Categoria: Libri

  • I sette saperi necessari all’educazione del futuro (Morin, 2001)

    “I sette saperi necessari all’educazione del futuro”, pubblicato in Italia dall’editore Cortina nel maggio 2001, è stato scritto dal prestigioso sociologo francese Edgar Morin nel 1999, su commissione dell’UNESCO, nell’ambito del “Programma internazionale dell’educazione”.

    Questo saggio di Morin costituisce un ulteriore prezioso contributo all’avvio di quella riforma culturale che, rivendicata dalla società della conoscenza, trova ancora nelle scuole, non solo italiane, molte difficoltà e resistenze.

    Non si tratta di impostare una riforma in cui tutto sia preventivamente definito e programmato, ma piuttosto di cominciare a individuare alcuni “accessi” attraverso i quali gli insegnanti siano incoraggiati a muoversi verso una nuova impostazione dei saperi. Morin ce ne indica sette . Ora sta a noi entrare e intraprendere il “viaggio”. Un viaggio che non sarà né breve né facile, ma non è più tempo di indugi. Insieme dobbiamo avere il coraggio di rischiare, di non arroccarci nello statu quo, di muoverci lungo questo sentiero, che insieme possiamo scoprire e costruire, cammin facendo.

    SINTESI

    Capitolo I: Limiti della conoscenza: l’errore e l’illusione

    E’ strano che l’educazione, che dovrebbe mirare a trasmettere conoscenze, sia “cieca” nei confronti di ciò che è la conoscenza umana, di quali siano i suoi dispositivi, le sue debolezze, le sue difficoltà, le sue propensioni all’errore e all’illusione, e non si preoccupi affatto di insegnare che cosa significhi “conoscere”.

    La conoscenza non può essere considerata come uno strumento pronto all’uso, che si può utilizzare senza conoscerne la natura. La conoscenza della conoscenza deve essere assunta come necessità prioritaria per educare i giovani ad affrontare i rischi di errore e di illusione che insidiano costantemente la mente umana.

    Si tratta di attrezzare i giovani a conquistare una priorità vitale: la lucidità. Occorre assumere e sviluppare nell’insegnamento lo studio delle caratteristiche cerebrali, mentali, culturali della conoscenza umana, dei suoi processi e delle sue modalità di formazione, delle disposizioni sia fisiche che culturali che inducono l’illusione o l’errore.

    Capitolo II: Educare ad un sapere “pertinente”

    C’è un problema fondamentale, da sempre misconosciuto, che è la necessità di promuovere una conoscenza che sappia cogliere i problemi globali e fondamentali entro i quali inserire le conoscenze parziali e locali. L’estrema frammentazione delle conoscenze operata dalle singole discipline rende spesso impossibile collegare le parti alla totalità; si dovrà pertanto far posto a un tipo di conoscenza capace di inquadrare le cose nei loro contesti, nella loro complessità, nei loro insiemi.

    E’ necessario sviluppare l’attitudine naturale della mente umana a situare tutte le informazioni in un contesto e in un insieme. Occorre insegnare metodi che permettano di cogliere le mutue relazioni e le influenze reciproche tra le parti entro un mondo complesso.

    (ndr. Uno dei concetti base della psicologia cognitiva è che il sapere è pertinente solo se si è capaci di collocarlo all’interno di un contesto e che la conoscenza, anche la più sofisticata, smette di essere pertinente se è totalmente isolata)

    Capitolo III: Insegnare la condizione umana

    L’essere umano è un insieme fisico, biologico, culturale, sociale, storico. L’insegnamento delle singole discipline tende a disintegrare questa unità complessa della natura umana, al punto che è diventato impossibile apprendere il senso dell’essere uomini. Bisogna ricomporre questa unità, in modo che ciascuno abbia conoscenza e consapevolezza della propria identità complessa e dell’identità che lo accomuna a tutti gli altri esseri umani.

