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Le stazioni della fede

In adolescenza 

cambia la percezione del mondo intorno e dentro di sé, cambia il corpo e cambiano le relazioni.

Maria, la protagonista del film, è un’adolescente e il suo percorso di crescita è una via crucis. LE STAZIONI DELLA FEDE è un film che, suddiviso, come il rito cattolico, in quattordici stazioni, commuove ed emoziona.

 

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Kreuzweg – Le stazioni della fede
Un film di Dietrich Brüggemann.

Titolo originale Kreuzweg (VIA CRUCIS)

genere Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 107 min. – Germania 2014.

in questa pagina trovi:  tramavideorecensioni 

 

 

Trama
Maria ha 14 anni e la sua famiglia fa parte di una comunità cattolica fondamentalista. Maria vive la sua vita di tutti i giorni nel mondo moderno, ma il suo cuore appartiene a Gesù. Lei vuole seguirlo, per diventare una santa e andare in paradiso, così passa attraverso 14 stazioni, proprio come fece Gesù nel suo cammino verso Golgota

 

VIDEO

Trailer

 

 

 

 

 

 

 

 

Recensioni

 

 

Da sentieridelcinema.it di Laura Cotta Ramosino

Acclamato da molta critica al Festival di Berlino e vincitore, oltre che dell’Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura ma anche del premio della Giuria Ecumenica, Kreuzweg è una pellicola insieme stimolante e frustrante, sia sul piano dei contenuti che della forma e richiede, anzi, quasi pretende, una visione concentrata e critica che molta parte del pubblico potrebbe non essere disposta a concedere.
La vicenda della piccola Maria, vittima di una concezione del Cristianesimo punitiva, rigida e ostile al mondo (la Fraternità di San Paolo come viene qui chiamata è una palese trasposizione di quella di san Pio X fondata dall’arcivescovo Lefevre), che le impedisce di aprirsi al mondo e la convince della necessità di un sacrificio estremo, ma anche di una madre incapace di mostrare il proprio affetto, è di quelle fatte apposta per scatenare dibattiti e polemiche. E questo sia che lo si voglia concepire come un coraggioso e sincero atto di denuncia contro il fondamentalismo religioso (il regista e la sorella, sceneggiatrice, vengono essi stessi da una famiglia appartenente a una comunità cattolica di questo genere) o come un esercizio formalmente impeccabile, che nella sua pro grammaticità ideologica pecca della stessa rigidità del mondo che mette sotto accusa.
Il film, infatti, è diviso in 14 quadri corrispondenti alle stazioni della Via Crucis (il cui nome introduce a mo’ di titolo ogni capitolo), la maggior parte dei quasi è costituito da un’unica inquadratura fissa entro cui i personaggi dialogano e si muovono (poco) per l’appunto come personaggi di quadretti votivi animati. Ogni situazione è escogitata per riflettere in modo più o metaforico (e spesso ironico) una delle tappe della Passione di Gesù. La piccola Maria Göttler (un nome un programma) è infatti una esplicita figura Christi che affronta consapevole e solitaria un martirio autoimposto, vivendo nel senso di colpa le più normali esperienze adolescenziali (anche la nascente e innocente simpatia per un coetaneo che la invita a cantare nel coro di una chiesa cattolica, sì, ma non abbastanza ortodossa per la madre di Maria) e privandosi del cibo e della gioia fino all’esito prevedibile e inevitabile.
Benché parte di una famiglia numerosa, la ragazzina sembra immersa in una sostanziale solitudine; e nessuno degli adulti della comunità – il giovane parroco, premuroso e gentile quanto rigido; la madre, una figura spaventosa di genitrice forte di una fede spietata quanto inattaccabile che solo nel finale sembra giungere ad un punto di rottura; il padre, una figura debole e insignificante – sembra cogliere fino in fondo la testarda determinazione e la follia del piano di Maria, aspirante santa con scarso senso della realtà. Anzi, di fronte al quasi miracolo del finale la madre è velocissima a trasfigurare il rapporto perennemente critico con la figlia in una beatificazione cieca e quasi surreale.
Kreuzweg, pur abbracciando senza se e senza ma la sua vocazione di cautionary tale verso il fondamentalismo, ha l’onestà di mettere in chiaro le carte fin da subito: quello che vediamo in azione non è né il Cristianesimo né il Cattolicesimo tout court, e anzi Brüggemann dissemina la storia di figure di credenti dalle più varie sfumature: dall’insegnante di ginnastica protestante, al gentile spasimante cattolico di Maria, dall’affettuosa ragazza alla pari francese che è forse l’unica vera amica della ragazzina, all’infermiera dell’ospedale che crede in qualcosa che non vuole definire (ed è interpretata dalla stessa sceneggiatrice). Le difficoltà scolastiche di Maria (che si rifiuta di correre in palestra perché l’insegnante accompagna gli esercizi con musica moderna “diabolica”, un tema su cui i genitori di Maria sono particolarmente rumorosi) sono l’occasione per suggerire un’apertura ulteriore a temi quali la tolleranza (i coetanei di Maria ne hanno davvero ben poca) e la libertà religiosa (si allude al fatto che alcune compagne di classe musulmane saltano direttamente l’ora di ginnastica).
Non si ha mai davvero, però, l’impressione che Brüggemann sia alla ricerca di una vera e propria discussione o si apra al mistero doloroso di quello che sta raccontando (il “miracolo” che avviene alla morte di Maria, prontamente assunto ad autogiustificazione dalla madre). Come al responsabile delle pompe funebri del finale, poco gli importa la “verità” della fede professata da Maria fino alle estreme conseguenze: è la psiche ferita di una ragazzina quella che vuole mettere in scena. Ma nel descriverla con un piglio troppo sociologico la rende una vittima fin troppo consenziente e la priva del dramma sostanziale della libertà cui pure avrebbe avuto diritto e che avrebbe dato al film il respiro che gli manca.

