Così lontano così vicino

Alcune riflessioni sulla ricerca

a cura di Walter Brandani, consigliere nazionale ANEP

L’Associazione Nazionale Educatori Professionali (ANEP), il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA) e la rivista Animazione Sociale sono i soggetti promotori della prima ricerca nazionale sull’Educatore Professionale.

Oltre a fornire una fotografia aggiornata della professione dell’educatore, la ricerca ha indagato sull’evoluzione di questa professione presente in Italia da più di quaranta anni. Pretesto di partenza è stato l’articolo di Giorgio Sordelli “NUOVI MODI DI PRENDERSI CURA? - evoluzione della professione di educatore - “ (Animazione Sociale 2001), che ha, di fatto, fornito il quesito alla base della ricerca stessa ovvero domandarsi se l'educatore è ancora la persona che si prende cura di un'altra persona.
Si è cercato di verificare se: “l'educatore, storicamente figura incaricata della cura del singolo, ha nel corso del tempo spostato e ampliato il proprio raggio di azione" svolgendo "non più solo un lavoro di tipo riparativo, ma anche promozionale dell'ambiente in cui persone e gruppi vivono”.

La ricerca, di per se innovativa per l’argomento trattato, contiene un altro elemento di originalità legato alla metodologia usata:

- La compilazione di un questionario anonimo
- La partecipazione a focus group
- L’autobiografia

I tre diversi ambiti di ricerca hanno messo in evidenza molti elementi confrontabili tra loro, in particolare mi sembra interessante porre l’attenzione su alcuni temi conduttori:
la formazione
le competenze e il ruolo dell’Educatore Professionale
il futuro: ovvero come gli educatori si immaginano la propria professione nei prossimi anni.

La formazione

La formazione dell’educatore professionale risente fortemente della poca chiarezza del percorso formativo che, soprattutto nei decenni passati, ha caratterizzato l’accesso alla professione. Nelle undici autobiografie emerge che questo clima di incertezza, dove quesiti come “chi è l’educatore” e “cosa fa l’educatore” erano all’ordine del giorno, ha contribuito a creare il desiderio di definire la propria identità professionale anche attraverso la formazione in servizio e l'istituzione di iter formativi riconosciuti.

Si è cercato di passare dall’educatore definito unicamente in base alle attività svolte, all’educatore definito anche da un titolo di studio e da un percorso formativo adeguato.
Tale passaggio oggi non è ancora concluso, come dimostrato dai focus gruop ma soprattutto dai dati del questionario dove il 13% degli Educatori lavora in possesso solo del diploma di scuola media superiore e l’11% è invece in possesso di titoli universitari non specifici (psicologia, filosofia, ecc.). Sommando i dati si ha che quasi un quarto (24%) degli educatori accede alla professione senza aver svolto un percorso di studio specifico.
Dei tre quarti che rimane circa 82% ha un titolo riconducibile all’attuale laurea in medicina mentre il 18% è un laureato in scienze della formazione, dato quest’ultimo indicativo dell’ambiguità che le due lauree generano tra gli studenti e i lavoratori.

Il ruolo

La risposta più scelta dagli educatori alla domanda “quali sono gli aspetti di maggior soddisfazione nella propria attività professionale” è, con il 25%, il rapporto con l’utenza ed è anche , con lo 0,4% l'ultimo aspetto di maggiore insoddisfazione.

Questi dati rimarcano la centralità, all'interno del ruolo dell’educatore, della relazione educativa e di quel rapporto duale educatore - utente, che molto forte emerge nei racconti dei primi anni di lavoro degli undici educatori - autobiografi.

Tale rapporto risulta essere non solo l’elemento principe del lavoro educativo, ma, di fatto, viene anche indicato come il crocevia da cui passare per arricchire la propria esperienza formativa. Se gli educatori-autobiografi hanno fatto della relazione educatore –utente il primo momento formativo, tutti quelli che sono arrivati all’esercitare la professione tramite un corso regionale o universitario, riconoscono come un momento fondamentale il tirocinio pratico.

Il tirocinio è il luogo dove per la prima volta l’oggetto del lavoro educativo (ovvero la relazione educatore - utente) si concretizza, ed è un momento privilegiato di crescita professionale, così come sottolineato nei gruppi focus anche da coloro che, avendo ricevuto una formazione prettamente teorica, vedono nella mancanza di un tirocinio ben strutturato un handicap formativo.