    In questo senso la condizione umana deve essere l’oggetto fondamentale di tutto l’insegnamento. Questo capitolo indica come sia possibile, a partire dalle attuali discipline, riconoscere l’unità e la complessità umane, ricomponendo e organizzando conoscenze attualmente frammentate nelle scienze della natura, nelle scienze umane, nella letteratura e nella filosofia.

    Capitolo IV: Educare all’identità “terrestre”

    Il destino ormai planetario del genere umano è un’altra realtà fondamentale ignorata dall’insegnamento. La conoscenza degli sviluppi dell’era planetaria che avranno luogo nel XXI secolo e la coscienza dell’identità “terrestre”, che sarà sempre più indispensabile a ciascuno e a tutti, devono diventare obiettivi fondamentali dell’insegnamento.

    Bisogna insegnare la storia dell’era planetaria, che ha inizio con la comunicazione fra tutti i continenti nel XVI secolo, e mostrare come tutte le parti del mondo siano diventate interdipendenti, senza occultare le oppressioni e le dominazioni che hanno devastato l’umanità e non sono affatto scomparse. Bisognerà indicare le caratteristiche della crisi planetaria che ha segnato il XX secolo, dimostrando come tutti gli uomini, ormai spinti dagli stessi problemi di vita e di morte, vivono uno stesso comune destino.

    Capitolo V: Educare ad affrontare l’imprevisto

    Le scienze ci fanno acquisire molte certezze, ma noi abbiamo scoperto nel corso del XX secolo innumerevoli domini di incertezza. L’insegnamento dovrà mettere a fuoco le incertezze che si sono manifestate nelle scienze fisiche (microfisica, termodinamica, cosmologia), nelle scienze dell’evoluzione biologica e nelle scienze storiche.

    Si dovranno insegnare alcune strategie che permettano di affrontare i rischi, l’imprevisto e l’incerto, e di modificarne lo sviluppo, in virtù delle informazioni che man mano si acquisiscono. Bisogna imparare a navigare in un oceano di incertezze fra alcuni arcipelaghi di certezze.

    La frase del poeta greco Euripide, antica di venticinque secoli, è più che mai attuale: “L’atteso non accade mai, è all’inatteso che il dio apre la porta”. L’abbandono delle concezioni deterministiche, che ci avevano portato a credere di poter predire il futuro, l’analisi dei grandi avvenimenti e dei disastri occorsi nel XX secolo che sono stati tutti inaspettati, il carattere ormai ignoto dell’avventura umana, devono indurci ad educare menti capaci di affrontare l’inatteso. E’ necessario che tutti coloro che hanno il compito di insegnare siano i primi ad avere consapevolezza delle incertezze che avvolgono il nostro tempo.

    Capitolo VI: Educare alla comprensione

    La comprensione è a un tempo mezzo e fine della comunicazione umana. L’educazione alla comprensione è assente dai nostri insegnamenti, mentre il pianeta necessita in tutti i sensi di mutue comprensioni. Pertanto, considerata l’importanza dell’educazione alla comprensione in tutti i livelli educativi e a tutte le età, bisogna operare una vera e propria riforma di mentalità in grado di promuoverla. Questa riforma deve costituire un preciso impegno nell’educazione del futuro.

    La mutua comprensione fra gli uomini, vicini a noi o a noi estranei, è oggi vitale per far uscire le relazioni umane dalla barbarie dell’incomprensione.

    E’ necessario studiare l’incomprensione, analizzarne le radici, le modalità di sviluppo, gli effetti. Un tale studio sarà tanto più efficace se si individueranno non i sintomi, ma le cause del razzismo, della xenofobia e del disprezzo. Esso costituirà anche una delle basi più solide per l’educazione alla pace, un’educazione alla quale io tengo particolarmente per mia formazione e per personale vocazione.

    Capitolo VII: L’etica del genere umano

    L’insegnamento dovrà portare alla costruzione di un’ “antropo-etica”, che faccia riferimento alla triplice condizione umana, all’uomo come individuo, all’uomo come società e all’uomo come specie. L’etica individuo/società richiede un controllo dell’individuo sulla società e della società sull’individuo, questa è la democrazia; mentre l’etica individuo/specie assume nel XXI secolo il significato di cittadinanza terrestre.

