preadolescenza

La famiglia Bélier

 

belierLa famiglia Bélier

Un film di Eric Lartigau.

Ratings: Kids+13,

durata 100 min. – Francia 2014.

 

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INDICE

  1.  RECENSIONE
  2. INTERVISTA AL REGISTA (video)
  3. TRAILER (video)
  4. IL TALENTO (video)
  5. IL PRIMO APPUNTAMENTO (video)
  6. MIEI CARI GENITORI, NON FUGGO , IO VOLO (video e testo)

 

 

1)  RECENSIONE
Marzia Gandolfi  MY MOVIE

Paula Bélier ha sedici anni e da altrettanti è interprete e voce della sua famiglia. Perché i Bélier, agricoltori della Normandia, sono sordi. Paula, che intende e parla, è il loro ponte col mondo: il medico, il veterinario, il sindaco e i clienti che al mercato acquistano i formaggi prodotti dalla loro azienda. Paula, divisa tra lavoro e liceo, scopre a scuola di avere una voce per andare lontano. Incoraggiata dal suo professore di musica, si iscrive al concorso canoro indetto da Radio France a Parigi. Indecisa sul da farsi, restare con la sua famiglia o seguire la sua vocazione, Paula cerca in segreto un compromesso impossibile. Ma con un talento esagerato e una famiglia (ir)ragionevole niente è davvero perduto.
Campione di incassi in Francia e nella stagione appena passata, La famiglia Bélier è una commedia popolare che aggiorna con note e sorrisi il vecchio tema dell’adolescente alla ricerca di un’identità stabile. Sospeso tra focolare e autonomia, il nuovo film di Éric Lartigau ‘riorganizza’ una famiglia esuberante intorno a un’età per sua natura fragile e scostante. A incarnarla è il volto pieno e acerbo di Louane Emera, ex concorrente dell’edizione francese di The Voice, che presta voce e immediatezza a un personaggio in cerca di un posto nel mondo. Se comicità e crisi si accomodano tra la rappresentazione genitoriale del futuro filiale e la tensione allo svincolo della prole, i personaggi vivono situazioni esilaranti, annullano lo scarto con l’amore e spiccano il salto verso una condizione nuova. Appoggiato su una sceneggiatura solida, che mescola con perfetta misura umorismo, lacrime, disfunzioni, pregiudizi e canzoni, La famiglia Bélier svolge una storia ben ordita in cui ciascun personaggio gioca la sua parte con effetto e sincerità, senza mai sconfinare nel pathos. Precipitando lo spettatore nel mondo ‘smorzato’ dei malentendants, Lartigau elude lo sguardo (fastidioso) dei ‘normali’ sui disabili, mettendo in scena una famiglia che quella difficoltà ha imparato a gestirla, intorno a quella difficoltà è cresciuta e su quella difficoltà si è impratichita, sentendo ogni movimento della vita. La famiglia Bélier non emoziona perché è differente ma al contrario perché è universale, si agita, si rimprovera e fa pace come tutte le famiglie del mondo. Chiusi nella sordità e in una bolla di sicurezza familiare, i Bélier si fanno sentire forte e chiaro attraverso la voce limpida di Paula e attraverso il linguaggio marcato dei segni. Linguaggio che regista e attori dimostrano di saper adottare con sensibilità dentro un film good movie alla francese, che ‘canta’ Michel Sardou. Celebre chanteur parigino, ammirato dal professore appassionato e coinvolto di Éric Elmosnino, Sardou è il tappeto musicale che ‘accompagna’ il ritratto di una famiglia in un interno domestico e in un esterno bucolico, lontano dalle città e dentro una Francia atemporale e irriducibile, che alla techno preferisce la chanson française, al formaggio di soia quello a latte crudo, alle hall degli aeroporti le piazze di paese. Per preservare ‘quella Francia’ i Bélier sono addirittura disposti a scendere politicamente in campo e a battersi ‘a gran voce’. In tempi di crisi, la commedia di Lartigau ripara nei valori di cui Paula è in fondo portatrice sana. Perché il suo distacco dalle ‘origini’ è solo fisico, mai totale e lirico come le parole ‘segnate’ di Sardou (“Je vole”). Parafrasando la canzone, Paula “non fugge, lei vola” verso spazi e tempi di prova in cui prepararsi alla vita. Dentro una moltitudine di diversità Éric Lartigau pesca quella irresoluta dell’adolescenza e di un’adolescente che deve apprendere un ‘linguaggio’ nuovo ed evidentemente altro e incoerente rispetto a quello familiare. Ispirato al libro di Véronique Poulain (“Les Mots qu’on ne me dit pas”), La famiglia Bélier è abitato da un cast irresistibile, condotto da François Damiens e Karin Viard, genitori affatto ‘sordi’ a la maladie d’amour e a quel fiume di note impetuose che cercano una melodia. Una melodia che Paula legittima adesso con la sua voce (e le sue mani).

 

 

2) INTERVISTA AL REGISTA

3) TRAILER

4) IL TALENTO

5) IL PRIMO APPUNTAMENTO

6) MIEI CARI GENITORI…NON FUGGO . IO VOLO

Mes chers parents je pars
Je vous aime mais je pars
Vous n’aurez plus d’enfants, ce soir
Je m’enfuis pas je vole
Comprenez bien je vole
Sans fumée sans alcool je vole, je vole

C’est jeudi, il est 5h05,
j’ai bouclé une petite valise
et je traverse doucement l’appartement endormi
j’ouvre la porte d’entrée en retenant mon souffle
et je marche sur la pointe de pieds
comme les soirs où je rentrais apres minuit
pour ne pas qu’ils se réveillent
Hier soir à table
j’ai bien cru que ma mere se doutait de quelques chose
Elle m’a demandé si j’etais malade,
pourquoi j’etais si pâle
j’ai dit que j’etais très bien
Tout à fait clair je pense qu’elle a fait semblant de me croire
et mon père a sourit.