Laura Cotta Ramosino

 

Da cineforum.net di Simone Soranna

Probabilmente mai come in questi anni i tempi stanno correndo freneticamente e sembra che niente e nessuno sia in grado di fermarli. L’unica soluzione per reggere il passo pare essere quella di assecondarli, a costo di rischiare la propria identità, per non sparire completamente.

Anche la religione non è esente da tale pressione, così come il cinema. Due sfere decisamente lontane e tuttavia accostate in maniera sorprendentemente naturale da Dietrich Brüggemann, il quale decide di realizzare una pellicola che racconti l’importanza del cambiamento attraverso una storia che nasce dalla tradizione (religiosa e cinematografica) e che di essa si nutre.

Kreuzweg – Le stazioni della fede racconta il Calvario (nel vero senso della parola) di un’adolescente cresciuta secondo un’educazione cattolica fondamentalista ancorata agli insegnamenti biblici basilari, priva dei cambiamenti apportati dal Concilio Vaticano II. Il regista decide di incastonare il racconto in uno stile (apparentemente) primordiale, attraverso quattordici lunghi piani sequenza realizzati a camera fissa (a parte un paio di eccezioni). Il cinema e la spiritualità sembrano essersi fermati ai loro albori: l’uno alle vedute statiche delle origini, l’altra ai dogmi della Chiesa fondata da Pietro. La frenesia, il cambiamento, la velocità dei giorni a noi contemporanei sono del tutto azzerati in nome di un ritorno alla tradizione che tuttavia, mai come ora, è carica di una portata innovatrice senza paragoni.

Lo scopo principale dell’autore è quello di mettere il pubblico nei panni di Dio. Il suo film è una metafora precisa e spietata di quello che è stato il percorso di Gesù verso la crocifissione. E non ci si riferisce solo alle quattordici tappe che costituiscono la via crucis (puntualmente chiamate in causa a scandire i capitoli della pellicola), quanto all’impossibilità di fare qualcosa per intervenire nella vicenda. Tutto è immobile e non c’è via di fuga, non c’è nessuna possibilità di azione. Attraverso una suspense perfettamente calibrata, Brüggemann costruisce un climax impossibile da sostenere: una giovanissima e innocente ragazza si avvicina frettolosamente verso un sacrificio che non le compete e lo spettatore non può far altro che assistere passivamente al macabro spettacolo messo in scena con una crudeltà tanto cinica quanto elementare.