La centralità della relazione duale educatore – utente porterebbe a pensare che tutte le attività svolte dall’educatore sono a contatto con l’utenza, ed invece emerge che oggi solo il 60% delle attività sono in stretto contatto con l’utenza in una relazione interpersonale o di piccolo gruppo, mentre nel restante 40% l’educatore si occupa di organizzazione, di interventi microsociali e comunitari.

Quindi per gli educatori intervistati il 40% del loro tempo è dedicato ad almeno una delle seguenti attività: analisi, progettazione, programmazione, verifica, valutazione delle attività di sua competenza e/o dell’équipe di appartenenza, coordinamento, formazione, orientamento, supervisione per professionisti omologhi o per chi svolge anche parzialmente o socialmente funzioni educative.

Eppure lo svolgimento di queste attività risulta poco visibile, in quanto le organizzazioni di appartenenza spesso non riconoscono formalmente agli educatori lo svolgimento di tali funzioni indirette.

Gli educatori si trovano a svolgere queste mansioni senza che “ciò si traduca in una formalizzazione in termini contrattuali ed economici”, come sottolineano gli educatori dei gruppi focus.

Il futuro

Quale evoluzione potrà avere secondo gli educatori la propria professione è stato un altro tema di indagine della ricerca.

Le risposte date risentono molto dall’anzianità di servizio degli educatori: per la maggior parte dei più giovani non sono immaginabili grossi cambiamenti.

La metà degli intervistati sostengono, infatti, che nei prossimi cinque anni prevedono una stabilità di tempo dedicato alle attività interpersonali (50%), o di piccolo rimarrà (47%).

Affianco a questo dato sulla presenza massiccia che occupano le attività dirette c’è da segnalare una “previsione-desiderio” di aumento delle attività indirette, come le attività organizzative (60%), le attività di intervento di comunità (62%) e microsociali (41%).

Il 29% pensa che tra tre anni svolgerà le stesse attività, lavorando nella stessa organizzazione, con gli stessi utenti, nello stesso ruolo e con le stesse funzioni, ma il 36% degli educatori pensa invece che tra tre anni cambierà o il ruolo o la funzione.

Questo cambiamento è descritto, nei gruppi focus, sia come un ampliamento delle proprie competenze, che porta anche ad una diversificazione degli ambiti di intervento, sia come il passaggio ad un lavoro non più a contatto diretto con l’utenza.

In particolare il 14% si immagina di svolgere attività di formazione, il 12% di fare consulenza metodologica a servizi e progetti, l’11% di svolgere attività di progettazione di servizi ed interventi complessi e il 10,5% di diventare coordinatore di equipe.

Questa visione del futuro lavorativo dell’educatore trova un riscontro nelle storie raccontare dagli undici autobiografi che, di fatto, dopo anni di lavoro a diretto contatto con l'utenza, adesso si occupano di coordinamento, progettazione, dello sviluppo di imprese sociali e della formazione dei nuovi educatori.

Conclusione: “Cosi lontano cosi vicino”

La ricerca ha delineato la figura di un educatore professionale che, oltre a prendersi cura “della persona in difficoltà” si prende “cura dei gruppi, delle situazioni difficili, delle comunità locali e delle identità collettive” per arrivare, con lo svolgere di nuove attività come la formazione e la supervisione, a prendersi cura di chi si prende cura.

Queste nuove competenze sembrano indicare un allontanamento dell’educatore dalla relazione diretta con l’utente.

Di fatto, attività formative e\o di supervisione allontanano l’educatore dal contatto diretto con l’utente ma lo riavvicinano ogni volta che l’esperienza, data dal lavoro educativo, ritorna a sostegno di queste “nuove” competenze.

In fondo anche gli “angeli–supervisori” del film “Così lontano così vicino” di Wim Wenders non sono tanto diversi dagli abitanti della città che dall’alto osservano: hanno gli stessi abiti, ricordano di aver vissuto le stesse esperienze e soprattutto “si mettono sullo stesso piano” per accompagnarli nei loro percorsi quotidiani.

Per poter meglio “com – prendere” gli abitanti della relazione educatore- utente, bisogna essere stati un tempo cittadini di quella stessa città.

I “nuovi modi di prendersi cura” si caratterizzano anche per la capacità di ridiscendere nella relazione educatore – utente con uno sguardo diverso, per la possibilità di riabitare quei luoghi con una consapevolezza maggiore e per l'opportunità di ripercorrere più agilmente strade già note alla nostra esperienza.