En passant a coté de la voiture
j’ai ressenti comme un drôle de coup
je pensais que ce serait plus dure et plus grisant
un peu comme une aventure mais moins déchirant
Oh, surtout ne pas se retourner, s’éloigner un peu plus
Il y a la gare,
et après la gare il y a l’Atlantique,
et après l’Atlantique…

C’est bizarre cette espece de cage qui me bloque la poitrine
ça m’empeche presque de respirer
je me demande si tout à l’heure
mes parents se douterons que je suis en train de pleurer
Oh surtout ne pas se retourner, ni les yeux ni la tete,
ne pas regarder derrière
seulement voir ce que je me suis promis
et pourquoi et où et comment…
Il est 7h moins 5 je me suis rendormi dans ce train
qui s’éloigne un peu plus
oh surtout ne plus se retourner… jamais!

Mes chers parents je pars
je vous aime mais je pars
vous n’aurez plus d’enfants ce soir
je m’enfuis pas je vole
comprenez bien je vole
sans fumée sans alcool, je vole, je vole

L’impossibile innocenza del lavoro sociale e la contaminazione con la vita

 

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Le professioni di aiuto, per superare il rischio di diventare professioni disabilitanti, sono chiamate a lavorare affinché i destinatari degli interventi - cittadini, famiglie, ragazzi, bambini - non rimangano semplici fruitori delle scelte di operatori ed esperti, ma diventino protagonisti attivi, soggetti che, affrancandosi dalla dipendenza dai servizi, diano vita al proprio racconto personale e sociale.

Una riflessione sul lavoro sociale e su etica e giustizia ad esso connesse per trarre indicazioni operative utili nella definizione dei processi di aiuto.

L’Ordine degli Assistenti Sociali della Lombardia ha riconosciuto 10 CREDITI, di cui 5 per la formazione continua e 5 deontologici.
Sono riconosciuti 8 CREDITI ECM per Psicologi, Educatori, Operatori Sanitari.

All’indirizzo http://sulletraccedelsociale.wordpress.com è aperto il blog di discussione dove vengono proposti articoli tratti dalle riviste “Lavoro Sociale ” e “Animazione sociale” e dove i relatori propongono spunti e pensieri per aprire la riflessione e il dibattito sui temi del convegno. Tutti i partecipanti potranno scrivere e confrontarsi.

Per valorizzare l’iniziativa di formazione come occasione di riflessione e di incontro tra gli operatori, per ogni due iscritti di uno stesso Ente, pubblico o del privato sociale, è prevista la partecipazione gratuita di un terzo collaboratore.

Clicca qui per il programma completo

Per informazioni e iscrizioni inviare mail a: formazionecoopcasa@virgilio.it .

Cooperativa Sociale La casa davanti al sole soc. coop. arl
via Cavour, 24 - 21040 Venegono Inferiore (VA)
tel. 0331 864041
www.lacasadavantialsole.org

KIKI – Consegne a domicilio (animazione a partire dai 7 anni)

 

KIKI – Consegne a domicilio

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Anno 1989

Durata 102 min

Genere animazione

Regia Hayao Miyazaki

INDICE

– Trama

– recensioni

– Video
 

TRAMA

« Il sangue della strega, il sangue del pittore, il sangue del panettiere… Come dei poteri donatici da Dio o chi per lui, ma per questi doni possiamo anche soffrire… »
(Ursula)

Kiki è una giovane strega che come da tradizione, compiuti i 13 anni parte da casa sulla sua scopa in compagnia soltanto di Jiji, il suo gatto nero, per l’anno di noviziato da svolgere in un’altra città. Dopo aver superato una tempesta ed aver incontrato un’altra giovane strega ormai al termine del suo tirocinio, Kiki raggiunge una caratteristica cittadina di mare, meta prefissata nell’immaginario della ragazzina fin dalla sua partenza.

Le prime esperienze in città, per lei che dopotutto è una ragazza di campagna, non sono però positive e Kiki, scossa dall’accoglienza piuttosto fredda e deludente del luogo, si rende conto che forse aveva fin troppo idealizzato quell’avventura tanto attesa da piccola e che probabilmente quella città non era il posto giusto in cui fermarsi. Fortunatamente si imbatte nella gentile Osomo, una giovane fornaia che in cambio di un aiuto nel suo negozio le offre un alloggio in cui abitare. Kiki può finalmente mettere a frutto l’unica arte magica che possiede, quella di saper volare sulla scopa, e apre una piccola attività di consegne volanti di pacchi.

Kiki comincia quindi ad inserirsi nel tessuto della cittadina e impara lentamente a distinguere il lato buono che in fondo c’è in tutte le persone. Durante questa sua lenta maturazione, Kiki è talvolta euforica e talvolta depressa con repentini sbalzi di umore, e ne fa le spese il povero Tombo, un ragazzo di città affascinato dal volo, suo coetaneo e suo primo vero amico, che non sempre riesce a capire il carattere difficile della ragazza.

Un giorno però accade un evento apparentemente inspiegabile: la capacità di volare che Kiki possedeva fin da bambina, sembra svanita. Kiki è disperata e solo allora comincia a rendersi conto di cosa veramente rappresenti l’anno di noviziato: riuscire a trasformare le proprie attitudini e il proprio talento di bambina nell’attività da svolgere da adulti. Qualora avesse fallito, lei non avrebbe avuto più alcun valore. Con l’aiuto di Ursula, una sua amica pittrice, capisce però che la perdita dell’ispirazione o la paura di non essere in grado di svolgere il proprio compito, è una cosa naturale e che solo riuscendo a superare questi momenti di sconforto si può crescere e maturare.

Improvvisamente per televisione viene trasmesso un servizio in diretta: un dirigibile ancorato presso la cittadina ha rotto gli ormeggi a causa del forte vento ed è in balia della tempesta. Kiki si rende conto che il suo amico Tombo era salito proprio su quel dirigibile ed ora era rimasto aggrappato ad una fune fuoribordo. Mentre il dirigibile viaggia senza controllo sui tetti della città, Kiki riesce a superare il blocco psicologico che non le permetteva più di volare e a cavallo di uno spazzolone finalmente si libra nell’aria per salvare il suo amico.

