Little Sister ( film di Hirokazu Kore-Eda)

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Little Sister (Umimachi Diary)

Regia: Hirokazu Kore-Eda

Ratings: Kids+13

durata 128 min.

Giappone 2015 Italia 1 gennaio 2016

 

 

INDICE

  • Trama
  • Recensioni
  • Trailer

TRAMA

Nella città balneare di Kamakura le tre sorelle Sachi, Yoshino e Chika perdono il loro padre. L’uomo aveva abbandonato la famiglia anni prima e si era rifatto una vita. Nel tragitto verso il funerale, infatti, le tre ragazze fanno la conoscenza della loro sorellastra, Suzu, una timida ragazza di 14 anni. Sachi, Yoshino e Chika invitano Suzu a vivere con loro, iniziando così una nuova e gioiosa avventura.

RECENSIONE CINEFORUM

Tre sorelle – Sachi,Yoshino e Chika – vivono nella casa di famiglia, ereditata dalla nonna e lasciata dalla madre dopo la separazione con il padre, avvenuta anni prima. Le ragazze vivono la loro vita adulta in una condivisione quasi adolescenziale, dividendosi tra gli obblighi lavorativi e le serate passate tra cibo, risate e qualche rivendicazione. Sachi è la più matura, fa l’in­fermiera e ha una relazione con un medico sposato che lavora nel suo ospedale; Yoshino lavora in banca, è infelicemente single e beve troppo; Chika è infantile, fa la commessa in un negozio di articoli sportivi e prende la vita con immatura semplicità. Il legame che le lega è fortissimo ma le giovani donne sembrano bloccate in un limbo, spaziale e temporale, tra l’infanzia negata dalle disavventure familiari e un’emancipazione indi­viduale che sembrano voler sempre rimandare. Le cose cambiano quando, al funerale del padre che non vedevano da tempo, incontrano la loro sorellastra ado­lescente Suzu. Senza pensarci, intuendola infelice davanti alla prospettiva di una vita con la matrigna anaffettiva, le donne la invitano a trasferirsi da loro, dando alla loro sorellanza, scricchiolante per l’abitudi­ne, una nuova dimensione di protezione e accoglienza. Umimachi Diary di Kore-Eda Hirozaku segue con partecipe discrezione l’interazione tra le quattro gio­vani donne, le pedina nel loro quotidiano, ne scruta gli impercettibili cambiamenti di umore, le crisi più o meno manifeste, le gioie minimali e improvvise. La presenza della piccola Suzu risveglia infatti i senti­menti delle sorelle, ma le mette anche di fronte a un malinconico bilancio di un’infanzia abbandonata troppo presto, di un rimpianto lancinante per i genito­ri assenti. Kore-Eda cesella le psicologie dei suoi per­sonaggi, dona loro vita e realtà con poche ma ben deli­neate caratterizzazioni, predilige i momenti conviviali – il cibo è una fonte di gioia inesauribile, soprattutto se gustato assieme – senza trascurare l’ondivaga soli­tudine emotiva delle ragazze. Umimachi Diary è un film di una disarmante e purissima semplicità, che stu­dia nel quotidiano le ragioni del cuore e riesce a farci affezionare alle protagoniste grazie all’amore, naturale e sincero, che il regista prova per loro. Quello di Kore-Eda è un cinema che non ha imbarazzo per il suo affiato sentimentale, che vuole (e sa) portare alla luce gli affetti profondi e primordiali, che si con­cede qualche pudica enfasi retorica per poi tornare a una cristallina modestia che discende dalla migliore tradizione giapponese, Ozu su tutti. Come già nel pre­cedente Father and Son, Kore-Eda indaga la famiglia come epicentro delle emozioni e segue amorevolmente le protagoniste nel loro percorso di crescita, predili­gendo le sospensioni alle scene madri, gli entusiasmi accennati alle esplosioni di gioia, i pianti silenziosi agli eccessi di dolore adottando una cadenza narrativa fluida, quasi musicale. Nonostante il tono placido e soffuso, Umimachi Diary costruisce una miracolosa empatia con le quattro giovani, ci lega a loro grazie a uno sguardo che, pur mantenendo una distanza di sicurezza, riesce a svelarci desideri e debolezze, aspira­zioni e delusioni, senza cedere al facile paternalismo. Un cinema intimo che narra con maestria l’apparente normalità e riesce a regalare universalità alla consue­tudine. Un vero e proprio colloquio sentimentale che lascia un rasserenante senso di solidale dolcezza e rin­frescante commozione.
Federico Pedroni, Cineforum n. 546, 7/2015