    L’etica non potrà essere insegnata attraverso lezioni di morale. Dovrà essere sviluppata a partire dalla consapevolezza che l’uomo è a un tempo individuo, parte di una società, parte di una specie. Portiamo in ciascuno di noi questa triplice realtà. Così dovremo promuovere lo sviluppo congiunto dell’autonomia individuale, della partecipazione sociale e della coscienza di appartenere alla specie umana.

    A partire da queste considerazioni si possono abbozzare le due grandi finalità etico-politiche del nuovo millennio: stabilire un controllo reciproco tra la società e gli individui attraverso la democrazia, concepire l’umanità come una comunità planetaria. L’insegnamento deve contribuire, non solo alla presa di coscienza della nostra Terra-Patria, ma anche permettere che questa coscienza si traduca nella volontà di realizzare la cittadinanza terrestre. (tratto da vivoscuola).

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  • La testa ben fatta (Morin, 2000)

    La testa ben fatta.
    Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero nel tempo della globalizzazione

    Un libro di Edgar Morin

    Si tratta infatti di una riflessione estremamente interessante sul senso del fare educazione oggi.
    Il testo è appare una meditazione che si avvolge attorno a tre frasi, una di Eliot, una di Pascal ed una di Montaigne.

    Eliot:: “Dov’è la conoscenza che perdiamo nell’informazione? Dov’è la saggezza che perdiamo nella conoscenza?” A dire che oggi la sfida è la Babele di informazioni frammentate che servono solo per scopi tecnici ma che non riescono a fornire alcun senso complessivo, alcuna direzione, alcuna saggezza.

    Pascal: “Dunque, poiché tutte le cose sono causate e causanti, aiutate ed adiuvanti, mediate ed immediate, e tutte sono legate da un vincolo naturale e insensibile che unisce le più lantane e le più disparate, ritengo che sia impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, così come è impossibile conoscere il tutto senza conoscere il tutto?”

    Montaigne: “E’ meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”.

    E’ la sfida della ipercomplessità, la sfida di una terra divenuta per ogni uomo comunità di destino anche se ognuno di noi fa una enorme fatica a percepire che “tutto si connette”, che tutto è tessuto insieme.

    Le sfide

    Secondo Morin l’insegnamento/educazione è oggi di fronte a tre sfide:

    La sfida culturale dove si confronta sapere umanistico (che affronta la riflessione sui fondamentali problemi umani e favorisce l’integrazione delle conoscenze) e la cultura tecnico-scientifico (che separa i campi, suscita straordinarie scoperte ma non una riflessione sul destino umano e sul divenire della scienza stessa)
    La sfida sociologica: l’informazione è una materia prima che la conoscenza deve integrare e padroneggiare; la conoscenza deve essere costantemente rivisitata e riveduta dal pensiero; il pensiero è oggi più che mai il capitale più prezioso per l’individuo e la società.

    La sfida civica Il sapere è diventato sempre più esoterico (accessibile ai soli specialisti) e anonimo (quantitativo e formalizzato). Si giunge così all’indebolimento del senso di responsabilità (poiché ciascuno tende ad essere responsabile solo del proprio compito specializzato) ed all’indebolimento della solidarietà (poiché ciascuno percepisce solo il legame organico con la propria città e i propri concittadini). Siamo cioè di fronte ad un deficit democratico.

    Raccogliere queste sfide significa procedere ad una “riforma dell’insegnamento che deve condurre alla riforma di pensiero e la riforma di pensiero deve condurre a quella dell’insegnamento” (pag. 13). Una proposta non programmatica ma paradigmatica.

    La testa ben fatta

    Ma come è una testa ben fatta? Morin sostiene che una tale testa è caratterizzata non dall’accumulo del sapere quanto piuttosto dal poter disporre allo stesso tempo di:

    a) una attitudine generale a porre e a trattare i problemi

    b) principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso.