RECENSIONI

Pur non nascondendo mai la sua natura di opera minore nell’ambito del corpus miyazakiano, Kiki – Consegne a domicilio è quantomai indicativo per comprendere le tematiche fondanti della poetica dell’autore nipponico. È spesso dalle opere minori, inclini alle semplificazioni e talvolta allo stereotipo, che si coglie con maggiore esattezza l’essenza di un grande artista e dei suoi topoi: Kiki non fa eccezione in questo senso.
Nella parabola della streghetta dagli umili abiti rivive il consueto viaggio iniziatico di Miyazaki, spesso condotto tra i cieli (in precedenza ne Il castello nel cielo, mentre Porco rosso innalzerà ai massimi livelli il feeling eroico con l’aria) e spesso con una ragazzina come protagonista. Kiki raggiunge la fatidica età di passaggio, quella dei quattordici anni, per abbandonare la dimora natia e scoprire la vecchia Europa, ancora una volta coacervo ideale di stilemi miyazakiani. Modellata su Stoccolma e Lisbona, la città in cui Kiki approda a cavallo della sua scopa volante è il luogo dello smarrimento e dell’emancipazione, in cui l’eroina è da un lato costretta ben presto a una necessaria e dura introspezione, ma può anche sentirsi accettata nonostante la sua diversità; il luogo in cui, attraverso il duro lavoro, conquistare la propria matura autonomia.
Terzo film dello Studio Ghibli e primo successo commerciale – sarà ugualmente il primo ad essere doppiato e distribuito dalla Disney – diretto da Hayao Miyazaki, Kiki mostra il lato più verista del Miyazaki-pensiero, limitando la sfera del magico a un ruolo di contrappunto nel percorso di crescita, totalmente umano, della protagonista. La perdita dei poteri magici, che comporta passaggi anche narrativamente traumatici – Jiji, gatto nero parlante e inseparabile compagno di Kiki, ritorna a essere un gatto qualsiasi, privando il film di un elemento caratterizzante – è del tutto assimilabile, in tutt’altra epoca e contesto, a quella che colpisce in Spider-man 2 il supereroe della Marvel. Pubertà come chiusura di una breve epoca felice di magia e ingresso nel mondo, meno accattivante ma capace di gratificare concretamente, delle responsabilità e dell’autonomia.
Forse è proprio l’eccesso di chiarezza nei segni disseminati da Miyazaki il principale punctum dolens di Kiki – Consegne a domicilio, quello sfiorare l’apologo che ha reso il film un prodotto più esportabile di altre opere del sensei, ma lontano dai vertici – non a caso oscuri ed ermetici, quasi esoterici, nelle loro allegorie – de Il castello errante di Howl o La città incantata. Emanuele Sacchi MyMovie.it

 

Recensione
Piccole streghe crescono
Come ogni strega che si rispetti, compiuti i 13 anni Kiki è chiamata a lasciare la casa dei propri genitori per andarsi a cercare un paese a cui offrire i propri servizi magici. Impacciata e un po’ arruffona, Kiki, oltre che sulla sua forza di volontà e sul supporto del simpatico gatto nero Jiji, potrà contare solo sulla sua capacità di volare sulla scopa, arte magica basilare per tutte le altre streghe. Atterrerà in una città caotica in cui la tradizione stregonesca è molto meno conosciuta e rispettata, ma grazie al buon cuore di una panettiera riuscirà a trovare una stanza e ad aprire una piccola attività di svolazzanti consegne a domicilio. Si nasconde però dietro l’angolo lo spettro della solitudine, delle insicurezze nelle relazioni coi coetanei e, come loro conseguenza, l’indebolirsi dei suoi poteri di stregoneria.Un classico per tutti, ventiquattro anni dopo
Nei cinque anni che oramai ci separano dall’uscita di Ponyo sulla scogliera, a tutt’oggi ultimo film firmato da Hayao Miyazaki, la distribuzione italiana ha fatto ammenda e ha trovato modo di concedere una ritardataria fiducia ai capolavori dello Studio Ghibli, colpevolmente ignorati per decenni (per intendersi, il primo film di Miyazaki distribuito dalle sale italiane è stato, con “soli” tre anni di ritardo, La Principessa Mononoke nel 2000, a 16 anni di distanza da Nausicaa nella Valle del Vento, primo lungometraggio a se stante del grande animatore, che tuttora conta solo alcuni passaggi televisivi). Dopo i recuperi de Il mio vicino Totoro e Porco Rosso, Lucky Red tributa il meritato esordio in sala anche a questo film del 1989, tratto da una serie di racconti giapponesi per ragazze ma rivoluzionato in fase di sceneggiatura, guadagnando la consueta innervatura tematica dello Studio Ghibli, fatta di sognanti malinconie nei confronti del mondo rurale e degli elementi naturali, sofferti passaggi all’età adulta e una concezione sfumata e matura del fantastico, utilizzato per indagare gli aspetti intimi dell’esperienza umana e dell’adolescenza in particolare. Kiki, perfetto archetipo di protagonista Miyaziakiana, non dovrà combattere con nemesi o incarnazioni del male, ma più semplicemente con le complessità dell’autodeterminazione e dei rapporti tra esseri umani. I suoi poteri da strega rappresentano la sublimazione fantastica dell’eredità famigliare e delle capacità di cui ognuno dispone, strumenti che bisogna imparare a padroneggiare affacciandosi all’indipendenza, al lavoro e agli approcci con l’altro sesso. Il concetto di volo, unico talento magico e mezzo di sussistenza di Kiki, pervade tematicamente tutto il film e viene investito con naturalezza del valore di metafora dell’appropriarsi della fiducia in se stessi: anche il buffo ammiratore di Kiki ne conquisterà la fiducia per i suoi tentativi cocciuti e appassionati di librarsi in aria, in lotta coi propri sogni e la propria autodeterminazione proprio come la streghetta. Dopo quasi un quarto di secolo, Kiki – Consegne a Domicilio rivela una freschezza inattacabile sotto tutti i suoi aspetti: una trama che conserva la sua portata universale e la capacità di parlare a pubblici di ogni età; tempi comici e drammatici ancora perfettamente funzionanti e coinvolgenti; soprattuto, un tratto limpido ed essenziale che tiene testa anche in spettacolarità ai suoi attuali concorrenti 100% digitali, capace di generare magoni e incanti anche solo con il distendersi di panorami nostalgici, cittadine colorate, coste luccicanti, foreste brulicanti, cieli da attraversare in dirigibile. Li attraverserà nella scena finale anche Kiki, a bordo di uno scopettone, in una prova di amicizia e fiducia in se stessa che decreterà una volta per tutte la sua appartenenza alla città che ha scelto e al suo avvenire da strega. Insomma, Benedetto sia l’Oscar a La città incantata e tutto quello che ne è scaturito negli anni seguenti in termini di valorizzazione dei lavori dello Studio Ghibli. La scoperta tardiva da parte della distribuzione di un’opera semplice e magistrale è l’occasione di regalarci e di regalare ai più piccoli un’esperienza visiva ed emotiva che il passare del tempo sembravano averci negato. Alfonso Mastrantonio – del 24/04/2013
TRAILER

