “Il 7 e e l’8” con Ficarra & Picone, il certo più valido il franco-israeliano “Il figlio dell’altra” e il deludente “I figli della mezzanotte” ), “Father And Son” si merita tutte le attenzioni per la straordinaria sensibilità narrativa attraverso dialoghi e immagini, per l’eccellente costruzione dei personaggi e infine per l’ottima interpretazione del cast. Difficile vedere difetti in quest’opera che, nei suoi 120 minuti di durata, non sembra indugiare mai su una ripetizione inutile o, considerato il tema, su facili sentimentalismi. La storia è quella di un padre, Ryota (Fukuyama Masaharu), architetto di successo e carrierista determinato, ossessionato dall’autoaffermazione e da una certa rigidità educativa nei confronti del piccolo figlio di sei anni Keita. La casa in cui Ryota vive col piccolo e con la moglie Midorino (Ono Machiko) è una sorta di perfetta operazione matematica, le cui cifre sono l’ordine, la disciplina, il benessere. Anaffettivo e razionale, Ryota è convinto che conti la qualità del tempo passato col piccolo, più che la quantità. L’equilibrio della famiglia viene sconvolto dalla notizia che Keita non è il vero figlio di sangue della coppia: per un criminale scambio di pargoli nella culla in ospedale, il vero figlio è finito nella casa di Yudai (Lily Franky), disordinato bottegaio certo non benestante che, con la moglie Yukari (Maki Yoko), alleva tre figli in un modo totalmente opposto a quello di Ryota: tanto affetto, molta istintività. Il progetto dell’ospedale e delle famiglie prevede (per quanto sia difficile da comprendere per noi occidentali…) lo scambio graduale dei figli, frequentandosi nei week end. Ma il problema è che il piccolo Keita si ambienta facilmente nella giocosa casa di Yudai, mentre il figlio naturale di Ryota non ne vuole sapere di adattarsi al regime asettico e militaresco del nuovo papà manager. Conta più il sangue o il tempo passato insieme?
    Kore-eda Hirokazu sposa concetti e immagini con grande maestria, contrapponendo spazi differenti (il quartiere popolare della famiglia disordinata, col suo negozio ad altezza strada, opposta al claustrofobico appartamento dei “ricchi”, relegato ad un’altezza da cui si può osservare, ma senza toccare, la brulicante metropoli) e gesti differenti (la postura controllata e la ricerca di comunicazione di Ryota col figlio “attraverso” gli oggetti da una parte, il contatto fisico senza pudore alcuno di Yudai con la propria prole). Il regista e sceneggiatore giapponese riesce anche, in modo mirabile, a raccontarci di un complesso e articolato gruppo di persone, consegnando ad ognuna di esse la giusta attenzione drammaturgica e un profilo umano vero, multidimensionale, nobile e mediocre a un tempo. E contemporaneamente, rende chiaro che il centro della storia, il reale protagonista, è l’anaffettivo padre Ryota: è in lui che deve avvenire la trasformazione interiore, è lui che combatte da solo contro sé stesso e le proprie ferite autobiografiche. Lo sguardo di Kore-eda è di una purezza, di una misura e di un rispetto per i personaggi che poche volte è dato vedere al cinema.
    Ferruccio Gattuso

     

    TRAILER

    Download QRPrint QR
  • Il passato

    Il passato

    il passato

    .

    Il passato

    Un film di Asghar Farhadi.

    Con Bérénice Bejo, Tahar Rahim,

     Titolo originale Le passé.
    Drammatico, durata 130 min. –
    Francia, Italia 2013. –
    .
    .
    RECENSIONE
    mymovies, Giancarlo Zappoli

