Tag: genitorialità

  • Al di là delle montagne

    Al di là delle montagne

    Risultati immagini per al di là delle montagne

    Al di là delle montagne

    Un film di Jia Zhang-Ke.  Drammatico, durata 131 min. –

    Cina, Francia, Giappone 2015

    INDICE

    1. SINOSSI
    2. RECENSIONI
    3. VIDEO

    1.SINOSSI

    Cina, 1999. Amici d’infanzia Liangzi e Zhang sono entrambi innamorati di Tao, la bella della città. Tao alla fine decide di sposare il ricco Zhang. Hanno presto un figlio di nome Dollar. Dalla Cina all’Australia, le vite, gli amori, le speranze e le disillusioni di una famiglia su più di due generazioni in una società in continua evoluzione

    2.RECENSIONI

    RECENSIONE 1

    “Go West!” cantano i Pet Shop Boys mentre un gruppo di giovani danza festeggiando il capodanno. È la fine del 1999 e l’inizio del 2000, la Cina non è ancora partita per l’ovest, ma ha già pronte le valigie.
    Inizia così Al di là delle montagne. Con un balletto pop, i fuochi d’artificio e il formato 4:3 a inquadrare l’azione. Come A Touch of Sin anche quest’ultimo lavoro di Jia Zangh-ke è diviso in episodi, ma non episodi slegati l’uno dall’altro, bensì tre momenti nella vita degli stessi personaggi ambientati in tre tempi diversi: il 2000, appunto, il 2014 e il 2025.
    Il tempo e lo spazio come assi cartesiani capitali, quindi. Le due direttrici primigenie che corrono perpendicolari l’una all’altra e all’interno delle quali si tracciano le linee dell’esistenza e si disegnano le vite degli individui. Jia sceglie questi due dispositivi essenziali per costruire un film che è giocato sin dal principio sulla messa in evidenza della sparizione, della transitorietà e della decadenza. Un film di dissolvenze all’interno del quale lentamente, inquadratura dopo inquadratura, svaniscono i corpi, i volti, i ricordi e i luoghi che ne formano il palcoscenico.
    Ma non è solo il tempo che passa fra un episodio e l’altro a decretare questa frattura fra presente e futuro, perché Jia – regista dalla rara sensibilità e dallo smisurato talento visivo – ci dice dell’insostenibile mutabilità dell’esistenza anche attraverso la semplicità di un’inquadratura o addirittura con il solo uso del fuori campo. E ci avverte del fatto che a volte il tempo ci fagocita senza che riusciamo nemmeno a vederlo, proprio come non si possono vedere i fuochi d’artificio brillare in un cielo illuminato a giorno. Oppure, tutto al contrario, ci dice di come il tempo ci prende e ci porta via senza che si possa fare nulla per impedirlo, come un aereo che cade e si schianta al suolo, o come una bomba che ci esplode a pochi metri dagli occhi.
    Ed è in fondo un film di esplosioni Al di là delle montagne. A partire dal formato (che dai 4:3 iniziali deflagra fino a occupare lo schermo nella sua interezza), ma che esplode letteralmente di immagini. Immagini evocative, immagini dialettiche, immagini che non stanno mai ferme (anche se ferma, immobile, è la macchina che inquadra), che portano verso universi sensoriali e orizzonti visivi vertiginosi, e che sono fatte di colori, forme e strati materiali dai quali non è possibile liberarsi la mente. Perché come tutte le esplosioni, lasciano delle tracce profonde e inconfondibili.
    Ma è anche un film che esplode di passione e che pur affidandosi alla metafora come veicolo alla rappresentazione, non rinuncia a una narrazione modulata sullo schematismo del cinema di genere e, segnatamente (come in tanto altro cinema del regista cinese), del melodramma. Nei tre episodi, infatti, a condurre l’azione sono sempre i sentimenti forti e i legami più basilari ed essenziali. Il dramma familiare lungo venticinque anni che si racconta è tutto giocato sulle passioni interrotte. E il primo dei tre capitoli, la cui perfezione formale e il cui equilibrio estetico-narrativo basterebbero per farne un film a sé stante (e forse non è un caso che il regista metta, a chiusura di questa prima parte, un vero e proprio titolo di coda su fondo nero) descrive abilmente tutte le relazioni che si intrecceranno e addenseranno per il resto del film. A partire dal triangolo amoroso fra la giovane Tao e i suoi due pretendenti – il minatore Liangzi e il ricco Zhang – si dipana un’epopea familiare nella quale ogni tipo di rapporto finisce per essere frustrato. Non solo quello fra i tre protagonisti, che avrà fine quando Tao sceglierà Zhang, ma anche il conseguente matrimonio fra i due che si esaurirà in poco tempo. E ancora, il legame di entrambi con il figlio (Dollar, protagonista dell’ultimo episodio).
    Un corollario di passioni troncate che sta lì a dirci che l’impossibilità di coltivare i legami familiari è sinonimo dell’impossibilità di tramandare una memoria. E andare a ovest partendo dalla Cina, significa appunto sgretolare e ridurre al grado zero tanto il senso della Storia, quanto quello della memoria. Memoria che, sia come bisogno intimo che come necessità collettiva, ci dice Jia, è allo stesso modo perduta. E non perché il regista indugi sull’aspetto romantico del passato o perché ritenga il futuro corrotto e pericoloso. Ma perché se il suo occhio endemico e pertinente riesce, come dicevamo in apertura, ad utilizzare lo spazio per parlare del tempo e viceversa, allora è vero che nella sua concezione del presente la Cina è una specie di antonomasia iperreale del mondo, una sua illustrazione esemplare. Un locus paradigmatico dove tutto succede più in fretta e i cambiamenti, per chi li sa cogliere, sono spaventosamente evidenti.
    Ecco perché mostrare l’ascesa e la caduta della Cina compendiandole nello spazio temporale lungo una generazione, diventa un esercizio di lucida pertinenza oltre che di estrema violenza. L’universalità del finale del film in fondo è la testimonianza del fatto che la storia che nel film si racconta, appartiene a tutti noi e potrebbe essere raccontata in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo. Perché se è vero che Dollar dimentica il nome della madre oltre che la lingua (madre), è altrettanto vero che pure il mondo nel quale è cresciuto e nel quale è nato ha finito per scordarsi di lui. Al contrario di Tao, che diventata lo spettro di un mondo scomparso e ricoperto di neve, i suoi ricordi se li tiene ben stretti. Perché i ricordi sono tutto quello che ha. Lorenzo Rossi cineforum.it

    RECENSIONE N2

     

    La storia familiare narrata da “Mountains may depart” (questo il titolo originale, il cui senso, che sveleremo più avanti, si perde purtroppo con l’insignificante titolo italiano) riassume in modo cristallino la poetica del regista e delinea in modo maturo i temi di fondo della sua opera. E’ il film di Jia Zhang-Ke sinora più accessibile a uno spettatore occidentale: azzardiamo destinato a diventare il suo maggior successo di pubblico in Europa. Le sfumature melò rendono l’immedesimazione empatica decisamente più facile rispetto al passato, a quei titoli (“Platform”, 2000; “The world”, 2004; “Still life”, leone d’oro Venezia 2006) che hanno permesso di celebrare Jia quale uno dei più importanti cineasti contemporanei – oltre che il regista cinese più rappresentativo della sua generazione, la “sesta”.
    Il film, che copre un arco temporale di un quarto di secolo, è – come spesso in Jia – suddiviso in parti distinte. Al centro vi è la vicenda di Tao (interpretata da Zhao Tao, attrice feticcio e moglie del regista) e di suo figlio Dollar. Il primo episodio si svolge fra il 1999 e il 2000 a Fenyang (città natale del regista), e vede Tao contesa da due amici, uno dei quali (il più ricco) lei sceglierà come marito. L’episodio si chiude con la nascita del figlio, cui per volontà del padre verrà dato il nome di Dollar (in una delle più evidenti concessioni didascaliche del film). Nel secondo episodio, ambientato nel 2014, madre e figlio si passano il testimone. Il terzo episodio si svolge nel futuro, in un 2025 non avveniristico, in cui Dollar vive in Australia con il padre, col quale ha seri problemi di comunicazione (ha dimenticato il cinese, mentre il padre non ha mai imparato l’inglese). Il passato è confuso e lontano come i ricordi della madre rimasta a Fenyang, il presente è una terra straniera, il futuro un non-luogo privo di significato e colmo d’angosce.
    Metamorfosi

    I tre episodi sono diversi nello stile come nei formati: si passa dai 4:3 del primo al formato panoramico dell’episodio ambientato nel 2025.
    Anche se la contemplatività e l’uso del long take sono una costante, lo stile di Jia è da sempre in metamorfosi. Alcuni passaggi dei primi film (tutta la prima parte di “Platform”) si ispiravano, ad esempio, anche più che al cinema cinese della quinta generazione, allo stile tipico di Hou Hsiao Hsien. Nella fase centrale della sua filmografia Jia si è poi accostato al documentario (da cui, a differenza di altri, non proviene), sia realizzando documentari veri e propri (“Dong”, “Useless”), sia pellicole ibride (“24 city”), sia film di fiction i cui stilemi si avvicinano alla presa diretta (contaminazioni quasi sperimentali fra fiction e documentario: “The world” e “Still life”). Incessante innovatore, la sua penultima opera (“Il tocco del peccato”), pur mantenendo spiccati connotati realistici,presentava una dose di violenza del tutto inedita nel suo cinema.
    “Mountains May Depart” riparte dalle origini: il primo episodio è girato con modalità che ricordano le sue prime pellicole, con uso dominante della frontalità e della macchina fissa. Il secondo, e soprattutto il terzo episodio, possiedono stili diversi, in cui la macchina da presa diventa man mano più fluida: una delle sequenze più belle è quella in cui Dollar è abbracciato alla sua insegnante di cinese, e la macchina fluttua sui loro corpi, decentrando ai margini dell’inquadratura il volto di Dollar, spesso tagliato, a sottolineare la crisi interiore del ragazzo.
    Naturalmente vi sono costanti nello stile di Jia, oltre la predilezione per il long take. Il pianosequenza è per lo più rinnegato in favore di un uso controllato del montaggio, che finisce col render significativo ogni stacco: così, l’uso dilatato del campo/controcampo (in genere in unico raccordo per singolo dialogo) consente di concentrarsi con attenzione insolita sul volto di ciascun interlocutore. Nell’uso prevalente del campo medio, assume pregnanza il dettaglio (come succede per le chiavi di casa che Tao consegna al figlio nel secondo episodio). Tipici di Jia sono poi degli establishing shot alla rovescia, posti alla fine anziché all’inizio di una sequenza, a schiarire il contesto – con campi lunghi o lunghissimi – solo prima del cambio di scena.
    Sradicamenti