    La testa ben fatta va dunque al di là del sapere parcellizzato (e quindi al di là delle “discipline”) riconnettendo sapere umanistico e sapere scientifico, mettendo fine alla separazione fra le due culture consentendo così di rispondere alle sfide poste dalla globalità e dalla complessità delle vista quotidiana, sociale, politica, nazionale e mondiale.

    Si tratta cioè di “far convergere (sull’uomo) le scienze naturali, le scienze umane, la cultura umanistica e la filosofia nello studio della condizione umana. Allora si potrebbe giungere a una presa di coscienza della comunità di destino propria della nostra condizione planetaria, in cui tutti gli umani sono messi a confronto con gli stessi problemi vitali e mortali” (pag. 44).

    Si tratta di apprendere a vivere, di apprendere a trasformare le informazioni in conoscenza e la conoscenza in sapienza. E apprendere a vivere significa affrontare l’incertezza (attrezzarsi – direbbe Salvatore Natoli – per dominare il caso, per portarsi all’altezza dell’improbabile rinunciando ad ogni pretesa di totalità disponendoci al viaggio, al transitare).

    E apprendere a vivere è, da ultimo, apprendere a diventare cittadini, e cittadini “glo-cali”: cittadini del proprio villaggio ma anche contemporaneamente del mondo fattosi villaggio.

    Le proposte di Morin sono molteplici, espresse sempre con lucidità e poesia.

    Ad esempio: quale viatico per imparare a vivere nell’incertezza?

    Praticare un pensiero che si sforzi di contestualizzare e globalizzare le informazioni e le conoscenze
    Utilizzare non il programma e la programmazione ma la strategia. La programmazione determina infatti a priori una sequenza di azioni in vista di un obiettivo mentre la strategia prefigura scenari di azione e ne sceglie uno, in funzione di ciò che essa conosce di un ambiente incerto (si veda, al riguardo lo stupendo volume dedicato anni fa da Gabriele Boselli alla Postprogrammazione – La Nuova Italia).

    La scommessa: la strategia porta con sé la consapevolezza dell’incertezza che dovrà affrontare e comporta perciò una scommessa. Essa deve essere pienamente cosciente della scommessa, in modo da non cadere in una falsa certezza.

    Il pensiero che interconnette

    Si tratta dunque di coltivare il pensiero che connette e interconnette secondo sette principi:

    Il principio sistemico (il tutto è più della somma delle parti)
    Il principio ologrammatico (sembra un paradosso ,a le organizzazioni complesse evidenziano anche che il tutto è iscritto nella parte)
    Il principio della retroazione (feedback) che rompe lo logica della causalità lineare
    Il principio dell’anello ricorsivo (gli uomini producono la società mediante le loro interazioni, ma la società in quanto globalità emergente produce l’umanità di questi individui portando loro il linguaggio e la cultura)
    Il principio dell’autonomia/dipendenza (gli umani sviluppano la propria autonomia dipendendo dalla cultura)
    Il principio dialogico (che unisce i principi che a prima vista paiono elidersi a vicenda: vita/morte; ordine/disordine…)
    Il principio della reintegrazione del soggetto conoscente in ogni processo di conoscenza.

    Secondo Morin la riforma del pensiero è anche riforma “etica”: del resto il pensiero che connette, proprio perché connette, è anche un pensiero ed una azione solidale: “Un modo di pensare capace di interconnettere e di solidarizzare delle conoscenze separate è capace di prolungarsi in una etica di interconnessione e di solidarietà fra umani” (pag. 101).

    Il mestiere (e l’arte) dell’insegnare

    Quale insegnante è prefigurato da questo mutamento di paradigma? Morin ne traccia un preciso identikit.