Siamo costretti a subire il fascino di un cinema rigido, freddo e formale che rischia di non essere accettato perché non coerente con i tempi. Un ossimoro straziante e deprimente, per un’opera che rischia di non riceve l’accoglienza sperata. E ogni riferimento a qualsiasi creatore divino fattosi uomo non è puramente casuale.

 

Little Sister ( film di Hirokazu Kore-Eda)

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Little Sister (Umimachi Diary)

Regia: Hirokazu Kore-Eda

Ratings: Kids+13

durata 128 min.

Giappone 2015 Italia 1 gennaio 2016

 

 

INDICE

  • Trama
  • Recensioni
  • Trailer

TRAMA

Nella città balneare di Kamakura le tre sorelle Sachi, Yoshino e Chika perdono il loro padre. L’uomo aveva abbandonato la famiglia anni prima e si era rifatto una vita. Nel tragitto verso il funerale, infatti, le tre ragazze fanno la conoscenza della loro sorellastra, Suzu, una timida ragazza di 14 anni. Sachi, Yoshino e Chika invitano Suzu a vivere con loro, iniziando così una nuova e gioiosa avventura.

RECENSIONE CINEFORUM

Tre sorelle – Sachi,Yoshino e Chika – vivono nella casa di famiglia, ereditata dalla nonna e lasciata dalla madre dopo la separazione con il padre, avvenuta anni prima. Le ragazze vivono la loro vita adulta in una condivisione quasi adolescenziale, dividendosi tra gli obblighi lavorativi e le serate passate tra cibo, risate e qualche rivendicazione. Sachi è la più matura, fa l’in­fermiera e ha una relazione con un medico sposato che lavora nel suo ospedale; Yoshino lavora in banca, è infelicemente single e beve troppo; Chika è infantile, fa la commessa in un negozio di articoli sportivi e prende la vita con immatura semplicità. Il legame che le lega è fortissimo ma le giovani donne sembrano bloccate in un limbo, spaziale e temporale, tra l’infanzia negata dalle disavventure familiari e un’emancipazione indi­viduale che sembrano voler sempre rimandare. Le cose cambiano quando, al funerale del padre che non vedevano da tempo, incontrano la loro sorellastra ado­lescente Suzu. Senza pensarci, intuendola infelice davanti alla prospettiva di una vita con la matrigna anaffettiva, le donne la invitano a trasferirsi da loro, dando alla loro sorellanza, scricchiolante per l’abitudi­ne, una nuova dimensione di protezione e accoglienza. Umimachi Diary di Kore-Eda Hirozaku segue con partecipe discrezione l’interazione tra le quattro gio­vani donne, le pedina nel loro quotidiano, ne scruta gli impercettibili cambiamenti di umore, le crisi più o meno manifeste, le gioie minimali e improvvise. La presenza della piccola Suzu risveglia infatti i senti­menti delle sorelle, ma le mette anche di fronte a un malinconico bilancio di un’infanzia abbandonata troppo presto, di un rimpianto lancinante per i genito­ri assenti. Kore-Eda cesella le psicologie dei suoi per­sonaggi, dona loro vita e realtà con poche ma ben deli­neate caratterizzazioni, predilige i momenti conviviali – il cibo è una fonte di gioia inesauribile, soprattutto se gustato assieme – senza trascurare l’ondivaga soli­tudine emotiva delle ragazze. Umimachi Diary è un film di una disarmante e purissima semplicità, che stu­dia nel quotidiano le ragioni del cuore e riesce a farci affezionare alle protagoniste grazie all’amore, naturale e sincero, che il regista prova per loro. Quello di Kore-Eda è un cinema che non ha imbarazzo per il suo affiato sentimentale, che vuole (e sa) portare alla luce gli affetti profondi e primordiali, che si con­cede qualche pudica enfasi retorica per poi tornare a una cristallina modestia che discende dalla migliore tradizione giapponese, Ozu su tutti. Come già nel pre­cedente Father and Son, Kore-Eda indaga la famiglia come epicentro delle emozioni e segue amorevolmente le protagoniste nel loro percorso di crescita, predili­gendo le sospensioni alle scene madri, gli entusiasmi accennati alle esplosioni di gioia, i pianti silenziosi agli eccessi di dolore adottando una cadenza narrativa fluida, quasi musicale. Nonostante il tono placido e soffuso, Umimachi Diary costruisce una miracolosa empatia con le quattro giovani, ci lega a loro grazie a uno sguardo che, pur mantenendo una distanza di sicurezza, riesce a svelarci desideri e debolezze, aspira­zioni e delusioni, senza cedere al facile paternalismo. Un cinema intimo che narra con maestria l’apparente normalità e riesce a regalare universalità alla consue­tudine. Un vero e proprio colloquio sentimentale che lascia un rasserenante senso di solidale dolcezza e rin­frescante commozione.
Federico Pedroni, Cineforum n. 546, 7/2015