 

 

KIKI Consegne a domicilio – Jiji, aiutante gatto

KIKI Consegne a domicilio – Una nuova casa

La collina dei papaveri (animazione, a partire da 8-9 anni)

GENERE: Animazione
REGIA: Goro Miyazaki
SCENEGGIATURA: Hayao Miyazaki, Keiko Niwa
FOTOGRAFIA: Atsushi Okui
PRODUZIONE: Studio Ghibli, Nippon Television Network Corporation (NTV), Dentsu
DISTRIBUZIONE: Lucky Red
PAESE: Giappone 2011
DURATA: 91 Min
FORMATO: Colore

INDICE

Trama

Trailer

 

Dal leggendario e osannato Studio Ghibli (Il Castello errante di Howl, Ponyo, Totoro e Arietty) arriva nelle sale, in un imperdibile evento unico che si terrà il 6 novembre, La Collina Dei Papaveri, l’ispiratissima e attesissima storia firmata Goro e Hayao Miyazaki. Impreziosito da magnifici disegni, il film descrive le vicende dei due protagonisti Umi e Shun e del forte legame di amicizia che si sviluppa tra loro quando decidono di unire le forze per salvare il loro vecchio liceo dalla demolizione.

TRAMA
Umi è una ragazza di 16 anni, suo padre è morto in mare durante la guerra di Corea, quando la sua nave ha urtato una mina. Sua madre invece è docente universitaria negli Stati Uniti[7] ed è spesso assente per lavoro. La ragazza vive quindi con la nonna e i fratelli minori in una grande casa ricavata da un ex ospedale, costruito sulla “collina dei papaveri” che domina il porto. Nella casa, oltre a loro, abitano anche due signore che hanno preso in affitto una stanza. Umi ogni mattina issa due bandiere di segnalazione marittima che significano “prego per una navigazione sicura”, così come le aveva insegnato il padre da piccola.La storia è ambientata a Yokohama nel 1963, un anno prima dei giochi della XVIII Olimpiade di Tokyo, che furono il segnale della avvenuta ricostruzione del Giappone dopo la guerra e sancirono il definitivo riconoscimento internazionale della nazione.

Shun è un ragazzo di 17 anni ed ogni mattina arriva al porto sul rimorchiatore del padre adottivo per poi andare a scuola. Vede sempre quello strano rituale con le due bandiere che si ripete giorno dopo giorno e ne è talmente incuriosito da scriverci una poesia (una sorta di “messaggio in bottiglia” verso la misteriosa ragazza delle bandiere) che pubblica sul giornale della scuola.

Umi e Shun si incontrano per la prima volta a scuola, nel corso di un’azione di protesta che vede protagonista il ragazzo e che lascia ad Umi un’impressione piuttosto negativa. I due si incontrano di nuovo quando Umi accompagna la sorella minore a chiedere un autografo a Shun, e scopre che il ragazzo fa parte del club di letteratura ed è il responsabile della pubblicazione del giornalino scolastico. Umi finisce per entrare nel club come copista, per aiutare Shun, il quale è dolorante a una mano a causa del graffio di un gatto.

Intanto la scuola è in fermento per le accese discussioni che si scatenano circa la necessità di salvare o meno dalla demolizione il “Quartier Latin”[8], un edificio adibito a sede dei club scolastici, carico di storia e di ricordi ma ormai vecchio e fatiscente. Il Giappone si sta velocemente modernizzando e per il vecchio edificio non c’è più posto: ormai la dirigenza della scuola ha deliberato per la sua demolizione, ma una parte degli studenti preme per salvaguardare la struttura e la storia che rappresenta.

Su iniziativa di Umi molti studenti si rendono disponibili a ristrutturare l’edificio e restituirlo alla sua vecchia gloria. Durante i lavori la ragazza ha modo di approfondire la conoscienza di Shun e i due cominciano a sviluppare dei sentimenti di affetto reciproci. Umi racconta a Shun di suo padre e della sua morte, mostrandogli una fotografia dell’uomo. Il ragazzo però rimane stupito nel vedere in mano all’amica la stessa foto che possiede anche lui e, dopo una serie di ricerche, arriva a scoprire la verità sul suo conto: il suo vero padre è proprio il padre di Umi, che lo ha affidato ai suoi attuali genitori adottivi quando era ancora in fasce. La nuova rivelazione rende i due ragazzi di fatto fratello e sorella e Shun si allontana da Umi per evitare coinvolgimenti ulteriori. Da principio la ragazza è disorientata dal repentino cambiamento dell’amico, ma quando il ragazzo le rivela i suoi dubbi, ella non può fare altro che accettare la situazione.