RECENSIONE di FORNARA

Un film bello: «Sono contento di riconoscere la bellezza quando è qui». Sincero: «La sincerità è quello che conta». Intenso: «Devo proteggere questo luogo». Minimalista e rincuorante: «Le unghie dei piedi ben colorate tirano su il morale». E due gridi, quello della sorella maggiore: «Papà è un imbecille!» e quello della sorella minore: «Mamma è un’imbecille!», con l’aggiunta: «Avrei voluto passare più tempo con lei…». Ci sono tre sorelle grandi che vivono in una cittadina ai bordi del mare. Il titolo originale è “Diario da una città sulla riva del mare”. Il padre muore, lontano: le ha lasciate da tanto tempo per farsi un’altra famiglia. Le tre sorelle decidono di andare alla cerimonia funebre e trovano la mai conosciuta sorella piccola, figlia della seconda moglie del padre. Quando le sorelle grandi tornano a casa, la sorella adolescente va a vivere con loro. Comincia per tutte una nuova vita, bella sincera intensa, nella quale si riconoscono tutte e quattro figlie di uno stesso padre e tre di loro di una stessa madre, che le ha lasciate da tanto e che rientra in scena, svirgolona, frizzantina, dolce. Il film è un adattamento da un manga intitolato “Our Little Sister” e sembra un film di Ozu, trasportato nell’oggi. Qui le sorelle, di cognome fanno Koda. Ozu ha girato, nel 1941, uno dei suoi tanti film intitolato “Fratelli e sorelle della famiglia Toda”, anche quello un film familiare con genitori e 5 figli, con la morte del padre, con le frizioni tra tutti, comprese nuore e parenti. Koda e Toda. Kore-eda e Ozu: una parentela stretta. Ci sono tanti fiori di ciliegio, tanti pasti da preparare, tanto cibo da gustare, un ristorantino con una padrona gentilissima, belle fritture di bianchetti piccolissimi. C’è soprattutto quella atmosfera di Ozu che i giappponesi chiamano “mono no aware” (…) e che indica l’essere coscienti della precarietà e della impermanenza delle cose, il leggero ma ben presente senso di dispiacere per il loro svanire, il godere di un momento e sapere che se ne andrà. Come se Ozu e Kore-eda dicessero insieme: «Si può, ancora, vivere così, con leggerezza, nell’impermanenza». Ozu, vivesse oggi, potrebbe anche girare, lui così discreto, l’immagine di una delle sorelle che esce dal bagno con l’asciugamano addosso, va verso il giardino, si ferma sul rialzo, accende il ventilatore, apre l’asciugamano bello largo e sta lì a prendersi l’arietta. Kore-eda rinfresca Ozu.
Bruno Fornara

RECENSIONE MYMOVIE

 

Nella cittadina di Kamakura vivono tre sorelle (Sachi, Yoshino e Chika) il cui padre le ha lasciate da 15 anni per iniziare una nuova convivenza. In occasione del suo funerale le ragazze fanno la conoscenza della sorellastra adolescente Suzu che accetta volentieri l’invito ad andare a vivere con loro.
Hirokazu Kore-eda in questa occasione ha avuto come punto di riferimento la graphic novel “Umimachi’s Diary” di cui ha conservato l’impianto di fondo riservandosi però, con il consenso dell’autore Yoshida Akimi, la più ampia libertà di rilettura. Ha così focalizzato il racconto non solo sulla giovanissima Suzu ma anche sulla più adulta delle sorelle, Sachi. Con la sensibilità che lo contraddistingue entra in questo universo femminile in punta di piedi ma la sua attenzione nei confronti delle protagoniste sa leggere dentro i tormenti che il tempo talvolta lenisce e talaltra rende più acuti e dolorosi.
Il sorriso di Suzu nasconde risentimenti che solo un’occasionale ubriacatura rende espliciti mentre l’apparente rigidità di Sachi trae origine non solo dall’abbandono paterno vissuto ad un’età in cui era presente la consapevolezza di quanto stava accadendo ma anche dal conflitto con l’irrisolta figura materna nei confronti della quale prova un sentimento di rifiuto. Da infermiera, tenuta al contempo a non farsi troppo coinvolgere dalle morti dei pazienti ma anche incapace di accettarle come routine professionale, Saichi cerca di proteggere le sorelle e se stessa dai sentimenti che vede come un pericolo a causa della loro instabilità e del dolore che possono procurare agli altri. In un liquore di prugne fatto in casa finisce con il condensarsi quasi simbolicamente il senso del film. Il passare del tempo ne modifica il sapore e la trasparenza. È quanto accade a molti di noi con sentimenti che ritenevamo a torto immutabili e che invece si trasformano sia in senso positivo che negativo. L’indumento offerto alla sorella più liberata così come il kimono d’estate regalato alla sorella acquisita diventano allora per Sachi segni di una possibile riapertura al sentire sempre meno vincolata a un passato di profonda sofferenza. Grazie anche a Suzu, ancora capace di farsi travolgere dalla bellezza dei ciliegi in fiore.

Zappoli mymovie

 

 

 

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