    Ahmad arriva a Parigi da Teheran. Marie, la moglie che ha lasciato quattro anni prima, ha bisogno della sua presenza per formalizzare la procedura del divorzio. Marie ha due figlie nate da altre relazioni e ha un difficile rapporto con la più grande, Lucie. Ahmad viene invitato a non risiedere in hotel ma a casa e ha così modo di scoprire che Marie ha una relazione con Samir la cui moglie si trova in coma.
    Asghar Farhadi si è fatto conoscere sugli schermi occidentali grazie all’Orso d’argento vinto al Festival di Berlino con About Elly e ha confermato le sue qualità con il successivo Una separazione (vincitore, tra gli altri premi, di un Oscar di cui la stampa ufficiale iraniana non ha dato notizia all’epoca). Ora con The Past offre un’ulteriore conferma delle proprie doti di scrittura oltre che di regia. Lo spazio architettonico e sociologico è mutato. La casa di vacanza e la dimensione urbana della capitale iraniana vengono ora sostituiti da una Parigi periferica così come periferiche sono apparentemente le une per le altre le vite dei protagonisti.
    Ahmad, Marie, Samir e Lucie si vorrebbero sentire ‘fuori’ dalla complessità e dalle problematiche degli altri ma ciò è impossibile. Se Ahmad ha pensato che il ritorno in patria lo separasse definitivamente da Marie si trova costretto a scoprire che non è così. Se Marie ha creduto che bastasse una firma per chiudere definitivamente con lui è costretta ad accorgersi di avere sbagliato. Se lei e Samir si illudono di poter staccare i legami che li collegano a quella donna che sta su un letto di ospedale ci penseranno gli eventi a dissuaderli. Se Lucie ritiene che ridurre la propria presenza in casa al solo dormire possa cancellare la sua ostilità per il ruolo assunto da Samir nella vita della madre dovrà accettare una realtà ben diversa.
    Perché Farhadi ci ricorda che per guardare avanti nelle nostre esistenze è indispensabile prendere atto del passato (remoto o prossimo che sia) evitando di rappresentarlo a noi stessi grazie a rimozioni che rendano più accettabile il peso. Il vetro che separa (e forse protegge) Ahmad e Marie all’aeroporto è presto destinato ad andare in pezzi. Saranno lo sguardo ribelle del piccolo Fouad (figlio di Samir) e quello solo apparentemente rassegnato della coetanea Léa a provocare le prime crepe. Perché i bambini, come al cinema ci ha insegnato Vittorio De Sica, ci guardano e ci giudicano. Anche quando sembrano pensare alla catena saltata di una bicicletta o a un elicottero telecomandato finito su un albero in giardino.

    (clicca sopra)
    .
    .
    .
    TRAILER

    Download QRPrint QR
  • La prima neve

    La prima neve

    LaPrimaNeve_sc65-22-200x200

    La prima neve

    Un film di Andrea Segre. Con Jean-Christophe FollyMatteo MarchelAnita CaprioliPeter MitterrutznerGiuseppe Battiston.

     Drammatico, durata 105 min. – Italia 2013

     

    SINOSSI

    La prima neve è quella che tutti in valle aspettano. È quella che trasforma i colori, le forme, i contorni.

    Dani però non ha mai visto la neve. Dani è nato in Togo, ed è arrivato in Italia in fuga dalla guerra in Libia.

    È ospite di una casa accoglienza a Pergine, paesino nelle montagne del Trentino, ai piedi della Val dei Mocheni.

    Ha una figlia di un anno, di cui però non riesce a occuparsi. C’è qualcosa che lo blocca. Un dolore profondo.

    Dani viene invitato a lavorare nel laboratorio di Pietro, un vecchio falegname e apicoltore della Val dei Mocheni, che vive in un maso di montagna insieme alla nuora Elisa e al nipote  Michele, un ragazzino di 10 anni la cui irrequietezza colpisce subito Dani. Il padre di Michele è morto da poco, lasciando un grande vuoto nella vita del ragazzino, che

    vive con conflitto e tensione il rapporto con la madre e cerca invece supporto e amicizia nello zio Fabio.

    La neve prima o poi arriverà e non rimane molto tempo per riparare le arnie e raccogliere la legna.  Un tempo breve e necessario, che permette a dolori e silenzi di diventare occasioni per capire e conoscere. Un tempo per lasciare che le foglie, gli alberi e i boschi si preparino a cambiare.

    In quel tempo e in quei boschi, prima della neve, Dani e Michele potranno imparare ad ascoltarsi.

     

    NOTE DI REGIA

    La luce entra nel bosco insieme alle ombre. Si alternano, si incrociano, giocano come vuoti e

    pieni, come spazi di vita tra silenzio e rumore. Gli alberi sembrano voler scappare dal bosco.

    Ma non possono. Crescono a cercare la luce, si allungano per superare gli altri, ma rimangono

    tutti ancorati lì, uno affianco all’altro, in file regolari che segnano le prospettive.