    Le montagne possono partire, dice il titolo originale. Richiama, contraddicendolo, un proverbio cinese secondo il quale gli amici sono stabili come montagne. Così dovrebbe essere, e non è, tra il padre di Dollar e l’amico più umile, sinceramente innamorato di Tao, in quel primo episodio che ha statuto autonomo tanto da esser corredato da propri titoli di coda. Al di là del proverbio, il titolo del film si riferisce alla Cina stessa: è lei, il suo popolo, la montagna destinata a spostarsi contronatura, in un movimento che simbolicamente rivoluziona le regole della fisica – non poi diversamente da quanto l’uomo riesce a fare, ad esempio quando costruisce una diga colossale a invadere d’acqua una vallata popolata da un milione di persone (“Still life” e “Dong”, documentario sulla costruzione della diga del Fiume Giallo).
    Quello di Jia Zhang-Ke è cinema dello sradicamento. Prima ancora di essere cinema semi-documentaristico, “del reale”, cinema contemplativo che procede con ritmi dilatati e long takes; o cinema-documento sulla Cina contemporanea e sulle sue metamorfosi.
    Il cinema di Jia ha il dono della semplicità e della trasparenza, nel porsi come critica dei vizi di fondo del modello capitalista e della corruzione (non solo materiale) che vi si insedia. Il progresso ha un costo terribile in termini di perdita, rinnegamento della memoria, delle radici. “Mountains may depart”, proprio come il titolo (originale) suggerisce, si sposta dalle radici con due movimenti a strappo, violenti e inesorabili come lo scorrere del tempo. Il passato si allontana e si sgretola; le memorie sono oggetto di rimozione. La perdita delle radici si accompagna alla rinuncia, inconsapevole, ai valori e alle emozioni, all’autenticità delle cose e al loro significato. Alla vita stessa. Il film si apre e si chiude (didascalicamente, ancora) sulle note di “Go west” dei Pet Shop Boys, che rimane per Tao memoria di giovinezza. Unica illusione di felicità?
    C’è un pessimismo di fondo, nel cinema di Jia, verso il progresso in quanto tale. Un pessimismo che trascende la Cina e la contemporaneità, ed è in grado di tradursi immediatamente in metafora per l’intera civiltà globalizzata: in chiave di lettura del progresso umano in senso lato. Stiamo parlando di un autore orientale: il progresso e lo sviluppo non posseggono i connotati teleologici delle “magnifiche sorti e progressive” che hanno in Occidente. Nel cinema di Jia è evidente come il progresso sia ontologicamente una tara della modernità – e come tale sia vissuto sulla propria pelle dal popolo cinese. Su di una tradizione millenaria, il progresso non attecchisce che distorcendola, snaturandola.
    E’ la peculiare declinazione nel contesto cinese della proverbiale “mutazione antropologica” della modernità, che ha sconvolto le nostre società dalla seconda metà del XX secolo. Oggi, in Cina, può apparire neorealismo in ritardo di settant’anni: invece funziona come monito e come riflessione su ciò che anche noi (i nostri nonni e genitori) abbiamo attraversato. E non ricordiamo, oggi, o non abbiamo mai saputo, per quali vie e percorsi, anche noi per quali sradicamenti, siamo giunti nel XXI secolo.   di Stefano Santoli ONDACINEMA

     

    3,VIDEO

    Download QRPrint QR
  • Quando hai 17 anni

    Quando hai 17 anni

    Quando hai 17 anniRisultati immagini per quando hai 17 anni filmUn film di André Téchiné.

    durata 116 min. – Francia 2016. -VM 14

    INDICE

    1. Recensioni

    2. Video

     


    RECENSIONI

    RECENSIONE N1

    Sono innumerevoli i registi che hanno cercato di fissare sulla pellicola dolori e gioie dell’adolescenza, quell’età incerta in cui – dubitando di tutto – si devono prendere decisioni cruciali per la propria vita. Per riuscire a farlo così bene ci voleva un regista ultrasettantenne: o meglio, l’alleanza tra l’ultrasettantenne André Téchiné e la sua collega Céline Sciamma, giovane sceneggiatrice e regista in proprio (Diamante nero). Insieme, ci raccontano la storia di due liceali che vivono nei Pirenei. Figlio di un militare in missione in Afghanistan, Damien abita nella valle con la madre medico; Tom, adottato da una coppia di agricoltori, lavora alla fattoria negli intervalli dello studio. Un giorno il secondo fa lo sgambetto al primo, mandandolo faccia a terra davanti alla classe. Ha inizio una rivalità fatta di occhiate furiose, aggressioni verbali, zuffe continue: espressioni di un odio sotto il quale, però, ribollono altri sentimenti. La svolta avviene quando Tom, la cui madre adottiva attraversa una gravidanza a rischio, è invitato da Marianne, la madre di Damien, ad abitare con lei e col figlio il tempo necessario per migliorare le sue prestazioni scolastiche.
    Si avverte che Quando hai 17 anni è il film di un intellettuale: lo tradiscono il titolo stesso, preso a prestito da un verso di Arthur Rimbaud, e una dotta disquisizione sul desiderio mascherata da materia di studio dei ragazzi. Tuttavia la storia è narrata con estrema semplicità, e per questo risulta tanto più efficace e coinvolgente. Sensibile cantore dell’adolescenza lungo tutta la sua carriera (Les Innocents, L’età acerba), il regista francese sceglie di rappresentare i gesti, le occupazioni quotidiane, la routine di ogni giorno: strato di normalità, però, che incapsula passioni e furori, paure e desideri di quell’età che poi interpellerà tutta la vita futura di un individuo. Così il film permette alla relazione tra i due ragazzi, e di quelli con le relative famiglie, di evolvere credibilmente, acquistando senso e verosimiglianza scena dopo scena. È vero che il regista porta ancora una volta nel film le proprie ossessioni e i propri temi ricorrenti, inclusi l’omosessualità e i fantasmi dell’incesto. Ma la sensibilità e l’acume con cui s’inoltra nell’universo di personaggi che oggi potrebbero essere suoi nipoti è ammirevole: non un’inquadratura che suoni falsa, nessuno stereotipo o luogo comune sull’”età ingrata”; mentre le asperità, le reticenze e perfino l’aggressività dei comportamenti sottendono un bisogno lancinante di empatia e di assistenza reciproca. Però, in tema di rifiuto dei cliché sull’adolescenza, la cosa più notevole è un’altra. Pur essendo a tutti gli effetti ragazzi della nostra epoca (ci sono diverse scene di Marianne e Damien in collegamento Skype col padre), quelli di Téchiné rifuggono dagli stereotipi che il cinema appiccica di regola ai teenager odierni: smartphone, messaggini, selfie e tutto il resto. Roba che, nelle intenzioni di tanti cineasti, vorrebbe “fare realismo” e invece serve solo a smarrire la linea retta della narrazione. Resta da aggiungere che Téchiné dirige gli attori da par suo, ottenendo il massimo dai due giovanissimi interpreti e dalla sempre più brava Sandrine Kiberlain. repubblica.it

     

    RECENSIONE N2

    Quando hai 17 anni  è un ritratto convulso e profondo dell’adolescenza. Téchiné, del resto, della gioventù è il cantore più grande che il cinema europeo ha. E forse ha avuto. Una carrellata iniziale lungo strade verdi d’estate e poi bianche d’inverno. Veloce, troppo veloce, e già Téchiné ci porta dentro l’atmosfera di questo film che deve dire così poco, per dire così tanto. Taglio. Palestra di una scuola. Due team vengono scelti per giocare una partita di pallacanestro. Solo due ragazzi restano seduti. Uno, perché è più scuro degli altri e forse troppo bello. L’altro perché, in qualche modo, non è come gli altri. Non c’è solitudine più grande di restare in panchina a diciassette anni. Soli, in due. Gli sguardi si sfiorano, ma questa compagnia forzata sulla panchina degli esclusi non rende la solitudine più sopportabile. Quando inizia il gioco della vita per Thomas (Corentin Fila) e Damien (Kacey Mottet Klein)?

    Due anni fail pluripremiato Boyhood di Richard Linklater aveva già raccontato della necessità, del dolore e della gioia di diventare adulti. La storia, non solo al cinema, è antica come l’uomo. Eppure ogni volta nuova, quando a raccontarla sono artisti con lo sguardo di André Téchiné.
    Thomas e Damien. Non dovrebbero stringere amicizia tra loro? Due outsider sono sempre, almeno, il principio di una maggioranza. Invece i due ragazzi si picchiano a ogni occasione. L’uomo è un prodotto non sempre riuscito dell’evoluzione. Perché la nostra specie deve ricorrere ai pugni per diventare adulti? La bellezza di questo film è che non si sforza da nessuna parte di spiegare il perché. Il perché, forse, è la tensione tra gli esseri umani.