    I tratti essenziali dell’insegnante sono (pag. 106):

    Fornire una cultura che permetta di distinguere, contestualizzare, globalizzare, affrontare i problemi multidimensionali, globali e fondamentali;
    Preparare le menti a rispondere alle sfide che la crescente complessità dei problemi pone alla conoscenza umana;
    Preparare le menti ad affrontare l’incertezza favorendo l’intelligenza strategica e la scommessa per un mondo migliore
    Educare alla comprensione umana fra vicini e lontani
    Insegnare l’affiliazione (a partire dal proprio villaggio sino al villaggio globale)
    Insegnare la cittadinanza terrestre come comunità di destino dove tutti gli umani sono posti a confronto con gli stessi problemi vitali e mortali

    Sono questi i punti necessari per uscire dal pensiero chiuso e parcellizzato, ripiegato su se stesso, sul proprio sempre più minuscolo pezzetto di puzzle.

    E qui sta anche il ruolo chiave della riforma del pensiero e dell’insegnamento: si tratta di una necessità democratica. Formare cittadini capaci di affrontare i problemi del loro tempo; frenare il deperimento democratico che è suscitato in tutti i campi delle politica dell’espansione dell’autorità degli esperti, degli specialisti di tutti i tipi che limita progressivamente la competenza dei cittadini.

    Un libro su cui discutere. Attualissimo come attualissime ed urgenti sono le sfide cui siamo chiamati a far fronte (tratto da pavonerisorse).

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  • Maggio, è un bel mese per la prima classe (Caggio, Gotardi, De Polo, 2010)

    Caggio Francesco, De Polo Renato, Gottardi Alida (a cura di), Maggio, è un bel mese per la prima classe… prime letture di antichi registri scolastici, 2010, pp. 139, Isbn 9788857501918, Euro 14,00

    Dalle vecchie cantine di una scuola elementare di Parabiago, in provincia di Milano, vengono riportati alla luce registri scolastici che attraversano un intero secolo di storia: il Novecento. Gli antichi registri raccontano il faticoso eppure affascinante percorso dell’insegnare a leggere, scrivere, far di conto e documentano l’impegno ad “educare”, con le finalità che hanno contraddistinto i vari decenni, diverse generazioni di scolari.

    Ma gli stessi registri narrano anche storie di maestri e di bambini, di inverni così freddi da far gelare l’inchiostro nei calamai, e di primavere così miti da portare intere classi a passeggiare sulle sponde del fiume Olona. Raccontano la guerra, coi pacchi e le letterine che gli scolari spedivano ai soldati al fronte, e i continui allarmi per i bombardamenti. Parlano della scuola quando le aule erano riscaldate con stufe a legna e l’anno scolastico iniziava con una Santa Messa. Un pedagogista, uno psicoanalista e la direttrice didattica della scuola commentano alcune cronache scolastiche che vanno dal 1928 al 1948, indagando le dimensioni della didattica, degli affetti e dell’essere maestri. A dare il titolo a questo libro le parole di una Maestra, che, ad anno scolastico quasi concluso, s’interroga sul risultato del proprio lavoro domandandosi quanto ricco potrà essere il “suo raccolto”.

    Francesco Caggio, pedagogista, già dirigente nei Servizi Educativi del Comune di Milano, formatore, consulente, collabora con l’Università Statale di Milano Bicocca. Autore di numerosi saggi e coautore di diversi testi dedicati all’infanzia, ai suoi Servizi e alla scuola.

    Renato de Polo, psicologo, psicoterapeuta e psicoanalista, past president della Confederazione delle Organizzazioni Italiane per la Ricerca Analitica sui Gruppi (COIRAG). Autore di numerosi articoli, ha curato con A. Imbasciati e R. Sigurtà il volume Schermi violenti (Borla, 1998) e ha pubblicato La bussola psicoanalitica tra individuo, gruppo e società ( Franco Angeli, 2007)

    Alida Gottardi, psicologa, dirigente scolastica del Circolo didattico di Parabiago dal 1991.

