Genova: Francesca è una ragazza che lavora, trascorre una vita come tante, e ha un difetto che non accetta, una grande voglia sul viso. Luca è un musicista non vedente che si esprime sul filo delle note. Fra i due nascerà un amore, controverso più che diverso, e problematico per Francesca che continua a “non vedersi” come vorrebbe. Il film autoprodotto e diretto da Francesco Fei, è un ritratto di due esistenze nascoste. Tutte le emozioni e le manifestazioni non si vedono perchè sono tenute lontane. C’è chi non vede realmente e chi non vuole vedersi, e come il mare non appare mai sullo schermo nella città della “Lanterna”, anche le evidenze non devono apparire. Le parole divengono superflue e sono la musica e i suoni a fare da sottofondo alle immagini ricercate(Fei è un regista di videoclip musicali), alcune volte troppo complesse.
Onde cerca di analizzare una situazione limite (ma già vista al cinema), con un taglio innovativo e personale, che lo rende un film indubbiamente di interesse nel panorama del nuovo cinema italiano, anche solo per il fatto di avere il coraggio di sperimentare.
Sinossi
Il film racconta la storia del giovane e curioso reporter Tintin (Jamie Bell) che si ritrova tra le grinfie del diabolico Ivan Ivanovitch Sakharine (Daniel Craig), convinto che abbia rubato un tesoro inestimabile legato al perfido pirata Red Rackham. Ma con l’aiuto del suo cane Milou, dell’arguto e irascibile Capitano Haddock (Andy Serkis) e dei detective pasticcioni Thompson&Thomson (Simon Pegg e Nick Frost), Tintin si ritroverà a viaggiare attraverso il mondo alla ricerca dell’Unicorno, una nave naufragata che forse nasconde la chiave di un’immensa fortuna e di un’antica maledizione.
Recensione
A metà strada tra Indiana Jones e gli spassosi film Pixar, Il segreto dell’Unicorno è un felice ritorno al puro cinema spielberghiano
Steven Spielberg è in gran forma. Lo si capisce subito, sin dai bellissimi titoli di testa di “Le avventure di Tintin: Il segreto dell’Unicorno”, una sequenza di disegni animati che ricorda molto quella già adoperata nell’ottimo “Prova a prendermi”. Come se il regista si fosse tolto di dosso quello strato di polvere accumulato nell’aver esplorato per la quarta volta le avventure del suo archeologo con la fedora.
Il suo “Tintin” parte al galoppo e convince immediatamente gli spettatori meno aperti verso questa nuova operazione cinematografica: ci vogliono una manciata di secondi per accettare o dimenticare che il film sia stato realizzato in motion-capture. Ogni dubbio viene spazzato via: se da una parte la pellicola onora le storie fumettistiche di Hergé (che ancora oggi continuano a vendere milioni di copie nelle regioni francofone), dall’altra questo “Tintin” ha la freschezza – e a tratti la genialità – di alcuni lungometraggi Pixar che hanno fatto breccia nei cuori.
Ma il protagonista di questa storia non è un supereroe, piuttosto un giovane coraggioso e guidato dalla sua voglia di esplorare, di fare domande e di non voltarsi mai indietro. Un alterego del regista in altre parole, un uomo che non smetterà mai di mettersi in gioco e di vincere tutte le sue sfide grazie alla sua arma segreta: quella di inseguire le sue passioni. Tintin non è un semplice disegno generato al computer, sotto tutti quei Pixel ci sono carne e sangue e batte un cuore, quello dei suoi protagonisti. Ed è arrivato il momento di dare un Oscar a Andy Serkis, pionere del mo-cap che nei panni di Haddock ci regala un personaggio imbattibile in spessore e comicità fisica (sono tutte sue le gag alla Jacques Tati).
L’altro protagonista è lo spettacolo, orchestrato dalle musiche avvincenti di John Williams (sebbene non ci siano più i suoi temi da fischiettare come si faceva una volta), e messo in scena come un gioco al rilancio (la sequenza dell’inseguimento in sidecar ne è l’esempio perfetto). La miscela spielberghiana funziona nel solito meccanismo del suo cinema: azione, avventura, spettacolo e una dose extra di commedia, perché nel suo mondo si cresce, si affrontano le paure, ma si rimane sempre come dei ragazzini. Questo avvincente “Segreto dell’Unicorno” – molto probabilmente il primo di una saga sviluppata insieme a Peter Jackson – è uno spettacolo promosso a pieni voti. Un’avventura ambientata in giro per il mondo, sull’acqua, nel deserto, tra le nuvole, dove ovviamente non mancano le esplosioni. Come è successo a Cameron, anche Spielberg alza il tiro dell’immaginazione grazie alle nuove tecnologie, facendo del cielo il suo limite. Ecco perché, semplicemente, Tintin non può fallire. (Pierpaolo Festa film it)
SINOSSI
Gianni, un uomo di mezz’età, figlio unico di madre vedova, vive con sua madre in una vecchia casa nel centro di Roma. Tiranneggiato da lei, nobildonna decaduta, trascina le sue giornate fra le faccende domestiche e l’osteria. Il giorno prima di Ferragosto l’amministratore del condominio gli propone di tenere in casa la propria mamma per i due giorni di vacanza. In cambio gli scalerà i debiti accumulati in anni sulle spese condominiali. Gianni è costretto ad accettare. A tradimento, l’amministratore si presenta con due signore, perché porta anche la zia che non sa dove collocare. Gianni passa ventiquattr’ore d’inferno.
