Sister (Meier 2012)

sister-lea-seydoux-e-kacey-mottet-klein-sono-fratello-e-sorella-in-una-scena-del-film-237417Sister

Regista: Ursula Meier

Anteprima nazionale: 13 febbraio 2012

Durata: 100 minuti

Musica: John Parish

Cast: Léa Seydoux, Gillian Anderson, Martin Compston, Jean-François Stévenin, Altro

Sceneggiatura: Ursula Meier, Antoine Jaccoud,Gilles Taurand

Trama

Il dodicenne Simon e sua sorella Louise vivono in Svizzera nelle case popolari del cantone Vallese, sulle Alpi. Simon, il bambino, mantiene entrambi rubando sci e attrezzatura sportiva ai ricchi sciatori in vacanza per poi rivenderli.

Simon sembra così riuscire a legare a sé la sorella inaffidabile e sempre pronta a trascurarlo per l’uomo di turno, ma proprio davanti a uno di questi il bambino farà la rivelazione capace di sconvolgere ulteriormente il debole equilibrio familiare e di spezzare la trama del film in due.

Si scopre infatti che Louise è in realtà la madre del ragazzino e che tutta la sua insofferenza nell’essere madre non viene celata a Simon, costretto ad accontentarsi di un amore fraterno da parte di una mamma che si fa chiamare “sister”.

Tuttavia nella solitudine più disperata di questa valle Simon e Louise, pur faticando a trovare un punto di contatto meno squallido di quello dei soldi, non possono fare a meno uno dell’altra come è evidente dallo sguardo che i due, cercandosi, si scambiano dalle cabine della funivia che vanno in direzioni opposte nella bellissima scena finale.

Recensione 

 