    La tensione tra Damien e Thomas è una delle forze generatrici e distruttrici della nostra specie. Il cinema di Téchiné mette a nudo questa tensione sempre tenuta nascosta della nostra specie. Thomas è figlio adottivo, vive sulle montagne con la famiglia povera. Damien è figlio di un militare di rango, una madre premurosa (ottima Sandrine Kiberlain), contesto borghese. Téchiné fa dei Pirenei sullo sfondo un personaggio del film. Anzi, il suo accompagnatore. Per forzare il figlio a confrontarsi con la sua aggressività, e per aiutare il compagno di classe Thomas negli studi, risparmiandogli tre ore di viaggio al giorno, la madre invita Thomas a stare da loro per un po’. Damien e Thomas sotto lo stesso tetto. È ora che quella tensione svela sé stessa. In cosa consiste la felice bellezza di Quando hai 17 anni? Non essere solo il racconto di un coming out (o forse due), ma renderci testimoni della vita stessa.  Simone Porrovecchio cinematografo.it

     

    RECENSIONE 3

     

    Thomas e Damien sono due compagni di classe, molto diversi tra loro, per carattere e provenienza. Il primo è di origine magrebina: è stato adottato da una famiglia di allevatori, che vive sulle montagne, a più di un’ora di distanza dal villaggio. È un ragazzo volitivo, sogna di fare il veterinario, ma ha serie difficoltà a scuola. L’altro è figlio di un militare e di una dottoressa, Marianne, una donna premurosa, a tratti persino estenuante, ma disponibile e aperta. Damien è molto legato ai suoi, ama cucinare e si allena nell’autodifesa. Ma anche lui, in buona sostanza, è un tipo solitario. Tra i due ragazzi nasce un odio immotivato, che li porta a più di uno scontro violento. E allora Marianne, per cercare di sedare gli animi e desiderosa di dare una mano a Thomas, lo invita a stabilirsi a casa sua per un po’ di tempo. Ma è una scelta che complicherà ancor più i problemi,

    quando-hai-17-anni-corentin-fila-kacey-mottet-klein-sandrine-kiberlainTéchiné racconta un’altra età acerba, che si appropria inoltre della scrittura a fior di pelle del cinema di Céline Sciamma. Lo sguardo sull’adolescenza, allora, diventa pieno, rotondo, e passa in un batter d’occhi dai corpi ai cuori, dai cuori ai corpi. Quand on a 17 ans è un registratore che misura le azioni e le reazioni dei suoi protagonisti (i bravi Kacey Mottet Klein e Corentin Fila) e le pulsioni che le sottendono. E individua quel passaggio segreto, eppure universale, che conduce dal conflitto all’attrazione. Con la lentezza necessaria a compiere l’intero percorso. Diviso in tre trimestri, come un anno scolastico, il film, infatti, vive di tre movimenti, che hanno tutti una loro particolare tonalità e raccontano le evoluzioni dei sentimenti.

    quando-hai-17-anni-sandrine-kiberlainLa nascita del sentimento che lega Damien e Thomas è, allora, un viaggio a tappe, che incrocia dei punti di passaggio obbligati eppur sempre nuovi, imperscrutabili. Prima c’è lo scontro, la repulsione, quel desiderio ossessivo che si maschera d’odio. Poi c’è la scoperta e lo svelamento, con tutte le paure e i turbamenti che ne conseguono. Infine c’è il momento del dolore, dell’elaborazione e del superamento. Intorno a questa traiettoria, si aprono altre tracce, i sentieri trasversali delle differenze di classe (e di colore), dei legami e dei destini familiari, delle attitudini e delle aspettative sul futuro. Tutte cose che vanno al di là del rapporto d’amore, e che pure lo riguardano, lo influenzano e ne modificano i tempi e i modi. Perché il mondo non è mai neutro, sta lì con le sue asperità, i suoi imprevisti, le distanze, le separazioni. Ben rappresentate da quelle montagne innevate dei Pirenei, da quei sentieri che portano dai boschi al villaggio, luoghi che si fanno materia di uno stato interiore, sospesi tra un fiero senso di solitudine e un invincibile desiderio di contatto. Téchiné è essenziale, sta lì con il suo cinema che coniuga la delicatezza della mano alla salda nettezza del tratto. Non è inquieto come la Sciamma, ha una specie di nitore neoclassico che imprigiona le linee di tensione. Eppure, senza alcuna morbosità, incontra ogni vibrazione dei corpi, le lotte, gli sfioramenti, gli abbracci, gli amplessi. Ogni immagine ha una concretezza fisica, densa, ma chiara, pulita, definita. E tutto sembra pian piano tramutarsi in uno studio plastico sul movimento, in cui l’interiore si fa gesto e si mostra nell’esteriore. Con una energia pulsante che forza la retorica del linguaggio (come nel momento della cerimonia funebre). E nega, finalmente, ogni chiusura. sentieriselvaggi.it

     

    VIDEO

    Download QRPrint QR
  • UN PADRE, UNA FIGLIA

    UN PADRE, UNA FIGLIA

    Un padre, una figlia

    Un film di Cristian Mungiu. Ratings: Kids+13, durata 128 min. – Romania, Francia, Belgio 2016.

    padre

    INDICE

    1. RECENSIONI
    2. VIDEO
    1. RECENSIONI

     

    Mungiu torna a interrogarsi sulle conseguenze di una scelta in un’opera che guarda alla paternità e alle seconde chances Marianna Cappi mymovie

    Romeo Aldea è medico d’ospedale una cittadina della Romania. Per sua figlia Eliza, che adora, farebbe qualsiasi cosa. Per lei, per non ferirla, lui e la moglie sono rimasti insieme per anni, senza quasi parlarsi. Ora Eliza è a un passo dal diploma e dallo spiccare il volo verso un’università inglese. È un’alunna modello, dovrebbe passare gli esami senza problemi e ottenere la media che le serve, ma, la mattina prima degli scritti, viene aggredita brutalmente nei pressi della scuola e rimane profondamente scossa. Perché non perda l’opportunità della vita, Romeo rimette in discussione i suoi principi e tutto quello che ha insegnato alla figlia, e domanda una raccomandazione, offrendo a sua volta un favore professionale.

    Il protagonista di Bacalaureat ha provato, a suo tempo, a cambiare le cose, tornando nel proprio paese per darsi e dargli una prospettiva di rinnovamento, anzitutto morale. Non ha funzionato. Tutto quello che ha potuto fare è restare onesto nel suo piccolo, mentre attorno a lui la norma era un’altra. Trasparente nel mestiere, meno nella vita sentimentale, perché la vita prende le sue strade, e non tutto si può controllare. Ora però non si tratta più di lui: le biglie dei suoi giorni trascorsi sono più numerose delle biglie nella boccia dei giorni che gli rimangono. Ora si tratta di sua figlia, di impedire che debba sottostare allo stesso compromesso, ovvero restare in un luogo in cui le relazioni tra le persone sono ancora spesso fatte di reciproci segreti, di silenzi da far crescere e redistribuire: una rete che imprigiona e “compromette” la vera vita. Ma fino a che punto si ha diritto di scegliere per i propri figli? Una rottura del proprio codice morale, per quanto occasionale e dimenticabile come una pietra che arriva improvvisa e rompe il vetro della finestra di casa, basta a mettere in discussione l’intera costruzione?
    Come in Oltre le colline Mungiu s’interroga sulle conseguenza di una scelta, in un film però molto diverso dal precedente, per certi versi più freddo ma anche più morbido, in cui l’errore non è più lontano dalla presa in carico delle conseguenze e delle responsabilità che ne derivano e dove la lezione passa, aprendo forse davvero una seconda opportunità per il protagonista, proprio in quell’aspetto del suo essere che credeva di condurre al meglio: la paternità.
    “Perché suoni sempre il clacson?” Domanda Eliza. “Per sicurezza.” “Sì, ma perché lo suoni anche quando non ci sono altre macchine?” L’ironia della sorte, che nel cinema rumeno degli ultimi anni non manca mai, e scorre tanto sotto le commedie grottesche che sotto i drammi più amari, fa sì che il dottor Aldea agisca quando non c’è bisogno di farlo, travolto dal terrore che il futuro di sua figlia possa andare improvvisamente in frantumi come il vetro, quando in realtà sono la sua età e la sua situazione che gli stanno domandando il conto.