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  • L’educatore professionale

    L’educatore professionale
    a cura di
    Massimo Cardini
    Laura Molteni

    Scheda

    La professione di educatore, accanto a specifiche competenze, mette in gioco componenti personali e creative da parte di chi la esercita. Eppure, forse perchè ancora poco conosciuta, viene scelta di rado dai giovani che, al termine del corso di studi medi superiori, si apprestano a entrare nel mondo universitario. Proprio ai giovani lettori è primariamente indirizzato questo testo che, con linguaggio semplice e piano, si propone di diventare un’agile guida alla professione di educatore. Viene spiegato cosa fa l’educatore professionale, qual è la sua identità, quali gli ambiti di lavoro e quali le soddisfazioni (ma anche le frustrazioni) che può aspettarsi chi sceglie questo percorso umano e professionale. Per fare l’educatore professionale oggi occorre una laurea ed è necessario orientarsi all’interno di uno scenario complesso e in evoluzione; viene quindi illustrato con chiarezza il percorso universitario e in cosa si differenziano i vari piani di studio. Il testo può risultare utile come supporto e orientamento anche per gli studenti che muovono i primi passi nell’ambito del corso di laurea e per gli educatori professionali, già formati o all’inizio della loro carriera nei servizi. Il volume nasce dalla collaborazione tra la casa editrice Carocci e l’Associazione Nazionale Educatori Professionali (ANEP).

    Indice

    Premessa

    Introduzione. Il perché di una scelta

    Prima parte. L’identità professionale
    1. Storia ed evoluzione della professione, di W. Brandani e A. Nuzzo
    2. L’educatore professionale oggi, di F. Crisafulli
    3. Ruolo e competenze, di A. Reati
    4. La deontologia professionale, di M. Cardini e L. Molteni

    Seconda parte. Il lavoro educativo
    5. Le parole chiave, di A. Reati
    6. I settori d’intervento, di W. Brandani e A. Nuzzo
    Servizi residenziali/Servizi domiciliari/Servizi territoriali/Formazione e consulenza
    7. I contratti di lavoro, di I. Riva

    Terza parte. Come si diventa educatori
    8. I percorsi formativi, di M. Cardini
    9. I nodi problematici, di C. Battaglia

    Appendice I. Decreto ministeriale 520/1998
    Appendice 2. Codice deontologico
    Appendice 3. Elenco corsi di laurea per educatore professionale in Italia

    Bibliografia

    Autori

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  • L’albero e la strega (età 8-9 anni)

    La strega è cattiva e vorrebbe distruggere il villaggio degli uomini, ma gli effetti non sono mai quelli desiderati. A volte aiutare gli altri può provocare il male, così come tentare di danneggiarli può far del bene. Una leggenda africana ironica e divertente descritta con maestria dalle illustrazioni del pluripremiato Gek Tessaro.

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  • Il cavallo e il soldato (età dai 2 anni)

    Filastrocca “bislacca” di un soldato che vuole andare a fare la guerra e di un cavallo che non risponde ai suoi comandi. Un racconto divertente e scanzontao di un soldato accecato dalla voglia di combattere e un cavallo pauroso, e traquillo che preferisce brucare l’erba e passeggiare. La sonorità della filastrocca accompagna situazioni buffe ad immagini accattivanti per lo stupore dei più piccoli.

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  • Uomini sottosopra

    Illustrato e scritto da GEK TESSARO
    Edizioni Artebambini

    “Uomini sottosopra” è un libro scoprire e da guardare a 180°! Si gira e si rigira per poterne leggere testo e immagini. Un libro che racconta la disgraziata storia delle armi. La matita talentuosa di Gek Tessaro ci regala una sorprendente galleria di personaggi dalle molteplici espressioni, descrive visi che rappresentano l’evoluzione della specie umana e le vicende della nostra storia. “Uomini sottosopra” non è un libro solo per bambini ma con la sua leggera ironia invita tutti a riflettere sulle nostre ambizioni di potere.

    Questa pubblicazione si pregia della collaborazione di EMERGENCY a cui andrà devoluta una parte della vendite per la nobile e coraggiosa causa che quest’associazione svolge per i paesi afflitti dalla guerra.