Achille, otto anni, foggiano, è rimasto da poco orfano di padre. La tremenda tragedia familiare ha accentuato un suo vecchio problema: la balbuzie. In casa, per combattere il tartagliamento del piccolo, madre e zii adottano ogni metodo, da quelli scientifici a quelli religiosi. Fallito ogni tentativo, non rimane che il ricovero in una clinica logopedica. Nonostante il suo dissenso, Achille viene portato in un centro specializzato, guidato dal prof. Aglieri, un luminare della logopedia, e sottoposto ad un particolare metodo terapeutico inventato dallo stesso professore: trattasi del “cantoparlare” che, in sintesi, richiede al paziente di comunicare cantando.
A guarire gli ospiti della clinica più dei metodi del dottore – che al contrario di quanto promette, rischia di emarginare definitivamente i balbuzienti – può la presenza di Remo, un ex balbuziente appassionato di costruzioni e di giocattoli. Nella stanza assegnatagli, l’uomo ha creato un vero e proprio laboratorio creativo nel quale i malati, Achille in primis, si rifugiano per divertirsi, giocare, sperimentare e, soprattutto, imparare a prendersi meno sul serio. Alla fine del periodo di cura, Achille non avrà soltanto attenuato significativamente il suo handicap, ma avrà terminato il necessario percorso di elaborazione del lutto per la morte del padre.
Introduzione al Film
Sporcarsi le mani per non sporcare le parole
Giovanni Albanese non è un regista cinematografico, ma un artista, un creatore, uno scenografo. Ha concepito e realizzato il mega-utero dentro al quale era ambientato uno stravagante film di Giovanni Veronesi con Sergio Castellitto e Paolo Rossi, Silenzio si nasce; è stato autore delle fantasiose installazioni di uno spettacolo teatrale di Antonio Albanese (Giù al nord); è un riconosciuto scultore che si ispira ai lavori di Duchamp e di altri artisti dell’avanguardia europea. Soprattutto, è un ex-balbuziente (“un balbuziente a riposo”, come lui stesso si definisce) che – come il giovane protagonista del film – ha conosciuto la balbuzie dopo la morte del padre, avvenuta quando aveva solo otto anni. A.A.A. Achille è quindi un’opera prima imbevuta – come spesso accade negli esordi cinematografici e letterari – di autobiografismo. Ciò che più incuriosisce di questa pellicola è il connubio tra la forza esplosiva della parola e la forza creatrice delle invenzioni (artistiche e non).
Infatti, la storia di Achille e Remo serve al regista per evidenziare il tipo di handicap che ogni balbuziente deve affrontare: l’impossibilità non tanto di comunicare con gli altri, ma di attrarre e accoppiare le parole tra di loro, di farle giocare insieme generando – in questo modo – significati che superano il singolo valore di un vocabolo. A chi esperisce la condizione di Achille non resta che sostituire alle parole le azioni: se non si possono fare “giochi di parole”, sfruttare fino in fondo le figure retoriche, affabulare gli altri come un “azzeccagarbugli”, allora bisogna costruire figure con gli oggetti, mischiare, accozzare, unire pezzi, sfruttare la propria manualità per trasmettere la complessità dell’animo umano. In estrema sintesi: sporcarsi le mani poiché non si possono sporcare le parole.
Il ruolo del minore e la sua rappresentazione
Prendersi gioco degli altri, prendersi poco sul serio
Remo e Achille sono accomunati dalla stessa passione per il gioco, per l’invenzione, per la costruzione, tanto da poter essere considerati la fase infantile e matura della stessa persona. Lo chiarisce immediatamente il bambino quando, rivolgendosi per la prima volta a Remo, gli ricorda che non è suo padre. L’ex balbuziente, intelligentemente, non cerca di sostituire il genitore deceduto, ma di affiancare il piccolo amico scegliendosi un ruolo che si avvicina a quello dell’angelo custode: lo cerca quando scappa dalla clinica e lo accompagna a casa (un padre l’avrebbe costretto a restare in clinica), non lo rimprovera mai, lo lascia alle grinfie del dottor Alieri anche se sa benissimo che è un cialtrone, perché quello è l’unico modo per stargli vicino. La figura di Remo acquista ulteriore significato se accostata con l’altra figura maschile adulta che interagisce con Achille: il professore (imbroglione) Alieri. Il suo metodo del “cantoparlare” è il doppio, contrario e speculare, del metodo adottato da Remo.