RECENSIONE di FORNARA

Un film bello: «Sono contento di riconoscere la bellezza quando è qui». Sincero: «La sincerità è quello che conta». Intenso: «Devo proteggere questo luogo». Minimalista e rincuorante: «Le unghie dei piedi ben colorate tirano su il morale». E due gridi, quello della sorella maggiore: «Papà è un imbecille!» e quello della sorella minore: «Mamma è un’imbecille!», con l’aggiunta: «Avrei voluto passare più tempo con lei…». Ci sono tre sorelle grandi che vivono in una cittadina ai bordi del mare. Il titolo originale è “Diario da una città sulla riva del mare”. Il padre muore, lontano: le ha lasciate da tanto tempo per farsi un’altra famiglia. Le tre sorelle decidono di andare alla cerimonia funebre e trovano la mai conosciuta sorella piccola, figlia della seconda moglie del padre. Quando le sorelle grandi tornano a casa, la sorella adolescente va a vivere con loro. Comincia per tutte una nuova vita, bella sincera intensa, nella quale si riconoscono tutte e quattro figlie di uno stesso padre e tre di loro di una stessa madre, che le ha lasciate da tanto e che rientra in scena, svirgolona, frizzantina, dolce. Il film è un adattamento da un manga intitolato “Our Little Sister” e sembra un film di Ozu, trasportato nell’oggi. Qui le sorelle, di cognome fanno Koda. Ozu ha girato, nel 1941, uno dei suoi tanti film intitolato “Fratelli e sorelle della famiglia Toda”, anche quello un film familiare con genitori e 5 figli, con la morte del padre, con le frizioni tra tutti, comprese nuore e parenti. Koda e Toda. Kore-eda e Ozu: una parentela stretta. Ci sono tanti fiori di ciliegio, tanti pasti da preparare, tanto cibo da gustare, un ristorantino con una padrona gentilissima, belle fritture di bianchetti piccolissimi. C’è soprattutto quella atmosfera di Ozu che i giappponesi chiamano “mono no aware” (…) e che indica l’essere coscienti della precarietà e della impermanenza delle cose, il leggero ma ben presente senso di dispiacere per il loro svanire, il godere di un momento e sapere che se ne andrà. Come se Ozu e Kore-eda dicessero insieme: «Si può, ancora, vivere così, con leggerezza, nell’impermanenza». Ozu, vivesse oggi, potrebbe anche girare, lui così discreto, l’immagine di una delle sorelle che esce dal bagno con l’asciugamano addosso, va verso il giardino, si ferma sul rialzo, accende il ventilatore, apre l’asciugamano bello largo e sta lì a prendersi l’arietta. Kore-eda rinfresca Ozu.
Bruno Fornara

RECENSIONE MYMOVIE

 