Il cinema ha spesso raccontato storie di giovani e giovanissimi ladri, di bambini e ragazzini che vivono ai margini della società procurandosi come possono il necessario non solo per sopperire ai propri bisogni materiali, ma anche per esigenze solo apparentemente meno tangibili. Se è vero, infatti, che dietro la concretezza di ogni nostra azione, di ogni nostro gesto, si nasconde un universo simbolico fatto di desideri, tabù, sogni e trasgressioni, per un bambino o un adolescente forse questo è ancora più vero e offre la possibilità di analizzare la semplice linea degli eventi che scorrono sullo schermo all’interno di un orizzonte di senso più complesso e articolato. Sister, della giovane cineasta franco-elvetica Ursula Meier(qui alla sua seconda prova nel lungometraggio), non viene meno a questo schema, anzi lo rende quanto mai esplicito, raccontando le vicende del dodicenne Simon e della sua consanguinea Louise poco più che adolescente, residenti in una località svizzera ai piedi di una stazione sciistica meta di turisti in cerca di piste innevate e lussuosi resort. Simon è un intruso in questo mondo dorato, dato che vive a fondovalle, in un piccolo appartamento di un condominio popolare (il cui squallore è reso ancor più evidente dal contrasto con il panorama circostante, costellato di boschi lussureggianti e cime innevate), ma si muove con estrema sicurezza, confondendosi con i turisti che ogni giorno in funivia raggiungono le piste per sciare. Nel corso delle sue ascensioni, infatti, il protagonista svaligia gli zaini lasciati incustoditi dai villeggianti, impossessandosi di ogni accessorio che in seguito rivende a prezzi stracciati ai meno fortunati valligiani. Louise, che, vista la maggiore età, dovrebbe essere per Simon una figura protettiva e accudente, invece vive alle sue spalle, confidando sull’abilità del ragazzino nel furto e sui ricavi che riesce a trarre da questa attività illecita. Ma c’è di più: Simon a volte è costretto a contrattare con la ragazza – una figura misteriosa che spesso si eclissa per giorni senza dare notizie, persa dietro improbabili avventure amorose – per ottenere, in cambio di soldi, un po’ di calore umano (poter dormire con lei, ottenere qualche carezza, qualche parola affettuosa) che per lui, poco più che bambino, rappresenta un bisogno emotivo irrinunciabile ma che lei, non ancora adulta, non riesce a dargli incondizionatamente. Anche i sentimenti, dunque, per Simon sono monetizzabili, riconducibili a un controvalore economico al pari di ogni altra merce o oggetto, né più né meno che per un adulto che cerchi conforto alla propria solitudine in un rapporto a pagamento. Se, dunque, come si diceva in apertura, nel furto compiuto da un bambino è possibile rintracciare il desiderio di risarcire un universo affettivo limitato, il bisogno di segnalare una condizione di disagio, nel caso di Simon costituisce l’unico mezzo concreto per ottenere ciò che gli manca, all’interno di un contesto nel quale tutto può diventare oggetto di scambio. È solo verso la metà del film che la Meier rivela quale oscuro segreto familiare grava sui due protagonisti, la ragione della loro affettività distorta, attuando un capovolgimento repentino del punto di vista dello spettatore sulla vicenda e una ridistribuzione dei ruoli (già abbastanza confusi) tra i personaggi che, tuttavia, non produce catarsi e non risarcisce dell’angoscia suscitata dal rapporto disfunzionale di Simon e Louise. Disagio sociale, familiare e affettivo trovano nella figura del protagonista e in quella di Louise, nella strana famiglia da essi formata, una sintesi di straordinaria efficacia: la loro è una condizione in cui l’abbandono da parte dei servizi sociali è reso ancora più evidente dall’isolamento dei luoghi in cui è ambientata la vicenda (eppure siamo nella civilissima Svizzera) e dal contrasto con l’atmosfera svagata e vacanziera della stazione sciistica che li sovrasta. Appeso a un filo, quello della funivia che copre la distanza e il dislivello (non soltanto fisico ma anche sociale) tra le due location del film, Simon percorre uno spazio soprattutto simbolico, sospeso tra due dimensioni. La prima, a cui forse ambisce di appartenere (anche se dichiara di non saper sciare e di non voler neanche imparare), è un universo alle spalle del quale vive, che lo respinge ed emargina socialmente ma grazie al quale sopperisce ai propri bisogni, un non luogo che si riempie e si svuota di presenze a seconda della stagione e dei capricci del tempo meteorologico. La seconda è un mondo all’interno del quale Simon si è ricavato una propria nicchia, il piccolo appartamento spoglio e disordinato (in fondo, un altro non luogo), specchio della disfunzionalità del nucleo familiare al quale appartiene, un rifugio nel quale, tuttavia, non trova spazio quell’affettività e quell’accoglienza di cui avrebbe bisogno. È proprio all’interno di quella funivia sospesa tra questi due non luoghi, quella dimensione a metà strada tra terra e cielo, che il film si conclude con un’inquadratura formidabile, capace di far incrociare gli sguardi dei due protagonisti, consci di non poter fare a meno, malgrado tutto, l’uno dell’altro, e lasciare il finale aperto alla speranza in un futuro forse più sereno. Sister, che alla scorsa edizione del Festival di Berlino ha ottenuto una menzione speciale della giuria, colloca la Meier dalle parti dei fratelli Dardenne, per i profondi risvolti sociali della vicenda narrata e, allo stesso tempo, per la capacità di non concedere nulla a quell’ansia dimostrativa che spesso affligge i film d’autore cosiddetti impegnati. Questo rigore, ovviamente, non contraddice lo spirito di denuncia insito nel racconto, ma filtra il tutto attraverso il ritratto sensibile di due giovani esistenze allo sbando, la descrizione del loro rapporto conflittuale ma umanissimo, il loro legame ambiguo eppure necessario. A far da contorno ai due protagonisti un microcosmo inedito, il dietro le quinte delle settimane bianche di tante famiglie più o meno abbienti, popolato di addetti alle funivie, inservienti, camerieri e cuochi: vite precarie, esistenze stagionali costrette a migrare inseguendo la neve e i suoi appassionati, il volto reale che si cela dietro un manto nevoso candido in superficie ma che nasconde una realtà sociale come tante altre. Il rigore della Meier si riflette, allo stesso modo, nel suo sguardo sul paesaggio: la regista non concede enfasi agli splendidi panorami alpini che circondano la stazione sciistica, restringendo il campo a una descrizione minuta delle azioni di Simon e ai luoghi nei quali compie i furti (spogliatoi, bagni, vestiboli, luoghi di transito, di passaggio, ancora non-luoghi, simbolo di un’esistenza ai margini), mentre a dominare sono gli inediti scorci di un fondovalle anonimo e desolato, non molto diverso dalle periferie di tante metropoli.

Fabrizio Colamartino  minori.it

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