Da una parte assistiamo alla canzonatura dei pazienti, alla trasformazione dei balbuzienti in oggetti da deridere (è questa l’inevitabile reazione di chi si sente interpellato con frasi “cantoparlate”, come conferma la scena del supermarket), dall’altra abbiamo invece un sistema educativo ludico, che concepisce il gioco come momento di formazione, ma anche come festa condivisa (la giornata al mare); da una parte quindi c’è una presa in giro che sancisce l’inevitabilità dell’esclusione del diverso dal convivio sociale, dall’altra c’è un prendersi poco sul serio che produce normalizzazione e integrazione nella comunità. La differenza appare sottile, ma è palesemente spropositata. Achille, almeno inizialmente, è in balia di entrambe le metodologie appena descritte. Con la testa segue le indicazioni del professore, con le mani (e il cuore) si fa affascinare dal laboratorio di creatività, continuando a frequentarlo appena terminate le sedute terapeutiche.
È, quindi, la voglia di costruire e di infondere una forza anarchica agli oggetti (si veda la meravigliosa trottola con cui gioca il bambino) a spostare il piatto della bilancia dalla parte di Remo. L’intuizione (autobiografica) di Albanese nobilita il film: forse meglio di altre pellicole, A.A.A. Achille mostra quanto possa essere decisivo, nelle società della comunicazione visiva e verbale, la manualità soprattutto per i bambini. È uno strumento unico di espressione del sé, consente di trasmettere le proprie paure, i propri desideri e i propri sentimenti agli altri, è la realizzazione pratica del lato fantastico della mente umana, è una risorsa che – come Albanese ha testimoniato costantemente nella sua vita- non dovrebbe mai essere lasciata in disparte o sfruttata solo per un breve periodo della vita.
Riferimenti ad altre pellicole e spunti didattici
AAA Achille è un film fruibile da ogni tipo di pubblico. Può rappresentare un ottimo spunto di riflessione sia sulla relazione tra handicap e società, sia per sottolineare l’importanza delle parole e dei suoni per il nostro stile di vita. Tra tutti i film che trattano tematiche legate all’handicap, segnaliamo la pellicola di Ken Russell, Tommy (1975), storia di un ragazzo che diventa cieco, muto e sordo per lo shock subito alla morte del padre, riuscendo a superare completamente il trauma solo dopo la morte della madre e del patrigno. Un’altra pellicola che sottolinea il bisogno e la forza di comunicare con il mondo è Gaby, una storia vera (1987) di Luis Mandoki, rievocazione della vicenda umana di Gaby Brimmer, una ragazza affetta da paralisi cerebrale capace di comunicare soltanto battendo con il piede su una tastiera.
Il film è ambientato nel 1974 in una periferia di Detroit (Michigan), a Grosse Pointe, in un’America borghese che sta uscendo dalla vecchia cultura, rigidamente religiosa, per entrare nell’età moderna, manifestando i freni socio-culturali che ancora la legano a un perbenismo di facciata. Un vicinato che vede ma non interviene di fronte ad una famiglia ostaggio di una madre bigotta che controlla cinque bellissime figlie bionde tra i 13 e 17 anni nel pieno della loro adolescenza. Il loro segreto, malcelato nella vita sociale, sono le catene invisibili di una madre bigotta e un dolore sopportato in silenzio emai gridato in tutto il film.
François Bégaudeau è insegnante di francese in una scuola media superiore parigina. Facciamo la sua conoscenza mentre si incontra con i colleghi (vecchi e nuovi arrivati) ad inizio anno scolastico. Da quel momento rimarremo sempre all’interno delle mura scolastiche seguendo il suo rapporto con una classe.
Il suo metodo d’insegnamento, che si rivolge a un gruppo eterogeneo di ragazzi e ragazze, mira ad offrire loro la migliore educazione possibile in una realtà cui i giovani non hanno un comportamento sempre inappuntabile e possono spingere anche il migliore dei docenti ad arrendersi a un quieto vivere che non richieda confronti e magari scontri con gli allievi. Non tutti infatti apprezzano la sua franchezza e il professor Bégaudeau si troverà dinanzi a un caso che lo metterà in una posizione difficile.
Nel 1949, Clément Mathieu, professore di musica senza lavoro, viene assunto come sorvegliante in un istituto di rieducazione per minori. Ma il sistema educativo del direttore Rachin, terribilmente repressivo, fatica a mantenere l’ordine fra gli allievi difficili. Grazie alla magia del canto, Mathieu riuscirà a trasformare la loro vita.
Juno porta sullo schermo la vicenda di una sedicenne incinta che sceglie di affrontare la gravidanza e dare il bambino in adozione. Un personaggio stravagante che oltrepassa i luoghi comuni con la sua adorabile insolenza. Una ragazzina spudorata, ma non per questo priva di quella tenera debolezza che lascia affezionare e commuovere il pubblico.
Il dottor Anton, che opera in un campo profughi in Africa, torna a casa nella monotona tranquillità di una cittadina della provincia danese. Qui si incrociano le vite di due famiglie e sboccia una straordinaria e rischiosa amicizia tra i giovani Elias e Christian. La solitudine, la fragilità e il dolore, però, sono in agguato e presto quella stessa amicizia si trasformerà in una pericolosa alleanza e in un inseguimento mozzafiato in cui sarà in gioco la vita stessa dei due adolescenti.
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