    “Un padre, una figlia” di Cristian Mungiu

    È da un po’ che il cinema rumeno suscita grande interesse da parte della critica e del pubblico, tanto che si è sentita l’esigenza di organizzare anche un festival ad esso dedicato, inserito nell’evento Effetto Notte dalla Casa del Cinema a Roma dal 1 al 3 settembre. Il perché di tanto clamore lo conferma il bel film “Un padre, una figlia” di Cristian Mungiu, uscito nelle sale italiane in questi giorni, vincitore della Palma d’oro di quest’anno. Cristian Mungiu, regista e sceneggiatore, dal Festival di Cannes ha ricevutato tanto meritatamente. Nel 2007, si è guadagnato la Palma d’oro per il suo secondo film “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni”, nel 2012 ha vinto per la miglior sceneggiatura di “Oltre le colline”, oltre al premio consegnato alle attrici per l’interpretazione.
    In “Un padre, una figlia”, Mungiu affronta l’etica e la morale di un uomo messi a dura prova. Sullo sfondo di una Romania squallida e corrotta, Romeo Aldea (Adrian Titieni), è uno stimato chirurgo e vive in una nella cittadina di montagna della Transilvania. Sposato con un bibliotecaria, si trova costretto a mettere in discussione tutti i principi di onestà e d’impegno che ha insegnato alla figlia Eliza. Ormai vicina al diploma, la ragazza, studentessa modello, è riuscita a vincere una borsa di studio per seguire la facoltà di psicologia a Cambridge. Occorre solo superare l’esame di maturità a pieni voti, ma a quel punto si tratta soltanto di una formalità, e il padre, che ha sempre desiderato per lei un futuro all’estero, lontano dalla Romania, aspetta con ansia quel momento. Ma il giorno prima dell’esame, mentre si sta recando a scuola, la ragazza viene aggredita e, per lo shock, Eliza non riesce ad essere lucida alla prova scolastica. Alla confusione mentale si aggiunge anche la difficoltà a scrivere a causa del gesso alla mano destra per una frattura dovuta all’aggressione. I progetti che Romeo aveva formulato per lei rischiano di saltare e si troverà costretto ad utilizzare tutte le vie possibili, anche quelle che lui ha sempre contestato, affinché si realizzino. Un amico poliziotto lo consiglia di chiedere l’aiuto di un politico locale che è in lista d’attesa per un trapianto di fegato. E così la situazione di Romeo si complicherà ancora di più. Raccomandazioni, favori chiesti e ricambiati con metodi poco ortodossi, ricorda molto l’Italia e il suo malaffare questo film. “Perchè non posso rimediare ad un’ingiustizia con un’altra ingiustizia” si chiede Romeo che si sente impotente di fronte ad un fatto criminale. Ma “Un padre, una figlia” non è un film che parla solo della corruzione di un paese, ma piuttosto sulla difficoltà di essere genitore. Un padre è anche un uomo che ha commesso degli errori e non vuole farli ripetere alla figlia. Uno di questi era stato tornare in Romania dopo la morte di Ceausescu, lui e la moglie pensando che tutto sarebbe cambiato. Così non è stato. Eliza ha diritto ad avere un altro futuro e glielo ricorda ogni momento, facendole il lavaggio del cervello, anche quando le propone di truccare l’esame per superarlo. Romeo cerca un riscatto e pensa che manipolando il destino possa ottenerlo attraverso la figlia. Ma non tiene conto della vita e dei suoi imprevisti, ai quali la moglie ha risposto con la depressione e i forti mal di testa che la tormentano. Lui stesso non ha saputo reggere il peso di portare avanti un matrimonio basato su un’ illusione perduta e da tempo ha iniziato una relazione extraconiugale con una professoressa di sua figlia. Una piega nella rettitudine dell’uomo, insinuata già all’inizio del film quando un sasso lanciato contro il vetro dell’appartamento abitato da lui e la sua famiglia apre la storia come fosse un thriller. Ma proprio Eliza, interpretata da Maria Drâgus, rappresenta il nuovo che avanza. Si capisce che sta seguendo più i desideri del padre che i suoi. In realtà Eliza, vorrebbe fare delle scelte indipendenti, è contenta di stare dove si trova, ha un fidanzato che ama e le piacerebbe restare con lui in Romania, dove continuare a studiare senza compromessi. Liberarsi quindi dalla cappa in cui i suoi genitori iperprotettivi l’hanno tenuta fino ad allora e volare via.

    Clara Martinelli ilquorum.it

     

    2.VIDEO

     

    Trailer 

    Il sogno di Romeo

    Eliza non è più vergine

    Scambio di favori

    Il vicesindaco

    Download QRPrint QR
  • Le stazioni della fede

    Le stazioni della fede

    In adolescenza 

    cambia la percezione del mondo intorno e dentro di sé, cambia il corpo e cambiano le relazioni.

    Maria, la protagonista del film, è un’adolescente e il suo percorso di crescita è una via crucis. LE STAZIONI DELLA FEDE è un film che, suddiviso, come il rito cattolico, in quattordici stazioni, commuove ed emoziona.

     

    crucis2

    Kreuzweg – Le stazioni della fede
    Un film di Dietrich Brüggemann.

    Titolo originale Kreuzweg (VIA CRUCIS)

    genere Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 107 min. – Germania 2014.

    in questa pagina trovi:  tramavideorecensioni 

     

     

    Trama
    Maria ha 14 anni e la sua famiglia fa parte di una comunità cattolica fondamentalista. Maria vive la sua vita di tutti i giorni nel mondo moderno, ma il suo cuore appartiene a Gesù. Lei vuole seguirlo, per diventare una santa e andare in paradiso, così passa attraverso 14 stazioni, proprio come fece Gesù nel suo cammino verso Golgota

     

    VIDEO

    Trailer

     

     

     

     

     

     

     

     

    Recensioni

     

     

    Da sentieridelcinema.it di Laura Cotta Ramosino

    Acclamato da molta critica al Festival di Berlino e vincitore, oltre che dell’Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura ma anche del premio della Giuria Ecumenica, Kreuzweg è una pellicola insieme stimolante e frustrante, sia sul piano dei contenuti che della forma e richiede, anzi, quasi pretende, una visione concentrata e critica che molta parte del pubblico potrebbe non essere disposta a concedere.
    La vicenda della piccola Maria, vittima di una concezione del Cristianesimo punitiva, rigida e ostile al mondo (la Fraternità di San Paolo come viene qui chiamata è una palese trasposizione di quella di san Pio X fondata dall’arcivescovo Lefevre), che le impedisce di aprirsi al mondo e la convince della necessità di un sacrificio estremo, ma anche di una madre incapace di mostrare il proprio affetto, è di quelle fatte apposta per scatenare dibattiti e polemiche. E questo sia che lo si voglia concepire come un coraggioso e sincero atto di denuncia contro il fondamentalismo religioso (il regista e la sorella, sceneggiatrice, vengono essi stessi da una famiglia appartenente a una comunità cattolica di questo genere) o come un esercizio formalmente impeccabile, che nella sua pro grammaticità ideologica pecca della stessa rigidità del mondo che mette sotto accusa.
    Il film, infatti, è diviso in 14 quadri corrispondenti alle stazioni della Via Crucis (il cui nome introduce a mo’ di titolo ogni capitolo), la maggior parte dei quasi è costituito da un’unica inquadratura fissa entro cui i personaggi dialogano e si muovono (poco) per l’appunto come personaggi di quadretti votivi animati. Ogni situazione è escogitata per riflettere in modo più o metaforico (e spesso ironico) una delle tappe della Passione di Gesù. La piccola Maria Göttler (un nome un programma) è infatti una esplicita figura Christi che affronta consapevole e solitaria un martirio autoimposto, vivendo nel senso di colpa le più normali esperienze adolescenziali (anche la nascente e innocente simpatia per un coetaneo che la invita a cantare nel coro di una chiesa cattolica, sì, ma non abbastanza ortodossa per la madre di Maria) e privandosi del cibo e della gioia fino all’esito prevedibile e inevitabile.
    Benché parte di una famiglia numerosa, la ragazzina sembra immersa in una sostanziale solitudine; e nessuno degli adulti della comunità – il giovane parroco, premuroso e gentile quanto rigido; la madre, una figura spaventosa di genitrice forte di una fede spietata quanto inattaccabile che solo nel finale sembra giungere ad un punto di rottura; il padre, una figura debole e insignificante – sembra cogliere fino in fondo la testarda determinazione e la follia del piano di Maria, aspirante santa con scarso senso della realtà. Anzi, di fronte al quasi miracolo del finale la madre è velocissima a trasfigurare il rapporto perennemente critico con la figlia in una beatificazione cieca e quasi surreale.
    Kreuzweg, pur abbracciando senza se e senza ma la sua vocazione di cautionary tale verso il fondamentalismo, ha l’onestà di mettere in chiaro le carte fin da subito: quello che vediamo in azione non è né il Cristianesimo né il Cattolicesimo tout court, e anzi Brüggemann dissemina la storia di figure di credenti dalle più varie sfumature: dall’insegnante di ginnastica protestante, al gentile spasimante cattolico di Maria, dall’affettuosa ragazza alla pari francese che è forse l’unica vera amica della ragazzina, all’infermiera dell’ospedale che crede in qualcosa che non vuole definire (ed è interpretata dalla stessa sceneggiatrice). Le difficoltà scolastiche di Maria (che si rifiuta di correre in palestra perché l’insegnante accompagna gli esercizi con musica moderna “diabolica”, un tema su cui i genitori di Maria sono particolarmente rumorosi) sono l’occasione per suggerire un’apertura ulteriore a temi quali la tolleranza (i coetanei di Maria ne hanno davvero ben poca) e la libertà religiosa (si allude al fatto che alcune compagne di classe musulmane saltano direttamente l’ora di ginnastica).
    Non si ha mai davvero, però, l’impressione che Brüggemann sia alla ricerca di una vera e propria discussione o si apra al mistero doloroso di quello che sta raccontando (il “miracolo” che avviene alla morte di Maria, prontamente assunto ad autogiustificazione dalla madre). Come al responsabile delle pompe funebri del finale, poco gli importa la “verità” della fede professata da Maria fino alle estreme conseguenze: è la psiche ferita di una ragazzina quella che vuole mettere in scena. Ma nel descriverla con un piglio troppo sociologico la rende una vittima fin troppo consenziente e la priva del dramma sostanziale della libertà cui pure avrebbe avuto diritto e che avrebbe dato al film il respiro che gli manca.

    Laura Cotta Ramosino

     

    Da cineforum.net di Simone Soranna

    Probabilmente mai come in questi anni i tempi stanno correndo freneticamente e sembra che niente e nessuno sia in grado di fermarli. L’unica soluzione per reggere il passo pare essere quella di assecondarli, a costo di rischiare la propria identità, per non sparire completamente.

    Anche la religione non è esente da tale pressione, così come il cinema. Due sfere decisamente lontane e tuttavia accostate in maniera sorprendentemente naturale da Dietrich Brüggemann, il quale decide di realizzare una pellicola che racconti l’importanza del cambiamento attraverso una storia che nasce dalla tradizione (religiosa e cinematografica) e che di essa si nutre.

    Kreuzweg – Le stazioni della fede racconta il Calvario (nel vero senso della parola) di un’adolescente cresciuta secondo un’educazione cattolica fondamentalista ancorata agli insegnamenti biblici basilari, priva dei cambiamenti apportati dal Concilio Vaticano II. Il regista decide di incastonare il racconto in uno stile (apparentemente) primordiale, attraverso quattordici lunghi piani sequenza realizzati a camera fissa (a parte un paio di eccezioni). Il cinema e la spiritualità sembrano essersi fermati ai loro albori: l’uno alle vedute statiche delle origini, l’altra ai dogmi della Chiesa fondata da Pietro. La frenesia, il cambiamento, la velocità dei giorni a noi contemporanei sono del tutto azzerati in nome di un ritorno alla tradizione che tuttavia, mai come ora, è carica di una portata innovatrice senza paragoni.