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  • Il fatto è (età dai 2 anni)

    di Gek Tessaro ed. Lapis, 2010

    Sulla riva dello stagno c’è una piccola papera che non ha voglia di fare il bagno, o forse ha paura… chissà. In ogni caso lei non ha intenzione di tuffarsi e allora accorrono l’anatra, il gatto, il cane e un tacchino che cercano di spingerla in acqua, ma senza riuscirci. La paperella non si schioda. Alla comparsa di un grosso lupo tutti gli animali ammassati sulla riva cadono nello stagno. Tutti, tranne la paperella. Sarà lei sola a decidere quando entrare in acqua.

    Gek Tessaro: maestro d’arte, è autore e illustratore di libri per bambini

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  • Essere scuola. Tra insegnare ed educare

    Essere scuola. Tra insegnare ed educare

    Di W. BRANDANI e M. TOMISICH

    Ed. UNICOPI

    INDICE

    PREMESSA

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    LIBRO SCONTATO

    INDICE

    L’ALUNNO
    Il complesso percorso di crescita del bambino dai sei ai dieci anni
    Dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria
    L’alunno dai nove ai quattordici anni
    L’adolescente e le emozioni
    La scuola nel percorso di sviluppo dell’adolescente
    La sfida dell’andare a scuola

    L’APPRENDIMENTO
    L’apprendimento come fenomeno complesso
    Il processo di apprendimento
    Il contesto dell’apprendimento
    I “nuovi attori sociali” nella scuola che educa
    L’apprendimento e le emozioni
    L’apprendimento e l’intelligenza
    Le emozioni
    Apprendere “comportamenti”

    LA FAMIGLIA A SCUOLA
    La famiglia
    L’insegnante e la famiglia
    Il contatto
    I possibili compiti comuni
    L’incontro come “relazione d’aiuto”
    La comunicazione tra genitori e insegnanti

    L’INSEGNANTE
    Chi è l’insegnante: alcuni dati
    Il linguaggio dell’insegnare
    Insegnare ed educare
    Compagni nell’insegnamento e nell’apprendimento
    Educare per cambiare
    Autorità e creatività
    Responsabilmente impopolari
    Quale creatività vogliamo dai nostri alunni?

    LA SCUOLA E IL TERRITORIO
    Il clima scolastico
    Scuola e territorio: una scuola aperta al sociale
    Contesti per una costruzione di risposte sinergiche di territorio

    PROGETTARE A SCUOLA
    Dal programmare al progettare
    Il progetto come risposta a un problema
    Il “colore” dell’insegnare
    Osservare per progettare
    Il progettare
    Il percorso di costruzione del progetto
    La verifica
    La supervisione a scuola: una possibile proposta

    DENTRO LA CLASSE
    Presentazione di alcuni casi
    Marco: l’importanza di un progetto educativo
    Leonardo: l’importanza dell’osservazione
    Mohamed: l’importanza di preparare l’accoglienza
    Osvaldo: l’importanza di progettare con il territorio

    Bibliografia

    Filmografia

    PREMESSA

    Come spieghi cos’è la scuola a un’intelligenza superiore?
    (Elliot nel film E.T. di S. Spielberg)

     

    “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi” (art. 34 Costituzione italiana).

    La scuola svolge da sempre sia un’azione culturale ma anche, come indicato nella Costituzione, una funzione educativa cercando di offrire pari opportunità e d’intervenire nelle situazioni di svantaggio affinché tutti gli alunni possano “raggiungere i gradi più alti degli studi”.

    Eppure questa funzione educativa negli ultimi anni sembra essere sempre meno riconosciuta, anche dalle varie politiche ministeriali che, nell’ottica di “eliminare gli sprechi”, non hanno previsto di reinvestire, per la scuola stessa, le risorse recuperate, promuovendo progetti, servizi e attività di sostegno all’apprendimento.

    Così si assiste ogni giorno a un impoverimento della scuola, che sta di fatto perdendo il suo ruolo di significativa agenzia educativa.

    Questa mancanza di riconoscimento educativo e culturale favorisce uno spostamento dell’attenzione dal tema scolastico verso altre priorità, contribuendo a delineare un profilo periferico della scuola nella vita sociale; tali fenomeni hanno inoltre concorso a produrre negli insegnanti una crisi che investe il significato profondo della loro identità professionale, spesso percepita come priva di senso.