Dopo un grande impegno collettivo gli studenti completano la ristrutturazione del “Quartier Latin”, ma sono delusi e amareggiati quando ricevono la notizia che Tokumaru, un influente sponsor della scuola, ha già preso la decisione di demolire il vecchio edificio per far posto ad una nuova struttura. Nel disperato tentativo di prevenire la demolizione, gli studenti nominano Shun, Umi e Shirō come loro rappresentanti per andare a Tokyo a persuadere Tokumaru a cambiare idea. I tre convincono il magnate a venire ad ispezionare il “Quartier Latin” di persona. Nel mentre Umi e Shun aspettano il tram per tornare a casa, la ragazza confessa che nonostante siano fratelli lei non potrà mai ignorare i sentimenti che prova per lui. Anche il ragazzo dichiara la stessa cosa.

Intanto la madre di Umi torna dall’America, e la ragazza si confronta con lei per scoprire la verità circa il passato di Shun. La donna le rivela che il ragazzo non è il figlio biologico del padre di Umi, ma che era stato registrato come tale per prevenire che potesse essere messo in orfanotrofio in seguito alla morte del suo vero padre durante la guerra di Corea. I genitori di Umi, poi, non avevano potuto tenere il bambino, dal momento che la madre era incinta e non si poteva occupare di un altro figlio, così lo avevano dato in affidamento ad una coppia di amici che avevano appena perso il loro bambino. Questi sono gli attuali genitori adottivi di Shun.

Il giorno seguente Tokumaru visita il “Quartier Latin” e rimane positivamente sorpreso dall’attaccamento degli studenti all’edificio, dal loro impegno nella ristrutturazione e dalla loro preparazione scolastica. Decide perciò di abbandonare i suoi progetti di demolizione e di costruire il nuovo edificio in un’altra zona. Nel frattempo Umi e Shun hanno dovuto lasciare in fetta e furia la scuola per incontrarsi con Onodera, il capitano di una nave in partenza dal porto di Yokohama, che è in possesso di informazioni dettagliate sui genitori dei ragazzi. Egli racconta che conosceva bene i due uomini, e che ai tempi della guerra erano un trio inseparabile, inoltre conferma che i due giovani non sono imparentati. Chiarito il loro passato i due tornano alla loro vita quotidiana, mentre Umi continua nell’abitudine di issare le bandiere tutte le mattine. (da Wikipedia)

 

TRAILER 

Immagini della persona (M. Conte 2009)

IMMAGINI DELLA PERSONA

Adolescenti, TV, educazione

a cura di Mino Conte

ed Carocci

 

 

 

 

"Se i nostri adolescenti vedono così tanta televisione vuol dire che hanno tempo di vederla, che hanno tanto tempo vuoto in cui hanno poche occasioni di fare esperienze di relazione concreta e che la vedono da soli anche se probabilmente i genitori sono in casa, che questo mondo vitale spesso è povero di relazioni, offre solitudine piuttosto che contatto, calore, scambio, anche quando tutti sono in casa."

Quarta di copertina

Nonostante la progressiva affermazione dei nuovi media, la TV rimane per gli adolescenti un’abitudine quotidiana. Il volume affronta il problema dell’impatto educativo che l’immagine di persona veicolata dal mezzo televisivo esercita sulla fascia d’età compresa tra i 14 e i 19 anni, in termini di modellizzazione imitativa e formazione di attitudini, comportamenti personali e di relazione, scelte e valutazioni preferenziali, criteri di significatività e di verità. Le tele-persone fanno parte del più vasto ambiente educativo e di apprendimento entro cui i giovani progressivamente strutturano la loro identità personale e sociale. La comprensione del profilo antropologico implicato nella programmazione televisiva, lo smontaggio critico del suo dispositivo, la valutazione pedagogica conseguente e l’indicazione di un modello educativo possibile costituiscono le finalità della ricerca qui presentata.

 

Dieci domande per guardare la TV con occhi diversi,  A seguito della pubblicazione del volume “Immagini della Persona. Adolescenti, Tv, Educazione” (Carocci 2009) curato dal Professor Mino Conte per conto della Fondazione Girolamo Bortignon per l’educazione e la scuola, abbiamo chiesto ad alcuni alunni che frequentano la scuola secondaria di primo e secondo grado quali provocazioni potrebbe lanciare loro la TV se, ipoteticamente, potesse parlare.

Ne sono uscite 10 domande (alcune fanno riferimento a note teorie sulla comunicazione televisiva) che abbiamo chiesto di illustrare al disegnatore Ugo D’Orazio.

Adatto a riunioni, incontri, focus group, confronti il sussidio si presta sia per avviare la discussione in gruppi di genitori e formatori, sia per essere utilizzato per interrogare i ragazzi stessi su uso ed impatto della tv nella loro vita.

Dieci domande per guardare la TV con occhi diversi

 