Nella cittadina di Kamakura vivono tre sorelle (Sachi, Yoshino e Chika) il cui padre le ha lasciate da 15 anni per iniziare una nuova convivenza. In occasione del suo funerale le ragazze fanno la conoscenza della sorellastra adolescente Suzu che accetta volentieri l’invito ad andare a vivere con loro.
Hirokazu Kore-eda in questa occasione ha avuto come punto di riferimento la graphic novel “Umimachi’s Diary” di cui ha conservato l’impianto di fondo riservandosi però, con il consenso dell’autore Yoshida Akimi, la più ampia libertà di rilettura. Ha così focalizzato il racconto non solo sulla giovanissima Suzu ma anche sulla più adulta delle sorelle, Sachi. Con la sensibilità che lo contraddistingue entra in questo universo femminile in punta di piedi ma la sua attenzione nei confronti delle protagoniste sa leggere dentro i tormenti che il tempo talvolta lenisce e talaltra rende più acuti e dolorosi.
Il sorriso di Suzu nasconde risentimenti che solo un’occasionale ubriacatura rende espliciti mentre l’apparente rigidità di Sachi trae origine non solo dall’abbandono paterno vissuto ad un’età in cui era presente la consapevolezza di quanto stava accadendo ma anche dal conflitto con l’irrisolta figura materna nei confronti della quale prova un sentimento di rifiuto. Da infermiera, tenuta al contempo a non farsi troppo coinvolgere dalle morti dei pazienti ma anche incapace di accettarle come routine professionale, Saichi cerca di proteggere le sorelle e se stessa dai sentimenti che vede come un pericolo a causa della loro instabilità e del dolore che possono procurare agli altri. In un liquore di prugne fatto in casa finisce con il condensarsi quasi simbolicamente il senso del film. Il passare del tempo ne modifica il sapore e la trasparenza. È quanto accade a molti di noi con sentimenti che ritenevamo a torto immutabili e che invece si trasformano sia in senso positivo che negativo. L’indumento offerto alla sorella più liberata così come il kimono d’estate regalato alla sorella acquisita diventano allora per Sachi segni di una possibile riapertura al sentire sempre meno vincolata a un passato di profonda sofferenza. Grazie anche a Suzu, ancora capace di farsi travolgere dalla bellezza dei ciliegi in fiore.

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L’impossibile innocenza del lavoro sociale e la contaminazione con la vita

 

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Le professioni di aiuto, per superare il rischio di diventare professioni disabilitanti, sono chiamate a lavorare affinché i destinatari degli interventi - cittadini, famiglie, ragazzi, bambini - non rimangano semplici fruitori delle scelte di operatori ed esperti, ma diventino protagonisti attivi, soggetti che, affrancandosi dalla dipendenza dai servizi, diano vita al proprio racconto personale e sociale.

Una riflessione sul lavoro sociale e su etica e giustizia ad esso connesse per trarre indicazioni operative utili nella definizione dei processi di aiuto.

L’Ordine degli Assistenti Sociali della Lombardia ha riconosciuto 10 CREDITI, di cui 5 per la formazione continua e 5 deontologici.
Sono riconosciuti 8 CREDITI ECM per Psicologi, Educatori, Operatori Sanitari.

All’indirizzo http://sulletraccedelsociale.wordpress.com è aperto il blog di discussione dove vengono proposti articoli tratti dalle riviste “Lavoro Sociale ” e “Animazione sociale” e dove i relatori propongono spunti e pensieri per aprire la riflessione e il dibattito sui temi del convegno. Tutti i partecipanti potranno scrivere e confrontarsi.

Per valorizzare l’iniziativa di formazione come occasione di riflessione e di incontro tra gli operatori, per ogni due iscritti di uno stesso Ente, pubblico o del privato sociale, è prevista la partecipazione gratuita di un terzo collaboratore.

Clicca qui per il programma completo

Per informazioni e iscrizioni inviare mail a: formazionecoopcasa@virgilio.it .