    Sembra tuttavia importante riportare costantemente l’attenzione sul fatto che:
    – non ci può essere scuola senza un progetto educativo e tanto più nelle situazioni in cui diventa ecessario sostenere il percorso degli alunni più in difficoltà;
    – non ci può essere scuola che non si prenda cura di tutti i suoi alunni, anche degli alunni più “difficili”: “se si perde loro [i ragazzi più difficili] la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati” (Milani, 1967).

    La scuola del nuovo millennio deve quindi pensare a nuove politiche e nuove modalità di organizzazione per riappropriarsi del dovuto riconoscimento all’interno della società e per sviluppare il proprio mandato etico.

    Oggi la scuola non può più pensare di essere al centro della vita sociale solo per il fatto di essere scuola. L’istituzione scuola non può più basare il proprio riconoscimento sul dato che vi sono leggi che ne legittimano l’attività, ma deve testimoniare nei fatti e attraverso le sue azioni la sua specificità e irrinunciabilità.

    Per riottenere un riconoscimento sociale condiviso è necessario che la scuola arrivi a mettete in campo imparzialità, riflessività e prossimità (Rosanvallon, 2008).

    Una scuola fondata sull’imparzialità non è una scuola che tratta tutti allo stesso modo ma è una scuola capace di valutare le ragioni di tutti, elaborarle e restituire delle ricomposizioni, che “rappresentino un passo ulteriore, rispetto al quale le persone si sentano trattate giustamente” (Manoukian, 2010, p. 8).

    La riflessività è la capacità che la scuola dovrebbe avere d’interrogarsi sul proprio agire, mettendo in campo strumenti di verifica e valutazione capaci di far emergere le indicazioni utili per individuare i cambiamenti di rotta necessari per un miglior funzionamento.

    La prossimità dovrebbe rappresentare a nostro avviso l’elemento fondante della scuola. La scuola deve cercare, infatti, un rapporto costruttivo con i diversi attori sociali con cui interagisce; in primo luogo i genitori e le famiglie e successivamente con le comunità in cui opera e di cui è espressione. Deve inoltre interagire con il territorio su cui insiste, dando importanza e valore alle richieste delle realtà sociali, considerandone i contributi.

    Una scuola che cerca d’immedesimarsi nelle problematiche che vengono segnalate dai cittadini e cerca di accettarle o di valorizzarle è una scuola che fonda il suo agire sulla prossimità.

    Quando la scuola è oggetto di una contestazione o è al centro di fatiche e problemi, è possibile che si chiuda a riccio o che si collochi in una logica del muro contro muro, tuttavia diventa importante che reagisca mettendosi in posizione di ascolto rispetto a ciò che emerge dal contesto e accordi fiducia agli interlocutori esterni (Olivetti Manoukian, 2010).

    Fare questo, essere cioè una scuola orientata alla prossimità, vuol dire essere una scuola erogatrice di servizi al territorio e, in tal modo, essere un attore della comunità in cui vive.

     

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    “Essere scuola” tra insegnare ed educare
    di W. Brandani e M. Tomisich
    ed. Unicopli 13€
    Puoi trovarlo a 10€ solo a Tradate presso la libreria Ferrario

    Il libro vuole riportare l’attenzione sugli aspetti educativi e soprattutto relazionali presenti nell’attività di insegnare, affermando che non ci può “essere scuola” senza un progetto educativo capace anche di sostenere il percorso degli alunni più in difficoltà e di porre attenzione ai contributi possibili per i diversi attori interessati al processo di crescita delle nuove generazioni (istituzioni, famiglie, territori…). Il testo si rivolge sia agli attori coinvolti nel fare scuola – insegnanti, genitori ed operatori psicopedagogici – sia a tutti quei professionisti in formazione che intendono lavorare nella e con la scuola (educatori, psicologi, counselor, pedagogisti…).

    LIBRERIA FERRARIO TRADATE Succursale Touring Club Italiano, Corso Bernacchi 78 – Tradate 0331 811 561

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