Indice libro

Presentazione
Parte prima
La ricerca come interpretazione
1. I perché: ragioni, finalità, struttura di Mino Conte
Il percorso e le sue fasi
2. Le conoscenze: panorama scientifico e criticità ricorrenti di Mino Conte
Televisione e violenza/Televisione, pubblicità e iniziazione alle condotte a
rischio/La televisione nella ricerca italiana
3. La tele-persona: messaggio antropologico ed emergenza educativa di Mino Conte
Premessa/Il profilo antropologico della persona tele-trasmessa
4. I risultati di Marco Ius, Simone Visentin, Elena Pegoraro e Sara
Serbati
A loro la tastiera: il questionario on line e l’indagine quantitativa/A loro la parola: i focus group e l’indagine qualitativa
Parte seconda
L’interpretazione come ricerca
5. Una lettura pedagogica per insegnanti ed educatori di Diega Orlando Cian
La partecipazione della scuola e delle associazioni educative/Interpretare pedagogicamente la ricerca: i dati/L’immagine della persona nelle espressioni libere dei ragazzi/Cenni conclusivi
6. Se questo è l’uomo. Per una critica della ragione televisivadi Mino Conte
Il fantasma/Il mito della mia caverna: retoriche della rappresentazione e determinismo visuale/Segnavia educativo
7. La famiglia sullo schermo. Il discorso degli screen- agers sulle immagini di famiglia trasmesse in TV di Paola Milani
Un gioco di specchi/Cosa vedono i ragazzi della famiglia in TV?/Cosa può fare la famiglia per educare i ragazzi alla televisione?
8. Non omologabli. Media e dimensioni escludenti di Roberta Caldin
La televisione: un medium pesante/L’estetica, l’apparenza, l’effimero/Lo strano caso del Dr. House/I non-contesti, l’eccezionalità e l’a-storicità/Alcune prospettive educative
9. Il ruolo dell’educatore nei focus group di Luca Sambugaro
Il focus group/Il focus group come esperienza educativa/Il primo approccio con i ragazzi in classe/Gli scambi comunicativi, il linguaggio e il contenuto delle riflessioni/La persona "vera" e la persona "falsa"
10. La TV nel sistema dei nuovi media: comunicare con i giovani oggi di Marco Sanavio
C’era una volta Pollicino…/L’orco che mangia i bambini/Gli stivali delle sette leghe/La coda lunga/La musica da portare in tasca/La TV dei ragazzi/La media education e i new media/La new media education/Il Web 2.0/Da www a ggg/La convergenza digitale/Gli scenari futuri
Appendice
Questionario on line "Giovani e TV"
Bibliografia di Mino Conte

Monsieur Lazhar (Falardeau 2011)

Monsieur Lazhar di Philippe Falardeau.

Titolo originale

Bachir LazharDrammatico, 

durata 94 min. –

Canada 2011. –

Officine Ubu uscita venerdì 31 agosto 2012. 

 

 

INDICE

trama

Recensioni

– Vivere con un fardello

– L’elaborazione del lutto

Trailer

 

 

Trama
Bachir Lazhar, immigrato a Montréal dall’Algeria, si presenta un giorno per il posto di sostituto insegnante in una classe sconvolta dalla sparizione macabra e improvvisa della maestra. E non è un caso se Bachir ha fatto letteralmente carte false per avere quel posto: anche nel suo passato c’è un lutto terribile, con il quale, da solo, non riesce a fare i conti. Malgrado il divario culturale che lo separa dai suoi alunni, Bachir impara ad amarli e a farsi amare e l’anno scolastico si trasforma in un’elaborazione comune del dolore e della perdita e in una riscoperta del valore dei legami e dell’incontro.
Il film è un racconto semplice, sia dal punto di vista della struttura che dell’estetica, assolutamente naturalistica, ma suscita emozioni forti perché sembra uscito da un passato più autentico, incarnato dal personaggio del titolo, che delle nuove locuzioni per l’analisi logica non sa nulla ma conosce la sostanza, quella che non muta. Un passato, soprattutto, in cui l’insegnamento era anche iniziazione e cioè trasmissione di una passione prima che di un sapere e in cui l’abbraccio tra maestro e bambino, così come lo scappellotto, non era proibito ma faceva parte di un relazione profonda, che non poteva non contemplare anche le manifestazioni fisiche. Monsieur Lazhar è dunque un film commovente, non pietistico né moraleggiante, che riflette sulla perdita ma fa riflettere anche noi su cosa ci siamo persi per strada.
Le istanze sociali, quali il rischio di espulsione del maestro dal paese o la solitudine famigliare di molti bambini, contribuiscono al clima del film ma non sgomitano per emergere là dove non servono. Il cuore del film resta la relazione tra i bambini –Alice (Sophie Nelisse) in particolare- e il maestro, ovvero l’incontro con l’altro, la scoperta reciproca delle storie personali che stanno dietro un nome e un cognome sul registro, da una parte e dall’altra della cattedra. È questa simmetria, infatti, che, se inizialmente può suonare un po’ meccanica, diviene poi responsabile della forza e della bellezza del film, specie perché il regista e sceneggiatore Philippe Falardeau non pone tanto l’adulto al livello dei bambini quanto il contrario. Posti di fronte alla necessità di superare un trauma che alla loro età non era previsto che si trovassero sulla strada, gli alunni di Bachir sperimentano il senso di colpa, la depressione e la paura esattamente come accade all’uomo, nel suo intimo.
Insegnando ai bambini e a se stesso a non scappare dalla morte, Lazhar (si) restituisce la vita. (Cappi mymovies.it)

 

Recensioni

Vivere con un fardello
In una Montreal di incolore luminosità, una giovane insegnante si suicida nella sua classe. Panico fra colleghi, dirigenti, genitori. Mentre si cerca di tornare alla normalità e di fronteggiare i possibili danni riportati dai bambini, alla Preside in crisi si presenta Monsieur Lazhar, un garbato signore sulla cinquantina, di origine algerina e dal francese impeccabile, proponendosi come sostituto per la classe colpita dal lutto. Ha i suoi metodi, un po’ particolari, e se trova sintonia con alcuni alunni e colleghi, con altri il rapporto genera frizioni, mettendolo in rotta di collisione con l’autorità scolastica. Lazhar del resto sotto la scorza affabile anche se riservata, nasconde la sua tragedia personale: è infatti un sans papier ancora in attesa che la sua posizione di rifugiato politico sia accettata, dopo essere fuggito dall’Algeria dove sono morte la moglie e le due figlie, in seguito a un attentato durante la lunga guerra civile che è costata al paese migliaia di morti.