Cooperativa Sociale La casa davanti al sole soc. coop. arl
via Cavour, 24 - 21040 Venegono Inferiore (VA)
tel. 0331 864041
www.lacasadavantialsole.org

Manuale a uso dei bambini che hanno genitori difficili

Manuale a uso dei bambini che hanno genitori difficili

Autore: Van den Brouck J.
Raffaello Cortina Editore - Pagine: 118

Anno: 1993

Prezzo: 9,00

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con molto humour, Jeanne Van den Brouck, pseudonimo dietro cui si nasconde una psicoanalista parigina, cerca tutte le situazioni familiari in cui possono incappare i bambini di ogni età, attraverso le quali essi devono costruire la propria personalità e “educare” i loro genitori difficili, questi immaturi, bugiardi, timidi, superdotati, assenti, stremati, gelosi, delinquenti, pasticcioni, sadici.

“Questo libro è indirizzato ai bambini, come dice il titolo, ma io lo raccomando agli adolescenti e agli adulti. E se per caso qualche genitore vuole essere à la page, come me che ho trovato questo libro geniale, scommetto che farà altrettanto

"Educare i propri genitori - è questa da sempre la responsabilità dei figli autenticamente vitali, ma che nessuno ha mai spiegato loro... Non dimentichiamo che, mentre l'educazione di un figlio richiede in media da quindici a diciotto anni, l'educazione dei genitori può durare mezzo secolo e qualche volta di più".

Françoise Dolto

Miracolo a Le Havre ( Kaurismäki, 2011)

 

 

Miracolo a Le Havre

Un film di Aki Kaurismäki. Con André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin, Blondin Miguel, Elina Salo.

Titolo originale Le Havredurata 93 min

  • Il nuovo film di Aki Kaurismäki, mago finlandese delle emozioni, è una favola dai toni lievi e delicati, che tocca uno degli argomenti più attuali: l’immigrazione. Per noi Le Havre rappresenta solo una cittadina portuale, famosa per i suoi intensi scambi commerciali. Ma per i clandestini è una meta agognata, dalla quale imbarcarsi per l’Inghilterra mediante un piccolo tragitto sulla Manica. Quelle navi merci che per noi sono simbolo di ricchezza e di commercio, per gli immigrati sono un nascondiglio per raggiungere la “terra promessa”. È questa la storia di Idrissa, un ragazzino che arriva dall’Africa, perennemente inseguito dalla polizia e con il grande sogno di ricongiungersi con la famiglia che si trova a Londra. Incontra un angelo custode, l’anziano Michel, un lustrascarpe dall’animo sensibile e artistico, il quale cercherà di aiutarlo in tutti i modi. In Le Havre ci sono i tipici personaggi di Kaurismäki sospesi tra Chaplin, l’estetica degli anni cinquanta, una dimessa eleganza e un’icastica bontà, come già in quel Nuvole in viaggio che nel ’96, con le sue battute glaciali e i colori da modernariato ante litteram, sedusse la Croisette e portò finalmente fuori dalla Finlandia il nome di Kaurismäki. Una favola realistica e ironica, popolata di personaggi ritratti in tutta la loro umanità e i loro sentimenti. Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes.
  • La scelta di Kaurismäki fa sì che la riflessione sulla condizione dei minori migranti da lui avanzata si allontani dalle logiche dello spettacolo o dell’intrattenimento fine a se stesso, rinunci alla fatica di confrontarsi da una parte con lo stereotipo dello straniero da abbattere e dall’altra con il dispiegarsi di un fenomeno che il cinema deve certo raccontare, ma che non ha i mezzi per rappresentare in tutta la sua ampiezza e complessità. E sappia collocarsi piuttosto in mezzo o meglio ancora fuori e oltre i discorsi comuni, scegliendo una narrazione che va dritta al cuore dei principi e dei valori, dei diritti e dei bisogni dell’uomo. Quelli che alcuni chiamerebbero “non negoziabili”. Ma la macchina da presa del regista non si prende sul serio, non fa sermoni, non ha verità precostituite. Si accontenta di mettere in scena il miracolo di un concerto rock d’altri tempi, di una guarigione inaspettata, di un ciliegio che fiorisce nel giardino di casa.Marco Dalla Gassa  minori.   Marco Dalla Gassa  minori.it

 

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