    Lo scopo principale dell’autore è quello di mettere il pubblico nei panni di Dio. Il suo film è una metafora precisa e spietata di quello che è stato il percorso di Gesù verso la crocifissione. E non ci si riferisce solo alle quattordici tappe che costituiscono la via crucis (puntualmente chiamate in causa a scandire i capitoli della pellicola), quanto all’impossibilità di fare qualcosa per intervenire nella vicenda. Tutto è immobile e non c’è via di fuga, non c’è nessuna possibilità di azione. Attraverso una suspense perfettamente calibrata, Brüggemann costruisce un climax impossibile da sostenere: una giovanissima e innocente ragazza si avvicina frettolosamente verso un sacrificio che non le compete e lo spettatore non può far altro che assistere passivamente al macabro spettacolo messo in scena con una crudeltà tanto cinica quanto elementare.

    Siamo costretti a subire il fascino di un cinema rigido, freddo e formale che rischia di non essere accettato perché non coerente con i tempi. Un ossimoro straziante e deprimente, per un’opera che rischia di non riceve l’accoglienza sperata. E ogni riferimento a qualsiasi creatore divino fattosi uomo non è puramente casuale.

     

    Download QRPrint QR
  • Little Sister ( film di Hirokazu Kore-Eda)

    Little Sister ( film di Hirokazu Kore-Eda)

    our_little_sister_2

    Little Sister (Umimachi Diary)

    Regia: Hirokazu Kore-Eda

    Ratings: Kids+13

    durata 128 min.

    Giappone 2015 Italia 1 gennaio 2016

     

     

    INDICE

    • Trama
    • Recensioni
    • Trailer

    TRAMA

    Nella città balneare di Kamakura le tre sorelle Sachi, Yoshino e Chika perdono il loro padre. L’uomo aveva abbandonato la famiglia anni prima e si era rifatto una vita. Nel tragitto verso il funerale, infatti, le tre ragazze fanno la conoscenza della loro sorellastra, Suzu, una timida ragazza di 14 anni. Sachi, Yoshino e Chika invitano Suzu a vivere con loro, iniziando così una nuova e gioiosa avventura.

    RECENSIONE CINEFORUM

    Tre sorelle – Sachi,Yoshino e Chika – vivono nella casa di famiglia, ereditata dalla nonna e lasciata dalla madre dopo la separazione con il padre, avvenuta anni prima. Le ragazze vivono la loro vita adulta in una condivisione quasi adolescenziale, dividendosi tra gli obblighi lavorativi e le serate passate tra cibo, risate e qualche rivendicazione. Sachi è la più matura, fa l’in­fermiera e ha una relazione con un medico sposato che lavora nel suo ospedale; Yoshino lavora in banca, è infelicemente single e beve troppo; Chika è infantile, fa la commessa in un negozio di articoli sportivi e prende la vita con immatura semplicità. Il legame che le lega è fortissimo ma le giovani donne sembrano bloccate in un limbo, spaziale e temporale, tra l’infanzia negata dalle disavventure familiari e un’emancipazione indi­viduale che sembrano voler sempre rimandare. Le cose cambiano quando, al funerale del padre che non vedevano da tempo, incontrano la loro sorellastra ado­lescente Suzu. Senza pensarci, intuendola infelice davanti alla prospettiva di una vita con la matrigna anaffettiva, le donne la invitano a trasferirsi da loro, dando alla loro sorellanza, scricchiolante per l’abitudi­ne, una nuova dimensione di protezione e accoglienza. Umimachi Diary di Kore-Eda Hirozaku segue con partecipe discrezione l’interazione tra le quattro gio­vani donne, le pedina nel loro quotidiano, ne scruta gli impercettibili cambiamenti di umore, le crisi più o meno manifeste, le gioie minimali e improvvise. La presenza della piccola Suzu risveglia infatti i senti­menti delle sorelle, ma le mette anche di fronte a un malinconico bilancio di un’infanzia abbandonata troppo presto, di un rimpianto lancinante per i genito­ri assenti. Kore-Eda cesella le psicologie dei suoi per­sonaggi, dona loro vita e realtà con poche ma ben deli­neate caratterizzazioni, predilige i momenti conviviali – il cibo è una fonte di gioia inesauribile, soprattutto se gustato assieme – senza trascurare l’ondivaga soli­tudine emotiva delle ragazze. Umimachi Diary è un film di una disarmante e purissima semplicità, che stu­dia nel quotidiano le ragioni del cuore e riesce a farci affezionare alle protagoniste grazie all’amore, naturale e sincero, che il regista prova per loro. Quello di Kore-Eda è un cinema che non ha imbarazzo per il suo affiato sentimentale, che vuole (e sa) portare alla luce gli affetti profondi e primordiali, che si con­cede qualche pudica enfasi retorica per poi tornare a una cristallina modestia che discende dalla migliore tradizione giapponese, Ozu su tutti. Come già nel pre­cedente Father and Son, Kore-Eda indaga la famiglia come epicentro delle emozioni e segue amorevolmente le protagoniste nel loro percorso di crescita, predili­gendo le sospensioni alle scene madri, gli entusiasmi accennati alle esplosioni di gioia, i pianti silenziosi agli eccessi di dolore adottando una cadenza narrativa fluida, quasi musicale. Nonostante il tono placido e soffuso, Umimachi Diary costruisce una miracolosa empatia con le quattro giovani, ci lega a loro grazie a uno sguardo che, pur mantenendo una distanza di sicurezza, riesce a svelarci desideri e debolezze, aspira­zioni e delusioni, senza cedere al facile paternalismo. Un cinema intimo che narra con maestria l’apparente normalità e riesce a regalare universalità alla consue­tudine. Un vero e proprio colloquio sentimentale che lascia un rasserenante senso di solidale dolcezza e rin­frescante commozione.
    Federico Pedroni, Cineforum n. 546, 7/2015

    RECENSIONE di FORNARA

    Un film bello: «Sono contento di riconoscere la bellezza quando è qui». Sincero: «La sincerità è quello che conta». Intenso: «Devo proteggere questo luogo». Minimalista e rincuorante: «Le unghie dei piedi ben colorate tirano su il morale». E due gridi, quello della sorella maggiore: «Papà è un imbecille!» e quello della sorella minore: «Mamma è un’imbecille!», con l’aggiunta: «Avrei voluto passare più tempo con lei…». Ci sono tre sorelle grandi che vivono in una cittadina ai bordi del mare. Il titolo originale è “Diario da una città sulla riva del mare”. Il padre muore, lontano: le ha lasciate da tanto tempo per farsi un’altra famiglia. Le tre sorelle decidono di andare alla cerimonia funebre e trovano la mai conosciuta sorella piccola, figlia della seconda moglie del padre. Quando le sorelle grandi tornano a casa, la sorella adolescente va a vivere con loro. Comincia per tutte una nuova vita, bella sincera intensa, nella quale si riconoscono tutte e quattro figlie di uno stesso padre e tre di loro di una stessa madre, che le ha lasciate da tanto e che rientra in scena, svirgolona, frizzantina, dolce. Il film è un adattamento da un manga intitolato “Our Little Sister” e sembra un film di Ozu, trasportato nell’oggi. Qui le sorelle, di cognome fanno Koda. Ozu ha girato, nel 1941, uno dei suoi tanti film intitolato “Fratelli e sorelle della famiglia Toda”, anche quello un film familiare con genitori e 5 figli, con la morte del padre, con le frizioni tra tutti, comprese nuore e parenti. Koda e Toda. Kore-eda e Ozu: una parentela stretta. Ci sono tanti fiori di ciliegio, tanti pasti da preparare, tanto cibo da gustare, un ristorantino con una padrona gentilissima, belle fritture di bianchetti piccolissimi. C’è soprattutto quella atmosfera di Ozu che i giappponesi chiamano “mono no aware” (…) e che indica l’essere coscienti della precarietà e della impermanenza delle cose, il leggero ma ben presente senso di dispiacere per il loro svanire, il godere di un momento e sapere che se ne andrà. Come se Ozu e Kore-eda dicessero insieme: «Si può, ancora, vivere così, con leggerezza, nell’impermanenza». Ozu, vivesse oggi, potrebbe anche girare, lui così discreto, l’immagine di una delle sorelle che esce dal bagno con l’asciugamano addosso, va verso il giardino, si ferma sul rialzo, accende il ventilatore, apre l’asciugamano bello largo e sta lì a prendersi l’arietta. Kore-eda rinfresca Ozu.
    Bruno Fornara

    RECENSIONE MYMOVIE

     

    Nella cittadina di Kamakura vivono tre sorelle (Sachi, Yoshino e Chika) il cui padre le ha lasciate da 15 anni per iniziare una nuova convivenza. In occasione del suo funerale le ragazze fanno la conoscenza della sorellastra adolescente Suzu che accetta volentieri l’invito ad andare a vivere con loro.
    Hirokazu Kore-eda in questa occasione ha avuto come punto di riferimento la graphic novel “Umimachi’s Diary” di cui ha conservato l’impianto di fondo riservandosi però, con il consenso dell’autore Yoshida Akimi, la più ampia libertà di rilettura. Ha così focalizzato il racconto non solo sulla giovanissima Suzu ma anche sulla più adulta delle sorelle, Sachi. Con la sensibilità che lo contraddistingue entra in questo universo femminile in punta di piedi ma la sua attenzione nei confronti delle protagoniste sa leggere dentro i tormenti che il tempo talvolta lenisce e talaltra rende più acuti e dolorosi.
    Il sorriso di Suzu nasconde risentimenti che solo un’occasionale ubriacatura rende espliciti mentre l’apparente rigidità di Sachi trae origine non solo dall’abbandono paterno vissuto ad un’età in cui era presente la consapevolezza di quanto stava accadendo ma anche dal conflitto con l’irrisolta figura materna nei confronti della quale prova un sentimento di rifiuto. Da infermiera, tenuta al contempo a non farsi troppo coinvolgere dalle morti dei pazienti ma anche incapace di accettarle come routine professionale, Saichi cerca di proteggere le sorelle e se stessa dai sentimenti che vede come un pericolo a causa della loro instabilità e del dolore che possono procurare agli altri. In un liquore di prugne fatto in casa finisce con il condensarsi quasi simbolicamente il senso del film. Il passare del tempo ne modifica il sapore e la trasparenza. È quanto accade a molti di noi con sentimenti che ritenevamo a torto immutabili e che invece si trasformano sia in senso positivo che negativo. L’indumento offerto alla sorella più liberata così come il kimono d’estate regalato alla sorella acquisita diventano allora per Sachi segni di una possibile riapertura al sentire sempre meno vincolata a un passato di profonda sofferenza. Grazie anche a Suzu, ancora capace di farsi travolgere dalla bellezza dei ciliegi in fiore.