Inoltre non è nemmeno un insegnante, solo un uomo colto e sensibile, che sta cercando di sopravvivere con i pochi strumenti a sua disposizione. Monsieur Lazhar è un bellissimo esempio di film che, senza comporre manifesti, senza enunciare tesi, riesce a comunicare svariate sensazioni e riflessioni (e a commuovere), sorprendendo quasi lo spettatore per l’intensità della sua reazione. Il tema dominante è quello del dolore, dell’elaborazione del lutto, da parte degli adulti, ma soprattutto da parte dei bambini, dei quali il film traccia alcuni ritratti di grande delicatezza. Amore è protezione. Ma quando non funziona? Non sarà con ipocrite menzogne né con rigide regole formali (come se l’elaborazione del lutto passasse attraverso una serie di istruzioni per l’uso) che gli adulti calmeranno il tumulto nei cuori dei loro figli. Monsieur Lazhar ci prova con metodi dettati dalla sua umanità, forgiata dai fatti tragici della sua esistenza, che naturalmente finiscono per cozzare contro il formalismo con il quale autorità e famiglie si affannano a “proteggere” i bambini, ma soprattutto se stessi, dalla responsabilità di spiegare, di far accettare. Quando si può parlare a un bambino come a un adulto, qual è quel momento che si tende sempre a rimandare, lasciandoli nel frattempo soli nel guado tragico di certi eventi? Così che gli adulti genitori sono ben contenti di scaricare sugli adulti “stipendiati” quello che dovrebbe essere un loro compito. Ma guai a uscire dalle regole. E così con un sottile parallelo, altrettanto difficile sarà la comunicazione della tragedia più intima di un emigrato con l’algida e impersonale burocrazia che dovrebbe accettarlo, proteggerlo. La sceneggiatura infatti descrive con pochi tocchi efficaci anche i rapporti fra gli adulti, fra Lazhar e il resto del mondo, un mondo dove il “politicamente corretto” sta diventando un ostacolo alla reciproca conoscenza e comprensione, dove la discrezione è scusa per evitare coinvolgimenti. In un mondo fondamentalmente chiuso e cattivo, c’è ancora la possibilità che la semplice bontà, la generosità d’animo, facciano la differenza? Presentato a Locarno con gran successo l’anno scorso, il film, diretto daPhilippe Falardeu, è pronto per raccogliere soddisfazioni ai Golden Globe e anche agli Oscar. Grandi interpreti, fra gli adulti e i ragazzini. Si impone la bravura del protagonista Mohamed Fellag, attore e scrittore algerino, già interprete del lavoro teatrale di Evelyne de la Chenelière da cui è tratto il film. Ma vanno segnalati anche i due giovanissimi protagonisti Sophie Nélisse e Émilien Néron. Monsieur Lazhar racchiude fra un inizio e una fine di rara, toccante efficacia una vicenda che resterà nel ricordo dello spettatore più sensibile. (Molteni moviesushi.it)
l’elaborazione del lutto

Fu Elizabeth Kübler Ross a trattare, nel 1970, il sistema di elaborazione del lutto attraverso le cinque fasi del dolore. Philippe Falardeau eredita il modello per portare al cinema il romanzoBachir Lazhar di Evelyne De La Chenelière che tenta di descrivere la parabola di crescita emotiva di un gruppo di studenti sulla soglia dell’esistenza, testimoni di un gesto estremo, egoistico e plateale, che rimane sospeso nel regno dell’incomprensibile. Candidato ai premi Oscar come miglior film straniero, Monsieur Lazhar è la vicenda dell’evoluzione di esseri umani per troppo tempo intrappolati nel proprio corpo e nel proprio status, in una sorta di dimensione di mezzo: una situazione pericolosamente simile a quella della crisalide raccontata da Balzac prima, e poi dallo stesso Lazhar.In una scuola del Canada francese, il piccolo Simon (Émilien Néron) si reca in aula con un cesto di latte. Trovando la porta chiusa, il ragazzino spia dal vetro: lo scenario che si apre davanti ai suoi occhi è sconcertante. Il corpo di Martine, l’insegnante tanto amata dalla classe, pende con un cappio stretto al collo. Il suicidio della docente spinge l’intero consiglio scolastico a fronteggiare il lutto del gruppo di bambini traumatizzati. Seguendo le direttive del ministero, la preside (Danielle Proulx) decide di affiancare una psicologa alla classe e, nel frattempo, assume Bachir Lazhar (Mohamed Fellag), che si offre volontario per prendere il posto di Martine. Cittadino clandestino scappato dall’Algeria, Bachir si improvvisa maestro e, nel tentativo di salvare il proprio posto di lavoro, finirà con l’affezionarsi alla classe, in particolar modo ad Alice (Sophie Nélisse), bambina molto matura che, a differenza dei compagni, è l’unica a parlare apertamente del suicidio di Martine e delle ferite che il tragico evento ha lasciato nella sua giovane anima.È la negazione la prima reazione dell’essere umano di fronte alla perdita di una persona cara; proprio il rifiuto della tragedia avvenuta nell’aula scolastica spinge la politicamente corretta signora Vaillancourt a stendere un velo di silenzi sull’improvvisa scomparsa dell’insegnante. Una morte che il regista Falardelau mostra solo per brevi istanti, quasi carezzando e rifuggendo l’immagine statica di una vita che si spegne e che, nel frattempo, rimane impressa negli occhi di un bambino. Su questa sequenza fuggevole e al tempo stesso impossibile da dimenticare si basa tutta la drammaturgia di Monsieur Lazhar, pellicola che si fa forte di una sceneggiatura saldamente ancorata a un’idea coraggiosa e ben sviluppata, che fa emergere i personaggi senza bisogno di rincorrere facili artifizi. Descritta in pochi, eccelsi minuti di cinema, la morte di Martine è una presenza che emerge grazie ad un forte senso di assenza: di spiegazioni razionali, di capacità di elaborare il lutto, di comunicazione volta a superare il trauma. E che grava sulla mente dei bambini, costretti giorno dopo giorno a rientrare nel teatro della tragedia, a vivere nel luogo della non-vita. In questo senso Falardelau dimostra una magistrale capacità di raccontare una storia non solo attraverso la trama, ma tramite un uso consapevole del mezzo cinematografico snudato da artifizi inconsistenti, che mostra la crudeltà di un mondo pieno di indifferenza, dove i bambini spesso vengono lasciati in balìa di se stessi.Grazie ad una messa in scena asettica come l’aula in cui si svolge gran parte della diegesi,Monsieur Lazhar commuove e affascina per la sua disarmante semplicità nel descrivere la quotidianità della società contemporanea. Attraverso la dialettica maestro-alunni, il regista racconta la disperata ricerca dei piccoli protagonisti di una valvola di sfogo. Trattati con condiscendenza, come se non capissero quello che accade intorno a loro, i bambini rincorrono al contrario un modo per esprimere il proprio lutto e, insieme, il proprio trauma. Bachir Lazhar è l’unico disposto ad offrir loro quello di cui hanno veramente bisogno: maestro improvvisato per scacciare i propri fantasmi personali, l’insegnante algerino non rimane veicolato ad alcuna circolare ministeriale e si rapporta con i propri alunni attraverso un atteggiamento quasi paritario, pur non rinunciando alla propria posizione di autorevolezza. Eppure anche questa autorità alla fine decade, nella struggente scena finale, dove alunno e insegnante si fondono, in un continuo e reciproco arricchimento. Forte di un ottimo cast capitanato dall’eccelso Mohamed Fellag, Monsieur Lazhar è un film che parla alle corde più intime di un’umanità da sempre spaventata dall’idea della morte e del suo superamento. Senza retorica o clichè, il film di Falardeau è il ritratto sentito di un’infanzia violata, che trova nella cultura e nella comunicazione l’unico modo per sperare in un domani in cui la crisalide della favola possa dispiegare le ali di una splendida farfalla. ( Pomella silenzio-in-sala.com)