    È il bosco il luogo centrale dell’incontro tra Dani e Michele; è in quello spazio che i due si

    seguono, si cercano, si respingono, si conoscono. È uno spazio in cui la natura diventa teatro.

    Dove la realtà diventa luogo dell’anima e ospita significati e metafore che la trascendono.

    Pronta a diventare sogno.

    Come nel mio primo film Io Sono Li, anche La prima neve è costruito nel dialogo costante

    tra regia documentaria e finzione, tra il rapporto denso e diretto con la realtà e la scelta di

    momenti più intimi costruiti con attenzione ai dettagli della messa in scena. Così è anche

    nel lavoro con gli attori: persone del luogo e attori professionisti interagiscono tra loro, in

    un processo di contaminazione tra realtà e recitazione. Con il privilegio, in questo secondo

    film, di aver finalmente potuto lavorare con l’energia e l’imprevedibilità di bambini e giovani

    ragazzi.

    ANDREA SEGRE

    SITO FILM

    TRAILER

     

     

    Download QRPrint QR
  • L’impossibile innocenza del lavoro sociale e la contaminazione con la vita

     

    cropped-testata_blog_casa2

    Le professioni di aiuto, per superare il rischio di diventare professioni disabilitanti, sono chiamate a lavorare affinché i destinatari degli interventi – cittadini, famiglie, ragazzi, bambini – non rimangano semplici fruitori delle scelte di operatori ed esperti, ma diventino protagonisti attivi, soggetti che, affrancandosi dalla dipendenza dai servizi, diano vita al proprio racconto personale e sociale.

    Una riflessione sul lavoro sociale e su etica e giustizia ad esso connesse per trarre indicazioni operative utili nella definizione dei processi di aiuto.

    L’Ordine degli Assistenti Sociali della Lombardia ha riconosciuto 10 CREDITI, di cui 5 per la formazione continua e 5 deontologici.
    Sono riconosciuti 8 CREDITI ECM per Psicologi, Educatori, Operatori Sanitari.

    All’indirizzo http://sulletraccedelsociale.wordpress.com è aperto il blog di discussione dove vengono proposti articoli tratti dalle riviste “Lavoro Sociale ” e “Animazione sociale” e dove i relatori propongono spunti e pensieri per aprire la riflessione e il dibattito sui temi del convegno. Tutti i partecipanti potranno scrivere e confrontarsi.

    Per valorizzare l’iniziativa di formazione come occasione di riflessione e di incontro tra gli operatori, per ogni due iscritti di uno stesso Ente, pubblico o del privato sociale, è prevista la partecipazione gratuita di un terzo collaboratore.

    Clicca qui per il programma completo

    Per informazioni e iscrizioni inviare mail a: formazionecoopcasa@virgilio.it .

    Cooperativa Sociale La casa davanti al sole soc. coop. arl
    via Cavour, 24 – 21040 Venegono Inferiore (VA)
    tel. 0331 864041
    www.lacasadavantialsole.org

    Download QRPrint QR
  • Seduttività infantile e sfruttamento degli adulti

    Articolo di Anna Oliverio Ferraris, psicologa e psicoterapeuta, dirige la rivista degli psicologi italiani “Psicologia Contemporanea.

    child-pageant

    I bambini di questi anni che vedono il Grande Fratello, invece di giocare ai cow-boy come facevano i loro genitori giocheranno ad appartarsi in coppia sotto un tavolo mimando una scena di sesso. Le bambine che vedono ogni sera uno show con ballerine in costumi molto succinti, vorranno giocare allo spogliarello invece che alle bambole. E ancora, i bambini che – dalla pubblicità, dai coetanei o dai loro genitori – vengono continuamente sollecitati al possesso di abiti all’ultima modascarpe firmate, oggetti status simbols entrano in competizione tra loro per l’acquisizione di questi prodotti, senza i quali si sentono infelici. Giorno dopo giorno essi fanno propria una visione del mondo che non apparterrebbe all’infanzia, modi di pensare e di atteggiarsi che possono avere dei risvolti non soltanto sullo stile di vita presente ma anche futuro.

    Leggi l’articolo completo

     

    http://www.annaoliverioferraris.it/infanzia-e-adolescenza/seduttivita-infantile-e-sfruttamento-degli-adulti.html

    Download QRPrint QR