    Zappoli mymovie

     

     

     

    TRAILER

    Download QRPrint QR
  • Le mani della madre.

    Le mani della madre.

    6092805_389509

     

     

     

     

    1 RIASSUNTO

    2 CONFERENZA JONAS VARESE:       presentazione e intervista.

    3 RECENSIONI

    4 VIDEO PRESENTAZIONE LIBRO

    .

    .

    .

    .

    .

    .

    .

    .

    1. Riassunto

    Dopo aver indagato la paternità nell’epoca contemporanea con Il complesso di Telemaco e altri libri di grande successo, Massimo Recalcati volge lo sguardo alla madre, andando oltre i luoghi comuni, anche di matrice psicoanalitica, che ne hanno caratterizzato le rappresentazioni più canoniche. Attraverso esempi letterari, cinematografici, biblici e clinici, questo libro racconta i volti diversi della maternità mettendo l’accento sulle sue luci e le sue ombre.
    Non esiste istinto materno; la madre non è la genitrice del figlio; il padre non è il suo salvatore. La generazione non esclude fantasmi di morte e di appropriazione, cannibalismo e narcisismo; l’amore materno non è senza ambivalenza. L’assenza della madre è importante quanto la sua presenza; il suo desiderio non può mai esaurire quello della donna; la sua cura resiste all’incuria assoluta del nostro tempo; la sua eredità non è quella della Legge, ma quella del sentimento della vita; il suo dono è quello del respiro; il suo volto è il primo volto del mondo.

    “Ho scritto questo libro perché volevo essere giusto con la madre. Bisognerebbe provare a esserlo.”

    Una nuova interpretazione della maternità di fronte alle difficoltà e ai cambiamenti di oggi.

     

    2 CONFERENZA 29 SETTEMBRE VARESE

    conferenza “Le mani della madre” martedì 29 settembre alle ore 21.00 presso la sala Montanari del comune di Varese

    LOCANDINA

    3 JONAS VARESE ( www.jonasonlus.it – varese@jonasonlus.it)

    Dal 2003 Jonas Onlus, associazione senza fini di lucro con fondata da Massimo Recalcati, è impegnata nella cura di alcuni sintomi del disagio contemporaneo come anoressia, bulimia, obesità, depressioni, attacchi di panico, fenomeni psicosomatici, disagio della famiglia.

    INTERVISTA ALLA DOTTORESSA ERIKA MINAZZI DI JONAS VARESE:

    Quali sono le finalità dell’associazione Jonas ?

    Le finalità del nostro centro sono di ordine terapeutico, preventivo, formativo e di ricerca. Non solo, dunque, all’interno dei nostri studi offriamo terapie d’ordine psicoanalitico, ma ci occupiamo anche di attività a carattere formativo. Sportelli d’ascolto nelle scuole, progetti di prevenzione e formazione, organizzazione di conferenze e convegni sono al centro delle nostre attività.
    La nostra attenzione clinica non si rivolge solo a una particolare tipologia di utenza, bensì alle numerose forme di disagio e di malessere che contraddistinguono l’attualità ( dipendenze, attacchi di panico, disturbi alimentari, ansia, depressione, psicosomatica, disabilità, ecc. ecc.). La filosofia che ci guida tiene conto delle differenti peculiarità di cui le molteplici soggettività sono portatrici e un’attenzione particolare viene riservata a chi necessita di percorsi di cura a tariffe sostenibili.

    Da chi è costituita  la sede di Varese dell’associazione Jonas?

    La nostra sede è costituita da un équipe motivata e desiderosa di poter intercettare domande d’aiuto e di analisi.
    Dott.ssa Erika Minazzi, psicologa, psicoterapeuta, presidente di Jonas Varese
    Dott.ssa Valeria Maiano, psicologa
    Dottor Massimiliano Soldati, psicologo
    Dottor Massimo Porta, psicologo

    Come si può accedere ai servizi dell’associazione Jonas Varese?

    Per accedere ai nostri servizi si possono usare differenti canali:
    Si può chiamare direttamente presso la sede al numero 3482463645
    Piuttosto che telefonare al numero verde nazionale 800453858
    Oppure indirizzare una mail all’indirizzo varese@jonasonlus.it
    O contattaci su Facebook, jonas.varese e apprendere delle nostre iniziative dal sito www.jonasonlus.it
    Un membro dell’équipe sarà pronto ad accogliere ogni richiesta e a valutare la possibilità

     

    3 RECENSIONI

    Recalcati, nelle mani della madre il tormento del figlio

    Angelo che accudisce o tiranno che traumatizza? Recalcati cerca una figura di “mamma reale” al di là dei luoghi comuni (e della psicoanalisi) di FERDINANDO CAMON
    C’è una poesia a pagina 47 che, dopo averla incontrata e sorpassata, ogni tanto tornavo a rileggere. Dice così:
    La mia bambina è nella culla durante l’ora bella./La mia bambina ha butìni, ha celestino, ha buietto sotto il lenzuolino./La mia bambina è scompiglietti, è filantina, becoletti e ciuciantina,/di qua dalla finestrella/durante l’ora bella.La leggi e capisci tante cose. Che chi l’ha scritta è una donna. Che un uomo non potrebbe mai scriverla. Che la madre che scrive questi versi non guida il bambino a parlare la propria, di lei madre, lingua, ma scende lei a imparare, inventandola, la lingua del neonato, quella lingua che sta prima della lingua. Cioè: la madre rinasce nel figlio che nasce. Questa rinascita si chiama maternità.Questo libro è un viaggio nella maternità.  CONTINUA_LEGGI TUTTA LA RECENSIONE

    E tu che madre sei, narciso o coccodrillo? Oppure tigre, chioccia, piovra…

    di Giovanna Pezzuo
    Cominciamo dall’epilogo, dove volendo «essere giusti con la madre» Massimo Recalcati scrive: «bisognerebbe non dimenticare che il bestiario che accompagna inevitabilmente la sua figura (la piovra, il coccodrillo, la chioccia, il vampiro) fornisce solo il suo lato ombra, patologico, abnorme, che non fa giustizia della sua forza positiva che oltrepassa di gran lunga quel bestiario». Una precisazione che suona un po’ come una difesa preventiva… CONTINUA_LEGGI TUTTA LA RECENSIONE
     ——-
    4 VIDEO PRESENTAZIONE LIBRO

    Leggi alcune pagine del libro

     

     

    Download QRPrint QR
  • È arrivata mia figlia

    È arrivata mia figlia

    È arrivata mia figlia

    figlia

    Un film di Anna Muylaert

    Titolo originale Que horas ela volta

    Ratings: Kids+13

    durata 114 min. – Brasile 2015.

     

         INDICE

    1. video
    2. recensioni

     

    VIDEO

    TRAILER

    SCENA FILM

    RECENSIONE
    Val lavora come cameriera a tempo pieno nella villa di una famiglia bene di San Paolo. Sono più di dieci anni che non vede la figlia Jessica, che ha affidato ad una parente nel Nord del paese. Un giorno, però, la ragazza si presenta in città per l’esame di ammissione alla facoltà di architettura. Il suo ingresso nella casa di Donna Barbara, del marito e del figlio, suo coetaneo, sovverte ogni regola non scritta di comportamento e mette sua madre di fronte alle domande che non si è mai posta.
    “A che ora torna?” si chiede il titolo originale e a pronunciare la fatidica domanda, che tradisce l’attesa e l’affetto, è Fabinho, il signorino di ceto superiore, che interroga la domestica sul rientro della madre, ma è anche la figlia della domestica, in una catena di ritardi e deleghe che è il vero e proprio fenomeno sociale (non solo brasiliano) contro il quale punta il dito il film della Muylaert. Donne che assumono bambinaie per crescere i propri figli al loro posto, mentre le stesse bambinaie sono costrette a far crescere i propri figli a qualcun altro e così via, in un circolo che mescola vizio e necessità e fa sì che a farne le spese siano democraticamente i figli di tutti e la loro educazione sentimentale.
    Jessica non è, però, una sventurata d’altri tempi, non si presenta con il bagaglio di tacite conoscenze su cosa è concesso o meno a quelli come lei; non è figlia di sua madre, in questo senso, perché quella continuità si è interrotta troppo presto. Jessica è stata fortunata negli studi, ha trovato chi l’ha iniziata al pensiero critico, per lei la porta della cucina non è una linea di demarcazione scritta nei geni: è una porta come un’altra e, magari, nei disegni dei suoi futuri progetti, la toglierà del tutto. In termini cinematografici, Jessica è portatrice di un altro sguardo e di un altro uso del corpo nello spazio. Il suo avvento non ha la forza sovvertitrice del misterioso ospite del teorema pasoliniano, il film non ha certo le stesse ambizioni poetiche, ma destruttura comunque, gesto dopo gesto, stanza dopo stanza, un codice separatista che si basa sul patto tra chi pretende e chi lascia che ciò avvenga.
    Costruito come un percorso in tempo quasi reale, È arrivata mia figlia non è la storia della rivoluzione di Jessica, ma quella di Val, della sua coraggiosa epifania: è la sua presa di coscienza sulla possibilità di interrompere la catena degli errori che commuove profondamente, perché viene dal personaggio più interno al meccanismo, quello per cui, seppur sbagliata, esisteva una “natura delle cose”. Regina Case, interprete di lunga esperienza teatrale, televisiva e cinematografica, rischia d’incontrare qui il ruolo della vita e lo onora con una performance perfetta, nei tempi comici e nei toccanti momenti del retroscena (evidentemente la sua ribalta).
    Pur non allargandosi oltre il testo dichiarato, il film di Anna Muylaert è un buon esempio di un cinema per tutti che non deve per forza scendere a compromessi sul tema né sul suo impianto ritmico.