Trailer

Manuale a uso dei bambini che hanno genitori difficili

Manuale a uso dei bambini che hanno genitori difficili

Autore: Van den Brouck J.
Raffaello Cortina Editore - Pagine: 118

Anno: 1993

Prezzo: 9,00

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con molto humour, Jeanne Van den Brouck, pseudonimo dietro cui si nasconde una psicoanalista parigina, cerca tutte le situazioni familiari in cui possono incappare i bambini di ogni età, attraverso le quali essi devono costruire la propria personalità e “educare” i loro genitori difficili, questi immaturi, bugiardi, timidi, superdotati, assenti, stremati, gelosi, delinquenti, pasticcioni, sadici.

“Questo libro è indirizzato ai bambini, come dice il titolo, ma io lo raccomando agli adolescenti e agli adulti. E se per caso qualche genitore vuole essere à la page, come me che ho trovato questo libro geniale, scommetto che farà altrettanto

"Educare i propri genitori - è questa da sempre la responsabilità dei figli autenticamente vitali, ma che nessuno ha mai spiegato loro... Non dimentichiamo che, mentre l'educazione di un figlio richiede in media da quindici a diciotto anni, l'educazione dei genitori può durare mezzo secolo e qualche volta di più".

Françoise Dolto

IL CASTELLO NEL CIELO (animazione, età dai 6 anni)

Il castello nel cielo
Un film di Hayao Miyazaki. Titolo originale Tenku no shiro Rapyuta. Animazione, Ratings: Kids, durata 124 min. – Giappone 1986.

Indice: TramaRecensioniTrailer

Trama

La storia inizia con una bambina, Sheeta, che, per scappare da un gruppo di pirati intenzionati a catturarla, scivola dalla sua aeronave e cade dal cielo su un villaggio. Durante la caduta una misteriosa luce avvolge la piccola, che improvvisamente inizia a galleggiare nell’aria, fino ad atterrare dolcemente nelle braccia di un ragazzo orfano, Pazu, di ritorno alla fine del suo turno in miniera.

Dopo averla soccorsa, Pazu la porta nella sua casa. La mattina, appena svegli i due fanno subito amicizia, e durante la conversazione Pazu scopre che Sheeta è una discendente del popolo di Laputa, un leggendario castello volante che viaggia nel cielo nascosto dalle nuvole da centinaia di anni. In pochi credono alla sua esistenza, ma Pazu ne è convinto grazie al fatto che suo padre, anni addietro fotografò parte della imponente struttura. Pazu racconta che persino nel romanzo I viaggi di Gulliver diJonathan Swift vi è una descrizione del castello. Il ragazzo decide quindi di aiutarla a ritornare nella sua città e insieme intraprendono una lunga avventura, costantemente inseguiti dai pirati e dall’esercito.

Recensioni

Repubblica

Corriere della sera

luckyred

Mereghetti

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Educare con lo sport

Educare con lo sport

Conferenza pubblica 13 aprile 2012- ore 21.00  Centro Culturale Ferraroli – Cogliate (MB) p.zza Giovanni XXIII

Relatore prof. Raffaele Mantegazza

 

 

 

 

La pratica sportiva rappresenta un elemento fondamentale per lo sviluppo psicofisico dei  bambini e un’opportunità per confrontarsi con alcuni importanti valori quali amicizia, solidarietà, lealtà, lavoro di squadra, autodisciplina, autostima, fiducia in sé e negli altri, rispetto degli altri, leadership, capacità di affrontare i problemi, ecc.  Eppure molti bambini abbandonano dopo pochi anni la pratica sportiva perdendo così un importante occasione educativa. Con questa conferenza vogliamo non solo riportare al centro della pratica sportiva il tema dell’educare ma anche riflettere su come vivono i bambini lo sport e quanto le proposte sportive che ricevono siano veramente a misura di bambino.

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La squadra scolastica di rugby e l’Istituto Cesare Battisti di Cogliate organizzano in collaborazione con il Centro culturale Ferraroli, i comitati dei genitori, rugby Lainate, rugby Seregno, Tennis Club Ceriano e il circolo Strafossati  una conferenza pubblica per genitori, insegnanti, educatori, allenatori, dirigenti sportivi  e tutte le persone interessate agli aspetti educativi della pratica sportiva. Per informazioni e per richiedere l’attestato di partecipazione rugbycogliate@gmail.com

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R. Mantegazza è professore di Pedagogia presso l'Università di Milano Bicocca e autore di vari libri  sui principi educativi dello sport.

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