    MYMOVIE Marianna Cappi

    RECENSIONE 2

    A volte la rivoluzione passa per gesti semplici, così piccoli da stare tra le mura di una casa, eppure sconfinati. Val, interpretato dalla bravissima Regina Casè, è una governante che fa il suo lavoro con amore e serietà. Dopo aver lasciato sua figlia alle cure del padre e di una zia, approda a San Paolo iniziando a lavorare presso una facoltosa coppia di cui accudisce amorevolmente il figlio, diventando di fatto la sua “seconda madre”. Un secondo posto che le spetta, suo malgrado, anche nella vita della figlia Jessica che arriva in città per sostenere l’esame d’ingresso presso una prestigiosa università.

    Figlia di una generazione che non si sente più schiava delle differenze di classe, Jessica porterà scompiglio nel mondo socialmente statico di Val, infondendole il coraggio di guardarsi sotto una diversa luce per vedersi «né migliore, né peggiore di chiunque altro».

    Anna Muylaert è l’invisibile direttrice d’orchestra di questo piccolo, grande film. La macchina da presa, spesso immobile, diventa un oggetto che scompare con estrema naturalezza nel sistema di una direzione degli attori svuotata di qualsiasi “vizio di forma”, fotografando l’azione con il preciso intento di rinunciare a qualsiasi forma di gerarchia.

    Lo spettatore entra nella casa in cui si concentra la vicenda, camminando tra le sue pareti indisturbato e libero di una guida che lo tenga per mano. Invisibile, riesce gradualmente a percepire le tracce, lasciate con maestria nei più piccoli dettagli, di una dittatura perpetrata silenziosamente nell’involucro di un mondo moderno e civile. La scrittura, caratterizzata da una leggerezza che può essere solo frutto di un duro, puntualissimo e meticoloso lavoro, non tradisce sbavature, riuscendo nell’impresa di non peccare di presunzione e mettendosi quindi al completo servizio del film.

    Il film di Anna Muylaert possiede uno stile che è difficilmente riassumibile con pochi riferimenti. Mette in scena la discriminazione di classe insidiatasi così capillarmente nella cultura brasiliana, da trasformarsi in naturale e incontestabile tradizione, arrivandoci con modalità del tutto singolari. Spoglio di retorica, abbraccia toni che sono propri del reportage, pur non essendo tale. Sfiora la denuncia sociale, spogliandola di aggressività e mostrando con efficacia quanto le barriere sociali siano null’altro che pura assurdità.In uscita nella sale italiane il 4 giugno, vincitore del Premio Speciale della Giuria al Sundance Festival e del premio del Pubblico al Festival di Berlino, È arrivata mia figlia, riesce a mettere d’accordo cuore e ragione e, no, non è un passaggio scontato. di Dalila Orefice cinefilos.it

     

    Download QRPrint QR
  • La famiglia Bélier

    La famiglia Bélier

     

    belierLa famiglia Bélier

    Un film di Eric Lartigau.

    Ratings: Kids+13,

    durata 100 min. – Francia 2014.

     

    ….

     

    INDICE

    1.  RECENSIONE
    2. INTERVISTA AL REGISTA (video)
    3. TRAILER (video)
    4. IL TALENTO (video)
    5. IL PRIMO APPUNTAMENTO (video)
    6. MIEI CARI GENITORI, NON FUGGO , IO VOLO (video e testo)

     

     

    1)  RECENSIONE
    Marzia Gandolfi  MY MOVIE

    Paula Bélier ha sedici anni e da altrettanti è interprete e voce della sua famiglia. Perché i Bélier, agricoltori della Normandia, sono sordi. Paula, che intende e parla, è il loro ponte col mondo: il medico, il veterinario, il sindaco e i clienti che al mercato acquistano i formaggi prodotti dalla loro azienda. Paula, divisa tra lavoro e liceo, scopre a scuola di avere una voce per andare lontano. Incoraggiata dal suo professore di musica, si iscrive al concorso canoro indetto da Radio France a Parigi. Indecisa sul da farsi, restare con la sua famiglia o seguire la sua vocazione, Paula cerca in segreto un compromesso impossibile. Ma con un talento esagerato e una famiglia (ir)ragionevole niente è davvero perduto.
    Campione di incassi in Francia e nella stagione appena passata, La famiglia Bélier è una commedia popolare che aggiorna con note e sorrisi il vecchio tema dell’adolescente alla ricerca di un’identità stabile. Sospeso tra focolare e autonomia, il nuovo film di Éric Lartigau ‘riorganizza’ una famiglia esuberante intorno a un’età per sua natura fragile e scostante. A incarnarla è il volto pieno e acerbo di Louane Emera, ex concorrente dell’edizione francese di The Voice, che presta voce e immediatezza a un personaggio in cerca di un posto nel mondo. Se comicità e crisi si accomodano tra la rappresentazione genitoriale del futuro filiale e la tensione allo svincolo della prole, i personaggi vivono situazioni esilaranti, annullano lo scarto con l’amore e spiccano il salto verso una condizione nuova. Appoggiato su una sceneggiatura solida, che mescola con perfetta misura umorismo, lacrime, disfunzioni, pregiudizi e canzoni, La famiglia Bélier svolge una storia ben ordita in cui ciascun personaggio gioca la sua parte con effetto e sincerità, senza mai sconfinare nel pathos. Precipitando lo spettatore nel mondo ‘smorzato’ dei malentendants, Lartigau elude lo sguardo (fastidioso) dei ‘normali’ sui disabili, mettendo in scena una famiglia che quella difficoltà ha imparato a gestirla, intorno a quella difficoltà è cresciuta e su quella difficoltà si è impratichita, sentendo ogni movimento della vita. La famiglia Bélier non emoziona perché è differente ma al contrario perché è universale, si agita, si rimprovera e fa pace come tutte le famiglie del mondo. Chiusi nella sordità e in una bolla di sicurezza familiare, i Bélier si fanno sentire forte e chiaro attraverso la voce limpida di Paula e attraverso il linguaggio marcato dei segni. Linguaggio che regista e attori dimostrano di saper adottare con sensibilità dentro un film good movie alla francese, che ‘canta’ Michel Sardou. Celebre chanteur parigino, ammirato dal professore appassionato e coinvolto di Éric Elmosnino, Sardou è il tappeto musicale che ‘accompagna’ il ritratto di una famiglia in un interno domestico e in un esterno bucolico, lontano dalle città e dentro una Francia atemporale e irriducibile, che alla techno preferisce la chanson française, al formaggio di soia quello a latte crudo, alle hall degli aeroporti le piazze di paese. Per preservare ‘quella Francia’ i Bélier sono addirittura disposti a scendere politicamente in campo e a battersi ‘a gran voce’. In tempi di crisi, la commedia di Lartigau ripara nei valori di cui Paula è in fondo portatrice sana. Perché il suo distacco dalle ‘origini’ è solo fisico, mai totale e lirico come le parole ‘segnate’ di Sardou (“Je vole”). Parafrasando la canzone, Paula “non fugge, lei vola” verso spazi e tempi di prova in cui prepararsi alla vita. Dentro una moltitudine di diversità Éric Lartigau pesca quella irresoluta dell’adolescenza e di un’adolescente che deve apprendere un ‘linguaggio’ nuovo ed evidentemente altro e incoerente rispetto a quello familiare. Ispirato al libro di Véronique Poulain (“Les Mots qu’on ne me dit pas”), La famiglia Bélier è abitato da un cast irresistibile, condotto da François Damiens e Karin Viard, genitori affatto ‘sordi’ a la maladie d’amour e a quel fiume di note impetuose che cercano una melodia. Una melodia che Paula legittima adesso con la sua voce (e le sue mani).

     

     

    2) INTERVISTA AL REGISTA

    3) TRAILER

    4) IL TALENTO

    5) IL PRIMO APPUNTAMENTO

    6) MIEI CARI GENITORI…NON FUGGO . IO VOLO

    Mes chers parents je pars
    Je vous aime mais je pars
    Vous n’aurez plus d’enfants, ce soir
    Je m’enfuis pas je vole
    Comprenez bien je vole
    Sans fumée sans alcool je vole, je vole

    C’est jeudi, il est 5h05,
    j’ai bouclé une petite valise
    et je traverse doucement l’appartement endormi
    j’ouvre la porte d’entrée en retenant mon souffle
    et je marche sur la pointe de pieds
    comme les soirs où je rentrais apres minuit
    pour ne pas qu’ils se réveillent
    Hier soir à table
    j’ai bien cru que ma mere se doutait de quelques chose
    Elle m’a demandé si j’etais malade,
    pourquoi j’etais si pâle
    j’ai dit que j’etais très bien
    Tout à fait clair je pense qu’elle a fait semblant de me croire
    et mon père a sourit.

    En passant a coté de la voiture
    j’ai ressenti comme un drôle de coup
    je pensais que ce serait plus dure et plus grisant
    un peu comme une aventure mais moins déchirant
    Oh, surtout ne pas se retourner, s’éloigner un peu plus
    Il y a la gare,
    et après la gare il y a l’Atlantique,
    et après l’Atlantique…

    C’est bizarre cette espece de cage qui me bloque la poitrine
    ça m’empeche presque de respirer
    je me demande si tout à l’heure
    mes parents se douterons que je suis en train de pleurer
    Oh surtout ne pas se retourner, ni les yeux ni la tete,
    ne pas regarder derrière
    seulement voir ce que je me suis promis
    et pourquoi et où et comment…
    Il est 7h moins 5 je me suis rendormi dans ce train
    qui s’éloigne un peu plus
    oh surtout ne plus se retourner… jamais!

    Mes chers parents je pars
    je vous aime mais je pars
    vous n’aurez plus d’enfants ce soir
    je m’enfuis pas je vole
    comprenez bien je vole
    sans fumée sans alcool, je vole, je vole

    Download QRPrint QR
  • Birdman

    Birdman

    birdman

    Birdman

    regia Alejandro González Iñárritu.

    Attori Michael Keaton, Zach Galifianakis, Edward Norton, Andrea Riseborough, Amy Ryan.

    Ratings: Kids+13,

    durata 119 min. –

    uscita  5 febbraio 2015.

     

     

     INDICE

    TRAMA

    RECENSIONE 1

    RECENSIONE 2

    VIDEO

     

     

    TRAMA

    Dopo un folgorante passato nei panni di un glorioso supereroe, l’attore Riggan Thomson (Michael Keaton) spera che dirigere un nuovo, ambizioso spettacolo a Broadway riuscirà a rilanciare la sua carriera moribonda e a dimostrare a tutti – e a se stesso – che non è solo una ex star di Hollywood. Nei giorni che precedono la sera della prima, Riggan deve fare i conti con un ego irriducibile e gli sforzi per salvare la sua famiglia, la carriera e se stesso

    RECENSIONE 1 : “Birdman”, un attore tra crisi d’identità e bisogno d’amore

    Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore? È questo, senza interrogativo finale, il titolo di una delle più straordinarie raccolte di racconti del Novecento. Ed è la domanda che attraversa il nuovo film di Alejandro Iñárritu, “Birdman”, uno dei migliori dell’anno, il più nominato agli Oscar (9), con “Grand Budapest Hotel” di Wes Anderson e davanti allo splendido “Boyhood” di Richard Linklater. Lo sappiamo al cinema dai tempi dell’“Effetto notte” di Truffaut. È un disperato bisogno d’amore che spinge a fare il mestiere dell’attore e forse anche per altri: ormai quasi tutti sono attori, qualsiasi lavoro facciano. Ma quale sia la forma di questo amore, se la fama, il successo, l’adorazione, il numero dei followers e come questa ricerca influisca sul bisogno d’amore quotidiano, tangibile per una donna, un uomo, un figlio, un amico, questo è il tormento del nostro eroe.

    Riggan Thomson è una vecchia celebrità di Hollywood, famoso per aver interpretato uno dei tanti grotteschi supereroi da cassetta, Birdman, decaduto da quando ha rifiutato di girare il quarto film della serie blockbuster. A distanza di anni, punta tutte le sue aspirazioni di affermarsi come vero artista nella riduzione teatrale delle meravigliose novelle di Raymond Carver, un progetto per Broadway di cui è scrittore, produttore e protagonista in scena. Mentre si avvicina la fatidica sera della prima, in un crescendo di ansia, la disperata e donchisciottesca scommessa di Riggan si dipana in un labirinto d’incontri e confronti con il passato e il presente, con la ex moglie dolce e materna, una figlia disincantata, colleghi ancora più insicuri e nevrotici, una critica teatrale frustrata e sadica, un amico avvocato al quale spetta il ruolo di Sancho Panza nel sogno di gloria. La camera di Iñárritu lo insegue in un flusso continuo, omaggio cinefilo al grande Hitchcock, sfiorando con leggerezza alcuni solidi luoghi comuni – il rapporto fra cinema e teatro e letteratura, fra arte e mercato – senza mai cadere nella banalità e anzi virando ogni volta verso situazioni inattese, a tratti d’irresistibile comicità. Nella forma e nella sostanza Iñárritu descrive la parabola del folle volo di un Ulisse, di un Icaro del nostro tempo fragile e disperso fra mille inutili tentazioni e ricorrenti crisi d’identità.
    La forza creativa del cinema di Iñárritu è sostenuta da una scrittura brillante e da una prova d’attori fenomenale. Ed Norton è travolgente nella parte di Mike, vanesio e arrogante coprotagonista e contraltare dell’eroe, Emma Stone, sempre più brava, interpreta un’indimenticabile figlia cinica e seduttiva, Naomi Watts è perfetta nel ruolo di un’attrice in fuga dal ruolo di sex symbol. Su tutti però giganteggia Michael Keaton, già vincitore del Globen Globe e favorito per un Oscar che realizzerebbe un’altra favola hollywoodiana. Perché si tratta proprio di lui, del Keaton protagonista dei primi due “Batman”, poi ripudiato dalla Mecca del cinema per aver rifiutato “Batman 3” e ora tornato alla gloria con il personaggio autobiografico di Birdman, fra gli applausi del pubblico che si era dimenticato di lui e gli osanna d’una critica che l’aveva sempre considerato un mediocre attore miracolato dal botteghino.
    Con “Birdman” il messicano Alejandro Iñárritu si conferma uno dei registi di maggior talento del panorama cinematografico mondiale e forse nella notte degli Oscar confermerà anche il ruolo di portafortuna hollywoodiano della mostra di Venezia. Il suo film aveva inaugurato l’ultima edizione, proprio come “Gravity” del suo fratello artistico Alfonso Cuarón aveva aperto la precedente, prima di fare il pieno di statuette. Con simili premesse è probabile che al prossimo festival del Lido assisteremo a una corsa dei produttori per aggiudicarsi la serata inaugurale. Se fossero tutti del livello degli ultimi due, per Alberto Barbera sarà un dramma dover scegliere. Curzio Maltese Repubblica.it

    RECENSIONE 2 
    Riggan Thompson è una star che ha raggiunto il successo planetario nel ruolo di Birdman, supereroe alato e mascherato. Ma la celebrità non gli basta, Riggan vuole dimostrare di essere anche un bravo attore. Decide allora di lanciarsi in una folle impresa: scrivere l’adattamento del racconto di Raymond Carver Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, e dirigerlo e interpretarlo in uno storico teatro di Broadway. Nell’impresa vengono coinvolti la figlia ribelle Sam, appena uscita dal centro di disintossicazione, l’amante Laura, l’amico produttore Jake, un’attrice il cui sogno di bambina era calcare il palcoscenico a Broadway, un attore di grande talento ma di pessimo carattere. Riuscirà Riggan a portare a termine la sua donchisciottesca avventura?
    Dopo il tuffo negli abissi della disperazione di Biutiful, capolavoro poco apprezzato dal grande pubblico, il regista messicano Alejandro Gonzalez Inarritu si cimenta con la commedia, benché agrodolce e in alcuni tratti quasi nera. Temi principali sono l’ego, in particolare quello maschile, e l’incapacità di distinguere l’amore degli altri dalla loro approvazione. Chi meglio di un attore molto amato ma poco apprezzato per rappresentarlo? Inarritu scandaglia l’animo di Riggan usando la cinepresa come mai aveva fatto prima, ovvero cimentandosi in una serie praticamente infinita di piani sequenza all’interno dei quali gli attori recitano senza inerruzioni come su un palcoscenico teatrale, entrando e uscendo continuamente dal teatro in cui si svolge prevalentemente l’azione alla strada, e dentro e fuori i camerrini, i corridoi, il backstage del teatro stesso. In un gioco continuo di immagini rifratte attraverso specchi e spiragli.
    Il paragone con Robert Altman è inevitabile: i piani sequenza (come quello iniziale de I protagonisti), l’adattamento da Carver (come in America Oggi), la messa in ridicolo corale del mondo dello spettacolo (Nashville, I protagonisti, Radio America). Come è altmaniana la visione da insider della Hollywood contemporanea, in particolare quella dei franchise dedicati ai supereroi, “pornografia apocalittica” responsabile dell’infantilizzazione irreversibile del pubblico.
    Birdman è anche un capolavoro di metacinema: il protagonista è quel Michael Keaton che deve la sua celebrità all’interpretazione di Batman (ma che è anche un grande attore, come dimostra appieno nel film di Inarritu); è più volte citato The Avengers, il film cui Edward Norton, che in Birdman ha il ruolo del prim’attore, ha rifiutato di partecipare nei panni di Hulk, dopo aver litigato con la produzione del film sul gigante verde. E c’è una scena in cui Inarritu fa ciò che Hollywood vorrebbe da ogni regista, dopo aver fatto per tutto il resto del film ciò che Hollywood detesta (tranne la notte degli Oscar): infiniti virtuosismi registici, dialoghi interminabili, mancanza di un eroe immediatamente identificabile.
    Birdman è apparentemente privo di montaggio (o meglio: il montaggio è molto attento a “non interrompere un’emozione”) il cui ritmo è dato da una pianificazione meticolosa, una inarrestabile agilità nei movimenti di macchina, una recitazione rocambolesca, un incalzante rullo di batteria che accompagna tutte le azioni che coinvolgono Riggan. Ed è un esperimento in linguaggio cinematografico coraggioso e spaccone, reboante e ridondante, eccessivo ma funzionale alla storia che narra. Inarritu racconta l’uomo (e in particolare il maschio) nella sua fragilità e contraddizione, nei suoi sogni di gloria e le sue delusioni di vita. Racconta la presunzione, ma anche la vulnerabilità, di ogni artista, o anche di chi crede di esserlo ed è costretto a confrontarsi con l’evidenza contraria. Attraverso lo sguardo di Riggan, il regista commenta su tutta la società contemporanea, sul “genocidio culturale” in corso e sulla prevalenza fagocitante dei social media, creatori di una nuova forma di ambizione, quella di diventare virale, e una nuova forma di delusione, quella di credere che milioni di contatti equivalgano ad un singolo attestato di stima.
    Il risultato è un film magmatico (e in questo senso perfettamente “almaniano”) che è un piacere per gli spettatori, gioiosamente ridondante e tracimante vita ed ambizione. Nella sua bulimia creativa Inarritu inanella troppi finali, ma è difficile biasmiarlo per la volontà di dire troppo invece che tutto, ricordando che chi rischia cammina sempre sull’orlo dell’abisso. Paola Casella MYMOVIE

     

    VIDEO

    Download QRPrint QR